La circolarità del tempo in Avengers: Endgame come rappresentazione dell’Eterno Ritorno in Friedrich Nietzsche

Fine dei giochi. Il 25 Aprile segna a partire da quest’anno – almeno in Italia – una data simbolo di almeno due grandi conflitti. Sul piano del reale, quella Festa della Liberazione che celebra il ritiro dalle truppe nazifasciste dallo Stivale nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Su quello della finzione, la sconfitta di un nemico che, negli atteggiamenti da genocida irrimediabile, ha tanto le sembianze di un grosso nazista viola, ma che la storia vuole protagonista di uno scontro ben più titanico, una Infinity War dalle proporzioni intergalattiche. Per la regia dei Fratelli Russo, Avengers: Endgame rappresenta una vera e propria kehre, una svolta senza precedenti in quel Marvel Cinematic Universe (MCU) quasi decennale generato a partire da una pellicola, Iron Man (2008), che non sembrava diversa da tante altre che il Cinema in generale, e la Marvel stessa in particolare, avevano dedicato al tema dei supereroi. Una gestazione che conta ormai ben 22 film e innumerevoli personaggi e tematiche narrative, tante da non permettere, a chiunque voglia analizzarle nel complesso in un singolo articolo, di riuscire nel suo proposito. Ma ciò che quasi cinquanta ore totali di MCU avevano messo su schermo, senza contare i numerosi spin-off aggiuntivi fra serie TV e cortometraggi – che un fan ha calcolato in più di undici giorni consecutivi di proiezione – Endgame è stato in grado di riassumerlo in un sol fiato, forse avvantaggiato dal fatto di avere a sua disposizione la bobina più lunga che i Marvel Studios abbiano partorito – 182 minuti contro i 149 di Infinity War, che fino a poco fa deteneva il record di durata.

Un collage delle locandine di tutti i 21 film del MCU precedenti ad Avengers: Endgame. (reddit.com)

Endgame non è solo la conclusione della cosiddetta Fase Tre del MCU – inaugurata con Captain America: Civil War (2016). E neanche, o meglio non solo, il punto d’arrivo dell’intera Saga dell’Infinito, comprendente tutti i film usciti finora – dopo Spiderman: Far from home (2019) verrà inaugurata una saga completamente nuova. Ma si trasforma piuttosto, nei suoi salti temporali dall’uno all’altro fra i più celebri eventi che hanno cadenzato la Storia degli Avengers, riesumando personaggi, fra eroi e villains, che credevamo morti e sepolti da tempo, in un gigantesco recapitolo dell’MCU tutto. Esonerando in un certo senso lo spettatore dalla maratona Marvel che pure ha programmato per chiarirsi al millimetro ogni sfumatura che quest’ultimo film gli avrebbe regalato, Endgame ripercorre in autonomia i punti salienti che hanno accompagnato gli Avengers – e noi con loro – nel corso degli anni. Kevin Feige, commander in chief dei Marvel Studios, e i suoi collaboratori artistici, si immedesimano in una buona vecchina dalle proporzioni mastodontiche che, preso il nipotino sulle ginocchia, gli mostra alcune delle foto più significative della sua infanzia. Ed è superfluo dire che, a giudicare dall’età media dello spettatore papabile di un film dell’Universo Marvel – nonostante poi grandi e piccini si siano interessati indistintamente a questo coraggioso progetto – proprio di crescita adolescenziale si può parlare.

Un collage di tutti i protagonisti del gruppo Avengers. Sulla destra quelli uccisi dallo Schiocco di Thanos, sulla sinistra i superstiti. Metà e metà, esattamente come voleva Thanos. (flatt.ir)

Endgame ci fa rendere conto del corso del Tempo, e di quanto esso sia stato inclemente, come con i supereroi della serie, così anche con noi. Ci fa ricordare che tipo di persone eravamo quando uscimmo dalla sala dopo aver visto Robert Downey Jr. vestire per la prima volta i panni di latta di Iron Man, o con quale entusiasmo parlammo al nostro compagno di banco delle gesta di Chris Evans nelle vesti di Captain America – nomi questi non casuali alla luce degli ultimi rivolgimenti. Ci spiattella insomma davanti agli occhi una commovente verità: che mentre l’Universo Marvel si espandeva, nel frattempo crescevamo anche noi. E che Endgame sia volutamente, e forse anche un po’ strumentalmente, un film teso a commuovere, a renderci tutti uniti di fronte a una finzione narrativa che pure ha costituito una realtà nella vita di tutti negli ultimi dieci anni, è dimostrato dagli effetti sortiti in sala: le risate di fronte ai momenti più comici, i sospiri davanti a quelli maggiormente carichi di suspance, e quel silenzio assordante rotto qua e là da un singhiozzare o un tirar su col naso di coloro che, in presenza di un finale del genere, non potevano credere ai loro occhi. Chi parla di spoiler non capisce che, nonostante la Marvel stessa abbia lanciato negli scorsi giorni l’hashtag #dontspoiltheendgame, esso dev’essere applicato come al finale così a ogni sua porzione. Perché Endgame è un film pieno, ricco, e senz’altro destinato a rimanere impresso come portabandiera del Cinema dei Supereroi, con una prepotenza tale da lasciare di stucco già nei suoi primi cinque minuti. Mai si erano visti tanti colpi di scena susseguirsi in quegli attimi di poco conto che normalmente precedono i titoli di testa di un film della Marvel.

L’hashtag lanciato dalla Marvel a pochi giorni dall’uscita di Avengers: Endgame, con il quale invitava chiunque l’avesse già visto a non rovinare la sorpresa a tutti gli altri. (fanpop.com)

Una ricchezza che si ritrova sotto ogni aspetto. Forti probabilmente di quel vasto consenso di critica ottenuto, nel pur diversissimo contesto narrativo degli X-Men, con Logan (2017), nel quale vedevamo la razza dei mutanti ridotti a un cumulo di inetti e disadattati, gli uomini della Marvel riproducono qui lo scenario con un ironia talmente grottesca da trasformarsi in disfatta. Gli Avengers fanno ora ridere più che mai, e non solo per quelle battute di spirito che pure hanno costellato tutti i film precedenti, ma soprattutto per il loro improvviso infantilismo, misto a inadeguatezza e fragilità, che ce li rende tanto umanizzati e dunque tanto affini. Da Occhio di Falco (Jeremy Renner) che, fattosi Ronin, si riduce a un sadico sicario, a Tony Stark, alias Iron Man, che appesa l’armatura si mette a fare, contro ogni aspettativa, il padre di famiglia che deve insegnare a sua figlia a non ripetere le parolacce che lui stesso pronuncia. Da Thor (Chris Hemsworth) che, traslocata l’Asgard distrutta in un porticciolo di pescatori puzzolenti, si è trasformato in un alcolizzato che usa le sue forze residue per minacciare i giocatori di Fortnite troppo abili. Fino a Bruce Banner (Mark Ruffalo), alias Hulk, che sottopostosi a una sessione ulteriore di Raggi Gamma, ha trovato una via di mezzo fra i suoi due stadi che non lo rende più né carne né pesce: non abbastanza intelligente per un Banner, e anzi fenomeno da baraccone buono solo a farsi le foto con i bambini e mangiare come un liceale obeso; non abbastanza forte, grosso e verde per spaccare qualcosa di più di una misera panchina. Mai Rorschach, altro grande ‘eroe’ dei fumetti, avrebbe avuto più ragione a far valere anche qui le parole pronunciate in Watchmen (2009): “Perché siamo rimasti così in pochi attivi, in salute? E senza disordini della personalità? Il primo Gufo Notturno gestisce un’autofficina. La prima Spettro di Seta è una vecchia troia obesa che sta morendo in una casa di riposo in California. Dollar Bill si è fatto ammazzare quando gli si è impigliato il mantello in una porta girevole. Silhouette è stata assassinata, vittima del suo stile di vita indecente. Falena è in un manicomio nel Maine…”.

Il villain degli ultimi due Avengers, Thanos, interpretato da Josh Brolin. (dudemag.it)

Ma accanto a una tale densità di contenuti, nemmeno Endgame è esente da errori più o meno gravi. Da buchi nella sceneggiatura incomprensibili come la scomparsa di Gamora o il motivo per il quale, d’improvviso, Captain America dovrebbe essere diventato degno di impugnare il martello di Thor. A scene di poco gusto come quella, molto nello stile del ‘Non una di meno’, tanto sfacciatamente ‘femminista’ quanto poi implicitamente maschilista, in cui vediamo tutte le Avengers di sesso femminile – fra cui una Pepper Potts che a malapena sapeva gestire il Reattore Arc di Tony, figuriamoci indossare una delle sue armature – unirsi contro Thanos (Josh Brolin). E infine pesano gli errori nella gestione del marketing, come il fatto di rendere pubblica la scissione del contratto con alcuni attori dalla quale si sarebbe potuto prevedere facilmente la loro dipartita anche nella storia – altre saghe risolsero il problema tenendo nascosta al mondo la cessazione delle collaborazioni con attori storici. O il fatto, imperdonabile questo, di programmare in fretta e furia l’uscita del secondo film su Spiderman (Tom Holland), ambientato dopo Endgame, per l’Estate 2019, rivelando così in automatico la rinascita di un personaggio che si era fatto cenere con lo Schiocco di Thanos in Infinity War.

Una rappresentazione del Nastro di Moebius realizzata dal famoso artista di quadri paradossali Maurits Cornelis Escher, dal titolo ‘Nastro di Moebius II’ (1963). (merlocanterino.wordpress.com)

Ma su tutti sormonta, più che l’errore, piuttosto la difficoltà nel gestire un tema molto delicato e spesso paradossale quale è il Viaggio nel Tempo attraverso il Regno Quantico di Ant-man and The Wasp (2018). Già Christopher Nolan non era riuscito con Interstellar (2014), un film improntato solo ed esclusivamente sul tema del viaggio nel tempo e lodato dal mondo accademico per la sua parziale credibilità scientifica, a dirimere i numerosi paradossi teorici generati dal viaggio temporale. Per parte sua, pur vantando una cura al dettaglio non da buttare, Endgame non fa che ingarbugliare una questione forse di per sé insolvibile, facendo sorgere infinite domande sui cambiamenti apportati dagli Avengers ai passati visitati. Cosa sarebbe successo se Loki fosse fuggito con il Tesseract, come qui avviene, alla fine del primo Avengers (2012)? Come se la sarebbe cavata il Thor del passato senza il suo martello, sottrattogli dal Thor del futuro? E se a essere ucciso nel finale è il Thanos del passato, vorrà dire che il suo Schiocco di Dita non avrà mai luogo? La sceneggiatura risponde alle copiose questioni sollevabili con una soluzione abbastanza debole che fa riferimento a dei presunti universi paralleli a seconda dell’istante temporale, sulla base dei quali si dovrebbe supporre che ciò che accade nell’universo degli Avengers del nostro presente, non è detto avvenga anche per gli Avengers di tutti gli altri istanti del passato. Ma lasciamo la fisica ai fisici e occupiamoci di una scena che ha sì una valenza matematico-geometrica non indifferente, ma è al contempo da riferirsi a quel ristretto campo di filosofi che decisero di occuparsi, forse imprudentemente, del tema del Tempo: “Lasciate ogne speranza o voi ch’intrate”. La scena in questione vede Tony Stark progettare un modello di viaggio nel tempo su una figura geometrica paradossale – ma non impossibile – nota come Nastro di Möbius, una superficie circolare a due facce, orientata in modo tale da permettere un doppio giro che, passando su entrambe le facce in modo continuato, torna al punto di partenza. Immagine per eccellenza di quel circolo vizioso che Friedrich Nietzsche avrebbe reso, in filosofia, con la sua teoria dell’Eterno Ritorno dell’Eguale. Nietzsche dichiarerà in Ecce Homo (1888) di esser stato folgorato da questo pensiero, forse il più profondo e decisivo di tutta la sua filosofia, mentre passeggiava lungo le rive del Lago di Silvaplana nell’Agosto del 1881. Ne fornirà una formulazione appena un anno dopo con l’Aforisma 341 de La gaia scienza (1882), nel quale parlerà della sua convinzione che tutte le vicende dell’universo siano destinate a ripetersi all’infinito uguali a sé stesse all’interno di un circolo vizioso in cui si trova il cosmo stesso, e che lo porta a originarsi e dissolversi in eterno.

Una foto del filosofo Friedrich Nietzsche. (mardeisargassi.it)

Nella sua ripresa di un modello circolare del Tempo largamente accettato dalla filosofia antica – si pensi al ciclo empedocleo, quanto di più vicino all’Eterno Ritorno nietzschiano si possa trovare – Nietzsche intende porre come suo obiettivo polemico principale quello stesso Cristianesimo che, dopo aver accentuato l’incomunicabilità fra mondo terreno e mondo metafisico già teorizzata da Platone, aveva imposto un modello lineare della temporalità nel quale ogni evento restava legato indissolubilmente a quello precedente. Ed è proprio questa dipendenza a generare tutti i quei problemi dell’Uomo riguardanti la sua paralisi nei confronti del passato di cui parla Nietzsche. Alla luce di tutte queste considerazioni, sono diversi i fattori che legano gli Avengers a quella circolarità cosmica espressa dall’Eterno Ritorno. Non solo quei racconti mitologici asgardiani che insistono sull’alternarsi di periodi bui e luminosi nel corso della Storia – si pensi all’antichissimo Regno degli Elfi Oscuri di cui si parla in Thor: The dark world (2013) – e che ricordano tanto il sostituirsi sempiterno di Amore e Odio nel ciclo empedocleo. Ma anche il rifiuto di sentirsi legati a un evento passato che immobilizzerebbe le nostre azioni, come quello sancito dalla scelta degli Avengers di riportare in vita i caduti di Infinity War non già impedendo a Thanos di usare il Guanto dell’Infinito nel passato, ma piuttosto, preso atto di questo evento, considerandolo ininfluente e dunque resuscitandoli, potremmo dire, ex novo. Più avanti si comprenderà come, per Nietzsche, l’Eterno Ritorno rappresenti in realtà qualcosa di molto più importante: una sorta di spartiacque fra Uomo e Superuomo. Solo il secondo infatti sarà in grado di rendere il circolo da vizioso a virtuoso, rendendosi conto che solo chi non ama la propria vita potrebbe temere che essa si ripeta uguale a sé stessa in eterno, mentre chi la venera non può sperare di meglio. Non può che diventare quel pastore di cui si parla in Così parlò Zarathustra (18811885) che, stretto alla lingua dal nero serpente dell’Eterno Ritorno, gli stacca la testa con un morso, facendosi Superuomo in un istante: “Mai al mondo rise un uomo, come lui rise“. Non qui inteso come un uomo dalle capacità potenziate, come potrebbe essere appunto un supereroe. “Dotti bestioni mi hanno sospettato per questo darwinismo“, dirà Nietzsche in Ecce Homo, criticando chi trasforma il suo Oltre-uomo – cioè colui che varca i confini dell’umano in termini morali – in un Super-uomo – cioè dotato di poteri sovrumani. L’Eroe in grado di sconfiggere l’eterno ritorno non è dunque il Tony Stark reso invincibile da una scatola di latta in quel lontano 2008, ma lo stesso uomo che, a distanza di dieci anni, ha compreso come l’unica superiorità di cui si dovrà far carico è quella, tutta morale e ben poco ‘darwiniana’, per dirla con Nietzsche, di sacrificare il proprio destino in nome del destino di tutti.

Carlo Giuliano