Terminator: creato in Cina il metallo mutaforma come la lega mimetica del robot T-1000

Il nanodroide T-1000 della saga di Terminator Terminator serie 1000 o semplicemente T-1000, è un androide antagonista apparso in diversi film della saga di Terminator. Il robot è nato dalla rete di supercomputer Skynet, che ha dato al T-1000 un sacco di potenzialità uniche e letali. Egli sarebbe tecnicamente un nanodroide, ovvero un robot creato … Leggi tutto

Libertà ritrovata e libertà perduta: Spirit al galoppo tra ferrovia transcontinentale e guerre indiane.

Premessa: questo articolo è pieno di spoiler, quindi se non hai mai visto Spirit leggi a tuo rischio e pericolo!

“Eccomi, sono qui/venuto al mondo selvaggio e libero/” canta Zucchero sulle note della colonna sonora italiana del film d’animazione Spirit- cavallo selvaggio per presentare l’omonimo protagonista mentre nasce. Spirit è un mustang che, in poche scene significative, vediamo crescere per diventare lo stallone coraggioso e determinato nel proteggere il  branco di cui è il capo. Dopo una simpatica scenetta al chiaro di luna in cui Spirit riprende due puledri che si fanno i dispetti anziché dormire, lo stallone incuriosito da una luce sospetta nella macchia d’alberi di fronte va a controllare, lasciando inquieta la madre Esperanza. Questo è il momento di partenza delle sue avventure.

Spirit e la cavalleria americana

Arrivato presso l’origine della luce, Spirit vede per la prima volta degli umani. Non sembrano pericolosi, dormono, e così vi si avvicina. Svegliati dai rumori tuttavia, essi, che si rivelano essere membri della cavalleria americana, dopo uno strenuo inseguimento, riescono a catturare il bellissimo stallone che viene condotto al loro quartier generale. Dopo svariati tentativi per domarlo, il turno del colonnello, temuto da tutti tranne che da Spirit, sembra quello decisivo. Apparentemente il cavallo si ammansisce e questo dà modo al colonnello di fare un discorso ai suoi soldati. Si rivelano le sue intenzioni: concludere la ferrovia transcontinentale, colonizzare il West, sottomettere gli indiani Lakota. E tutto ciò è proprio quello che nella realtà dei fatti è successo.

La prima ferrovia transcontinentale

Il primo luglio 1862 il presidente Lincoln firma il Pacific Railroad Act con cui dà inizio alla costruzione di una strada ferrata che congiunga l’Oceano Atlantico alla California, dove era stato trovato un filone aurifero nel 1848, e il Pacifico. Da un decennio circa la febbre dell’oro, che aveva già spinto 300.000 cercatori presso Sacramento e dintorni, premeva perché si costruisse la benedetta ferrovia. Essa avrebbe reso possibile attraversare il continente in una sola settimana, da New York alla California, prima divise da sei mesi di un cammino che prevedeva di seguire il fiume Platte, attraversare pianure e montagne, l’incursione di malattie sconosciute! Il percorso scelto, dopo anni di indecisioni, è stato ideato dall’ingegnere civile Theodore Judah e si snoda lungo il 41-esimo parallelo, attraverso Nebraska, Wyoming, Utah, Nevada e California, collegando Omaha a Sacramento.

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Il manifesto che pubblicizzava la “Central Pacific Union”

Le due compagnie che si occuparono dei lavori, allettate dagli enormi prestiti agevolati che lo stato aveva messo a disposizione appositamente, furono la Central Pacific Railroad che avrebbe iniziato da Sacramento con un percorso attraverso le montagne della Sierra Nevada in direzione est e la Union Pacific Railroad, che da Omaha in Nebraska avrebbe percorso le grandi pianure in senso inverso. Gli operai, irlandesi immigrati per la Union e cinesi per la Central, lavoravano instancabilmente 12-15 ore al giorno protetti dalla cavalleria americana dagli attacchi degli indiani di cui sfruttavano il territorio.

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Il percorso che avrebbe seguito la ferrovia transcontinentale.

I Lakota e i cavalli

Dopo il discorso, Spirit disarciona il colonnello e riesce a fuggire aiutato da Piccolo Fiume, un pellerossa Lakota che nei giorni precedenti era stato catturato. Una volta libero però, Spirit viene subito acciuffato dagli amici del ragazzo, che monta ora la sua bellissima cavalla Pioggia, di cui Spirit si innamora. Una volta all’accampamento indiano Spirit entra in un mondo del tutto nuovo: qui gli umani sono amici dei cavalli e vivono in armonia con loro, come dimostra il sincero affetto che Pioggia prova per Piccolo Fiume. I Lakota sono nativi americani che allora vivevano nel territorio circostante le Black Hills, per loro sacre, e occupavano le grandi pianure del Nord e Sud Dakota, del Colorado, del Wyoming, del Montana e del Nebraska (dove è ambientato il film). Essi erano cacciatori nomadi di Bisonti che, da quando i cavalli si erano diffusi anche nel Nord importati dai conquistadores spagnoli due secoli prima, avevano affinato incredibilmente le tecniche per cavalcare diventando ottimi fantini e guerrieri a cavallo.

I cavalli Lakota si lasciano dipingere dagli indiani, ma Spirit lo trova ridicolo.

Le guerre indiane

Cavallo Pazzo

Il 1800 fu caratterizzato dalle cosiddette guerre indiane in cui i Soldati Blu americani, in Spirit guidati da un colonnello che assomiglia al generale Custer, avevano l’obiettivo di risolvere al più presto la questione indiana. Il risultato fu il loro tragico loro sterminio per ottenere i territori ricchi di oro, uranio e altre materie prime. In particolare i Lakota furono tra gli indiani che opposero la più fiera resistenza: è da menzionare la battaglia del Little Bighorn in cui gli indiani Lakota uniti a Cheyenne e Arapaho sotto la guida del capo Cavallo Pazzo distrussero  il reparto del 7 Cavalleria guidato da Custer. Questa battaglia rappresenta la più grande vittoria indiana ma anche l’unica vera sconfitta per l’America. Il periodo d’oro dei Lakota fu tra il 1830 e il 1877 perché a seguire, stremati dalle battaglie, si piegarono sotto il volere degli Stati Uniti che, nonostante questo, effettuarono il gravissimo massacro di Wounded Knee, in cui furono uccisi circa 350 indiani inermi, 230 dei quali  donne e bambini. Le guerre indiane segnano un periodo buio della storia americana che ha segnato praticamente tutto il XIX secolo e che hanno coinvolto tutto il territorio statunitense.

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Immagine di devastazione dopo il massacro di Wounded Knee.

Spirit vive la guerra e la costruzione della ferrovia

Quando finalmente Piccolo Fiume decide di lasciare Spirit libero, il cavallo non ha il tempo di metabolizzare che un attacco dei Soldati Blu colpisce l’accampamento. Battaglia, confusione, armi e fuoco mettono a soqquadro il villaggio, proprio come sarebbe potuto accadere nella realtà. Pioggia viene colpita da un colpo di pistola e cade nel fiume agitato, Spirit la segue. Dopo essere caduti da una cascata e approdati alla riva passano la notte insieme ma lei sembra sempre più debole. Al mattino i Soldati Blu catturano un’altra volta Spirit che viene costretto a lavorare alla ferrovia, che, però, punta dritta alla sua terra natìa! Con uno stratagemma riesce a farsi slegare e a liberare gli altri cavalli. La locomotiva che trascinavano, ormai libera, inizia a franare lungo la discesa su cui si trovava ed è un attimo lo scaturire di un incendio furibondo.

L’intervento di Piccolo Fiume salverà la situazione portando in salvo Spirit, facendolo ricongiungere con Pioggia e, alla fine, lasciandolo correre verso la libertà del suo branco insieme alla sua amata. Iconica, tra le ultime scene, quella del salto sul burrone per sfuggire definitivamente al colonnello nemico. Solo adesso mi rendo conto del valore di questo film d’animazione: non solo la storia un ribelle, ma della libertà di Spirit e di quella  rubata crudelmente agli indiani, nati liberi nella loro terra e oggi costretti nelle riserve.

Camilla Viola

 

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Impiantata la prima mano robotica permanente, Svezia e Italia raggiungono il traguardo nel 2019

Un po’ tutti probabilmente hanno presente la scena di Harry Potter e il Calice di Fuoco in cui Lord Voldemort, appena risorto, nella sua veste nera e svolazzante, dona la mano d’argento a Codaliscia, così ripagato dei suoi servigi, fondamentali per riportare in vita l’Oscuro Signore. Lucente ed estremamente potente, la protesi dona al pavido Mangiamorte una forza sovrumana, ma per la sua natura magica non lo rende un cyborg. Non si può dire lo stesso dell’innovativo arto robotico permanente impiantato in una donna di 45 anni che, grazie ad esso, sta superando la disabilità.

 

Voldemort ha affari più urgenti rispetto a donare una mano nuova al vile Peter Minus: qui lo fa aspettare mentre gli tocca il Marchio Nero per chiamare i Mangimorte a raccolta.

 

Italia e Svezia: binomio vincente dell’ingegneria biomedica.

Il progetto europeo Detop è nato nel 2016 con lo scopo di raggiungere nuove frontiere nell’ambito delle protesi di arto superiore. Finanziato dalla Commissione europea nel programma Horizon 2020, è riuscito a costruire una mano robotica la quale potrà donare alla beneficiaria un valido sostituto del suo arto mancante. Grazie all’innovativa interfaccia uomo-macchina, la donna non solo potrà tornare a comandare con la volontà la protesi integrata nel suo avambraccio, ma percepirà addirittura qualcosa di simile al tatto. E’ stata l’eccellente collaborazione della ricerca italiana e svedese a permettere simili risultati.  Da parte della Svezia, lo sviluppo dell’impianto ad opera del gruppo coordinato da Max Ortiz Catalan, dell’azienda Integrum, in collaborazione con la Chalmers University of Technology. Dall’altra, la costruzione della protesi ad opera dalla Scuola Superiore Sant’Anna e dall’azienda Prensilia, spin-off dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Sant’Anna.

La prima protesi permanente e robotica di mano impiantata replica movimenti molto fini. Qui mostra la sua sensibilità mentre esegue il gesto quotidiano di allacciarsi le stringhe.

L’intervento e i suoi attori.

A Gothenburg, nello Sahlgrenska University Hospital, la maestria dei chirurghi Richard Br†nemark e Paolo Sassu, nostro connazionale, ha impiantato nel radio e nell’ulna della paziente delle strutture in titanioponte tra le ossa e la mano robot. 16 elettrodi inseriti nei muscoli residui dell’avambraccio permettono poi il ristabilirsi di un collegamento diretto tra la protesi e il sistema nervoso, responsabile, come dicevamo, della possibilità di eseguire movimenti volontari. Dopo la riabilitazione con cui la donna irrobustirà i muscoli dell’avambraccio, indeboliti dall’amputazione subita nel 2002, la paziente potrà tornare a condurre una vita autonoma a casa sua. Si preparano altri due interventi, già previsti dal progetto, di cui uno verrà eseguito in territorio nazionale e l’altro sempre in Svezia. E’ in corso la ricerca di volontari adatti ad ampliare la casistica qui considerata.

Superare la disabilità parte dai più piccoli gesti e fa prendere al caffè un gusto migliore!

 

Ci auguriamo che altri interventi del genere possano andare a buon fine in modo da permettere a chiunque abbia subito un’amputazione di dire addio alla propria disabilità.

Camilla Viola