“Gli Indifferenti” di Alberto Moravia: la società egoista di ieri e di oggi

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Lo stato d’eccezione e lo stato d’emergenza spiegati dalla riflessione di Giorgio Agamben

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Giacomo da Lentini e Coez sono la strana coppia che prova a parlarci d’amore

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Animal Farm e Animals: Orwell e i Pink Floyd raccontano il potere e la soppressione

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Il successo di “Parasite” di Bong Joon-ho mostra all’occidente il cinema coreano

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A causa del Coronavirus siamo diventati un po’ più pessimisti: chiediamoci cosa ne direbbe Leopardi

Giacomo Leopardi

L’Italia è di nuovo divisa in fasce di colore: incertezza, paura, ma sopratutto pessimismo, è quello che si respira. Un pessimismo globale, diffuso e… quasi cosmico, proprio come quello di Leopardi. O forse no.

La tempesta di neve, William Turner
Per dare una forma al pessimismo leopardiano, spesso si è utilizzato questo quadro di Turner, pittore romantico che visse tra il XVIII e il XIX secolo.

Da quando il virus è dilagato nel nostro paese, ognuno ha dovuto fare i conti con un nemico invisibile che ha condizionato la nostra vita in maniera estrema ed impensabile. Se circa un anno fa, il sentimento comune era quello della speranza, del “ce la faremo”, oggi purtroppo di questo incubo non se ne vede una fine. Coloro che dovrebbero essere esperti, hanno opinioni e pareri discordanti e anche la Speranza, da sempre ultima dea, ci sta un po’ abbandonando. La crisi economica del paese si fa sempre più grave e a questa si aggiunge anche la crisi politica: l’ottimismo ha lasciato spazio ad un pessimismo diffuso e ad un sentimento di sconforto. Proviamo quindi ad abbandonare le letture scientifiche e politiche e a dedicarci a quelle letterarie: Leopardi sembra un buon suggerimento.

Leopardi, noi e il pessimismo

Forse, pensandoci bene, paragonare il pessimismo di oggi al pessimismo leopardiano è un po’ un azzardo. Siamo sicuri di essere abbastanza pessimisti da essere paragonati a Leopardi? Oppure siamo sicuri che in fondo Leopardi, non stesse un po’ esagerando? In fondo durante la vita di Leopardi, il resto del mondo stava, tutto sommato, abbastanza bene: non si trovava nel bel mezzo di una pandemia e credo di poter affermare che la classe politica dirigente fosse decisamente migliore della nostra. “Suvvia Giacomocos’hai da lamentarti ? I problemi con Silvia non sono ancora iniziati e nel 1823 (anno in cui egli inizia a scrivere le Operette), hai appena 24 anni…” Eppure, già allora, la vita del poeta era tanto tormentata da portalo alla stesura delle Operette Morali, storielle che, con ironia, descrivono la situazione terribile in cui verte l’uomo. Forse la vera differenza tra noi e Leopardi è che per lui era la sua vita stessa il problema, mentre per noi l’intero contesto generale… però in fondo, quando è la nostra vita che non va, non sembra per caso che, nonostante il contesto buono, vada tutto male?

Il Leopardi delle Operette Morali

Nel dicembre del 1823 si fa decorrere il suicidio poetico di Leopardi, ossia la sua decisione di non scrivere più in versi. Le Operette Morali sono infatti delle storielle in prosa o dei dialoghi che chiamano in causa i personaggi più svariati. L’idea leopardiana di fondo? La vita è un male e lui lo sa, e proprio perché si è reso conto di questo, è infelice. Ma gli uomini non devono saperlo, loro devono credere che sia un bene, che ci sia speranza: vivere se no, non avrebbe più senso. La riflessione profonda che accompagna l’analisi di Leopardi è che l’uomo è infelice e questo è un dato di fatto. Durante la sua opera cerca risposte a questa infelicità come nel Dialogo di un fisico e di un metafisico. 

Dialogo di un fisico e di un metafisico

Questa storiella ha per protagonisti un fisico e un metafisico. Il fisico annuncia di aver scoperto il segreto per vivere a lungo, ma il metafisico obietta che una vita lunga non è sinonimo di vita felice: ci sono dei giorni belli e dei giorni brutti, descritti metaforicamente come sassolini bianchi e sassolini neri. Il sassolino più nero di tutti è quello del giorno della nostra morte eppure, piuttosto di morire subito (e porre fine alla sofferenza), gli uomini sarebbero disposti a vivere dei giorni nella noia più totale. La felicità dipende dalle nostre esperienze e la verità è che gli uomini si stancano di una vita tutta uguale. Al di là di ogni problema economico e politico, la verità è che quello che ci pesa più di ogni altra cosa in questo periodo, è l’impossibilità di fare nuove esperienze, di fare quello che volevamo come lo facevamo prima: ci stiamo stancando di una vita tutta uguale.

Dialogo di Plotino e Porifirio

Per esemplificare fin dove arrivi il pessimismo di Leopardi, penso che sia questa l’operetta più adatta. I protagonisti sono Plotino e Porfirio: il primo è un filosofo platonico avverso al suicidio, il secondo invece è lo scettico, l’uomo malinconico e teorico del suicidio. Porfirio e Plotino sono però amici e la storia inizia proprio con Porfirio che comunica a Plotino che ha deciso di suicidarsi. Plotino ribatte chiedendo all’amico di discuterne, per cercare di fargli cambiare idea. Inizia così un acceso dibattito in cui Porfirio definisce il suicidio come un atto naturale e dovuto poiché la sua vita è infelice e per non vivere una vita infelice, suicidarsi è un suo diritto. Plotino non riesce ad essere convincente quanto l’amico e le sue argomentazioni non sono così brillanti: deve accettare quindi la sua morte. A Plotino non resta che la tristezza, non determinata dall’aver perso la discussione, ma di aver perso l’amico. Eppure, alla fine, Porfirio non si suicida: farlo sarebbe un mero atto egoistico. L’amico ha perso contro di lui ma, proprio perché ha perso, ha vinto.

Noi, il pessimismo e Leopardi

Ci ho pensato un po’: Leopardi non stava esagerando, anzi, la sua vita era difficile. Difficile quanto la nostra? Non lo so ma il dolore degli altri è sempre dolore a metà. La vita di Leopardi è stata caratterizzata da gravi problemi a livello fisico fin dalla più giovane età: a 17 anni era affetto da una gravissima forma di malattia reumatica alla quale si aggiungono problemi a livello polmonare e neurologico, al punto che a 18 anni era convinto di star per morire. La situazione non migliora con il passare del tempo ed egli morirà il 14 giugno 1837, all’età di 42 anni, dopo aver passato la maggior parte della sua vita affetto da malattie croniche. Non ha avuto figli a cui lasciare un’eredità e l’indiscusso successo odierno, non è per nulla specchio della popolarità di cui godeva il giorno dopo la pubblicazione di ogni sua opera. Anzi, per fare un esempio, le Operette Morali sono state così apprezzate dalla sua famiglia che il padre stesso del poeta si è premurato di lamentarsene pubblicamente.

Eppure…

Eppure, in questo momento a me non viene in mente nessun altro autore così attaccato alla vita come Leopardi. Il suo pessimismo derivava dal vedere le cose con chiarezza e nitidezza: non vedeva via d’uscita per la sua situazione. Tuttavia nel Dialogo di Tristano e di un amico, operetta a conclusione della raccolta, vi è la consapevolezza che la sua visione del mondo sia la meccanica conseguenza delle sue infermità fisiche. Egli però, pur conscio della sua situazione, sprona il lettore: in questo sta tutto il suo attaccamento alla vita. Il Dialogo di un fisico e di un metafisico si conclude così: “Ma in fine, la vita debb’esser viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio.” In questa citazione io non leggo un inno alla morte, al lasciarsi andare, ma un inno alla vita, degna di essere vissuta. Invece il Dialogo di Plotino e Porfirio si conclude così: “E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quest’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ameranno e ci ricorderanno ancora.” In questo finale leggo, ancora una volta, speranza: non sappiamo quanto durerà e chi ci lascerà, ma noi possiamo ricordarli e in questo sta tutto il nostro potere.

Operette Morali
Terza stampa delle Operette Morali di Giacomo Leopardi, uscite nel 1835 a Napoli presso l’editore Saverio Starita (cultura.biografieonline.it).

Per concludere

Le Operette Morali sono una raccolta iniziata nel 1823/1824, che impegneranno il poeta almeno per i quattro anni successivi, in cui egli non scriverà che in prosa. La prima edizione viene pubblicata però nel 1827 ed è ricordata come Edizione MilaneseCome accennavo precedentemente non riscosse molto successo e il padre stesso del poeta la considerò una vergogna per l’intera famiglia. Eppure, a dirla tutta, Giacomo aveva pubblicato solo le operette meno sovversive: il poeta infatti lasciò fuori dalla raccolta le ultime scritte, troppo desolanti per incontrare l’apprezzamento dei lettori. Successivamente, nel 1832, Leopardi cercò di vincere a Firenze il premio bandito dal Gabinetto di Viesseux, che premiava la miglior opera dell’anno, sempre presentando le Operette. Questo riconoscimento gli avrebbe fornito oltre che un po’ di notorietà, un notevole beneficio economico ma le cose non andarono come il poeta aveva sperato. Uno dei fondatori di Viesseux infatti, non vedeva di buon occhio Leopardi e così il premio non gli fu assegnato. La verità era che Leopardi era portatore di una visione del mondo così catastrofica da offendere molti degli intellettuali fiorentini. Le successive edizioni sono quelle uscite a Firenze e a Napoli nel 1834 e nel 1835, l’ultima delle quali incontrò anche l’opposizione della censura. Le edizione successive sono posteriori alla morte del poeta e le prime tre, di cui rimangono ancora copie circolanti tutt’ora, hanno un altissimo valore economico.

 

 

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