Il Superuovo

Giacomo da Lentini e Coez sono la strana coppia che prova a parlarci d’amore

Giacomo da Lentini e Coez sono la strana coppia che prova a parlarci d’amore

Giacomo da Lentini e Coez scrivono inni ad una bellezza che non sanno cantare.

L’incapacità di comunicare il proprio amore all’amata e di descriverne la bellezza è il file rouge di un viaggio che inizia nel XIII secolo e… che non è ancora finito!

Metti una sera d’estate in cui volevo dirti tante cose…

I ricci scomposti sul viso, spettinati dalla loro stessa natura e dalla brezza marina serale. Un boccolo, in particolare, appiccicato alle labbra, morbide di rossetto rosso, rugose di sabbia di miele.
Una mano sulla spalla di un’amica abbracciata maldestramente e l’altra impegnata a reggere un cocktail annacquato dal ghiaccio sciolto.
E poi…la voce. La voce che va da sola intonando che «volevo dirti tante cose, ma non so da dove iniziare…», un incipit ritmato, quello nell’istantanea di oggi.
Già, ritmato, perché nessuno, penso, alla lettura di queste parole si limiterebbe a scandirle.
Ciascuno di noi, anzi, penso inizierebbe ad intonarle, peraltro con un po’ di nostalgia di quelle serate ebbre che ce l’hanno fatta cantare a squarciagola in riva al mare o a un concerto.
E a squarciagola poi si proseguirebbe, magari pure con qualche lacrima che riga le guance, quando Coez ci dice che siamo belle «che la musica non c’è».

… ma sei bella che la musica non c’è

Questo, canta Coez: «sei bella che la musica non c’è».
Lui, musicista, decide di far dono alla sua amata delle cosa più preziosa di cui dispone, della cosa di cui è più sapiente: la sua arte.
Eppure, lui che di parole e ritmo vive, parole e ritmo non ha per cantare la bellezza.
Silvano Albanese, infatti, si arrende e svela d’essere messo in crisi, non riuscendo a disegnarla nel suo testo.
Non c’è parola, infatti, in grado di contenere la Bellezza, non c’è parola in grado di renderne l’idea.
Ed il concetto non è nuovo.

 

L’afasia del poeta: il caso di Giacomo da Lentini

Ad introdurlo nella nostra Letteratura  è stato infatti Giacomo -o Jacopo- da Lentini, notaio e poeta verosimilmente vissuto tra il 1210 e il 1260 e attivo alla corte di Federico II.
Questi, tra altri testi, stese la celebre canzone Madonna dir vo’ voglio, traduzione rivisitata di un componimento provenzale firmato da Folchetto di Marsiglia, e, al vv. 17-24, precisamente scrive:

Lo meo ’namoramento
non pò parire in detto,
ma sì com’eo lo sento
cor no lo penseria né diria lingua;
e zo ch’eo dico è nente
inver’ ch’eo son distretto
tanto coralemente.

Cioè? Cioè Giacomo da Lentini, esattamente come Coez, ha cercato di far dono della sua arte alla sua amata, ma si è reso conto di quanto, in realtà, sia inadeguata o meglio insufficiente, ché, parafrasando i sopra citati versi: «Il mio innamoramento non può essere espresso a parole, ma, così come io lo sento, il cuore non lo riuscirebbe a concepire, né a esprimerlo la lingua; e ciò che dico non è nulla rispetto al fatto che io sono legato tanto profondamente.» Questo concetto, destinato ad avere straordinaria fortuna letteraria, essendo ripreso, tra gli altri, dagli Stilnovisti o dal Dante autore per lo più del Paradiso, sarà chiamato «ineffabilità dell’esperienza amorosa» e/o «ineffabilità della bellezza».
La donna e la bellezza sono così perfette che l’uomo, per quanto esperto in materia, musico o poeta, in preda a un’improvvisa afasia, non riesce ad esprimerne compiutamente e realisticamente le qualità, nemmeno ricorrendo ad un linguaggio prezioso, nemmeno ideando freneticamente neologismi.
Alla fine, dunque, non importa quanto tempo sia trascorso da Giacomo a Dante o da Dante a Coez…la lezione è eterna e chiara: si rimane sempre senza parole di fronte alla meraviglia.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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