Il Superuovo

Il successo di “Parasite” di Bong Joon-ho mostra all’occidente il cinema coreano

Il successo di “Parasite” di Bong Joon-ho mostra all’occidente il cinema coreano

La nomina a Presidente della giuria al Festival di Venezia di Bong Joon Ho ha definitivamente consacrato il cinema coreano come uno dei più importanti al mondo.

 

Analizzeremo l’ascesa a livello internazionale attraverso i tre registi che hanno segnato ormai la storia del cinema: Kim Ki-Duk, Park Chan-Wook e Bong Joon-Ho, con le loro pellicole più rilevanti.

Kim Ki-duk

Ovviamente il cinema coreano non nasce nel 2000, ma si può affermare che ottiene risonanza mondiale all’alba del ventunesimo secolo, proprio con il regista, recentemente scomparso, Kim Ki-Duk. Infatti, nel 2000 con “Seom – L’isola” quest’ultimo si presenta alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia destando un forte scalpore per le scene atroci e scioccanti, nonostante la poesia della trama. Il film dividerà la critica ottenendo comunque una certa risonanza positiva, al punto da essere distribuito in molti paesi occidentali. Scardinato il muro che separava la cultura coreana da quella occidentale Kim Ki-Duk ha ormai la strada spianata grazie al suo enorme talento. Presenterà nel 2003 “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” capolavoro, questa volta indiscusso, che conquista il pubblico di nicchia occidentale e vince l’Orso d’oro a Berlino. La consacrazione definitiva arriva con “Ferro3”, forse la sua opera migliore, un film che va oltre ogni tipo di narrazione cinematografica, leggero come l’aria, metafisico. Nonostante ciò, Kim Ki-Duk ha conquistato solo una parte del pubblico occidentale data la particolarità del suo cinema. Un vero e proprio cinema d’autore fatto per sé e spesso poco compreso dal grande pubblico.

 

Park Chan-wook

La svolta decisiva arriva a Cannes, nel 2004, grazie a un certo Quentin Tarantino. Il regista americano, presidente della giuria e già grande fan del cinema orientale, vedrà sullo schermo il lungometraggio che definirà “il film che avrei voluto girare io”. Stiamo parlando di “Oldboy” di Park Chan-Wok. Ad oggi capolavoro del cinema contemporaneo internazionale, ottiene la fama grazie alla vittoria del Grand-Prix della giuria a Cannes, ecco la consacrazione definitiva della Corea del Sud nell’albo del cinema mondiale. Il film tratta di Dae-So, un giovane padre che viene rapito e tenuto prigioniero in una stanza, senza un apparente motivo, per 15 anni per esserne poi liberato. Una storia di vendetta tanto assurda quanto forte di espressione, contenente tutte le caratteristiche del cinema coreano. Assurdità, eccesso nella recitazione, una colonna sonora portante, momenti di estraniamento, un’ironia di fondo sempre azzeccatissima e un’attenzione alla società e alla metropoli coreana, il tutto supportato da una qualità tecnica sublime. Il regista completerà la “trilogia della vendetta” con “Mr. Vendetta” e “Lady Vendetta”, inoltre nel 2013 dirigerà un film di produzione anglo-americana. Inutile dire che i migliori film rimangono quelli diretti in patria, senza i vincoli Hollywoodiani che tanto attanagliano il cinema d’autore.

Bong Joon-ho

Ultimo, ma non per importanza, è l’ormai famosissimo Bong Joon-Ho che con “Parasite” rappresenta il più grande successo sud-coreano dopo “Oldboy”. La pellicola vincerà la Palma d’oro a Cannes e ben 4 Oscar tra cui quello per il miglior film. Sembra strano, ma “Parasite” è il primo film in lingua non inglese a vincere l’Oscar come miglior film, il che lascia capire la valenza artistica del premio hollywodiano. La pellicola mostra il degrado e le contraddizioni della società coreana e il costante divario tra ricchi e poveri, ma a differenza di tante trame simili, la storia che si dipana ad un ritmo vertiginoso, non prende le parti di nessuno. Non vi è nessun buono, ognuno a suo modo è un mostro pronto a sovrastare l’altro senza alcuna pietà. Una feroce lotta di classe dove, comunque, senza alcuna appartenenza ci si scanna anche tra poveri, ognuno per ottenere il proprio obbiettivo. Film diretto in maniera magistrale con le sfumature tipiche del cinema coreano, quali situazioni assurde e toni esasperati.

Anche questa volta la vittoria all’Oscar (in questo caso meritatissimo) mostra la sua influenza politica ed economica: quando nel 2003 uscì “Memorie di un assassino” (capolavoro ai livelli di “Parasite”) il film passò quasi inosservato (non al buon Tarantino che lo mise nelle sue personali classifiche dei film preferiti), al punto di non uscire nelle sale italiane. Grazie all’Oscar vinto da “Parasite”, “Memorie di un assassino” finalmente attira l’attenzione che meritava al punto di uscire al cinema agli inizi del 2020. Ispirato ad una storia vera, la trama narra la caccia da parte di un poliziotto (il solito straordinario Song Kang-Ho) e della sua squadra a un serial killer durante la Corea degli anni 80. Lo sfondo grigio e cupo della città, le paure dei cittadini e la ricerca ossessiva dei poliziotti mettono a confronto la periferia con la tanto idolatrata Seoul, città dello sviluppo e della modernità che sembra irraggiungibile quanto mistificata dai protagonisti. Il film è uno dei più sconvolgenti che abbia mai visto, nonché uno dei thriller più belli di sempre al punto da ispirare a un certo Fincher il suo “Zodiac”.

La nomina del cineasta coreano a presidente della giuria per Venezia 78 è la totale consacrazione, da parte degli addetti ai lavori, di un cinema capace di scansare il colosso hollywoodiano, portando l’occidente alla scoperta di una cultura tanto diversa quanto affascinante.

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