Il Genio e l’arte della racchetta: il Bello tra Federer, Platone e Wallace

Il gioco inarrivabile del tennista svizzero assume i tratti dell’epifania del Bello, rendendo visibile l’idea platonica della perfezione plastica, usando il corpo per la manifestazione dell’assoluto. E’, Roger, l’ultimo, vero Genio?

Apertura dell’intelligenza, potenza dell’immaginazione, fervore dello spirito: queste sono le qualità che costituiscono il genio”, leggiamo nell’Enciclopedia di Diderot, in piena epoca dei Lumi, alla voce Genio. Quando DFW parla nel testo di momento Federer parla in termini narratologici di un’epifania, uno squarcio nel tessuto logico del mondo tra cui si può veder brillare il senso aureo e profondo di un’esperienza, di un pensiero o di un vissuto, rimandando in ultima istanza all’assoluto. Per suo gusto personale e per sua assonanza stilistica, ha scelto il tennista svizzero, probabilmente il più forte di tutti i tempi, per agganciare a una dimensione mondana questa esperienza primigenia di consapevolezza. Di più: con il suo gusto personale all’iperbole sistematica, alla prolissità fatta genere, alla filosofia analitica agganciata al più quotidiano e dimesso vivere, ci parla, parafrasando l’autista del servizio navette di Wimbledon, di una near-religious experience. Nel tempio del gioco, trova un messia adorato che somma parabole di top e backspin a momenti aurorali di coscienza del mondo.

(atp.com)

Tutto il bello del mondo, visibile e invisibile

Di tutte le idee supreme di Platone, quelle che gerarchicamente derivano dalla metaidee, il Bello ha uno straordinario vantaggio. Si vede. È frutto di continua, ingenua e anche goffa, esperienza sensibile. Il momento Federer è lo strappo nella tela, il recupero di un’altra dimensione, percepibile solo con l’intelletto, in cui la bellezza (e la bontà) di un movimento leggero come solo Re Roger può mostrare rimanda all’idea in sé, di quel “vero essere” che fa belle le cose belle. Ordine, precisione, misura: l’occhio di Platone è plastico, spaziale, metrico, essenico. Una prolungata esposizione alle partite dell’ex numero 1 del mondo garantisce un’estasi che ci strappa dalla bassezza terrena per ritrovare la luce della bellezza nel mondo delle pure forme, quella dimensione ultraterrena che è il mondo delle Idee. Il tennis è un gioco di competizione che deve pareggiare l’agone con la grazia: non produce per forza del bello (anzi, produce a volte una forza che vince senza essere bella), produce un vincitore e un vinto, che non sempre coincidono. Ma quando mirabilmente vittoria e bellezza viaggiano appaiate ci garantiscono una ribalta idea per la bellezza umana. DFW la chiama cinestestica, per etichettarne l’origine muscolare e la sublimazione nella coordinazione psicosomatica. È una bellezza fossile, perché ancestrale. Si lega allo spazio che attraversiamo e che riempiamo con il nostro corpo.

Niente di meglio dello sport, soprattutto se praticato a livello celestiale, per riconciliarsi con il medium della nostra presenza nel mondo, il nostro fisico. I gesti di Federer sfidano la leggi della fisica, esigono una coordinazione mostruosa, l’anticipo, il gioco di gambe, il senso del momento. Se lo spazio kantianamente si espande in tre direzioni istantanee, la grazia della stop-volley del tennista svizzero quasi si arrampica in un’altra dimensione, raccogliendo nell’invisibile agli occhi il Bello-che-rende-tutto-il-resto-bello per lasciarlo in pasto a occhi avidi, bramosi di una comoda bellezza a vista d’occhio. Applausi.

Il movimento puro verso l’essenza stessa delle cose

Con lucidità, DFW rileva la grandezza e la miseria dello sport trasmesso in tv, e, per chiunque abbia corso dietro a una palla gialla fluo nel circolo, la domenica mattina, ha tutte le ragioni del mondo. Il campo dell’inquadratura è intero, schiacciato dalla prospettiva forzata che, se da una parte garantisce la copertura dell’intera azione, dall’altro mortifica la spaventosa vitalità di quello sport, il suo lato agonico e fisico e falsa la velocità della palla (come vedere lo sci alpino, in tv, non si intuisce la vertigine della velocità e l’abisso delle pendenze). Meglio vederlo dal vivo. Eppure, anche a noi che non vinciamo la riffa per i posti di Wimbledon, è fatto questo mirabile onore, guardando le immagini. Questa concessione all’estasi erotica che DFW fa coincidere con la purezza edenica del movimento tennistico è momento perfetto, esiziale, inumano (letteralmente, perché giunge da una dimensione in cui l’uomo fisico non può giungere): i grandi campioni traducono in gesti che esplodono in canali di informazioni accessibili ai meno dotati frammenti sublimi di bellezza cinetica (il canestro a fil di sirena di Jordan, il jab fantasma di Alì, la mano de dios di Maradona) che ha potenza dirompente: si impone urbi et orbi, con la sua universalità, in grado di elevare tutti, ma proprio tutti, altrove, fuori, lassù dove splende la luce della sapienza.

Roger, genio di Carne e di Luce

Il genio dal corpo “insieme di carne e in qualche modo di luce” è all’opera in tempi infinitesimali, in cui è biologicamente impossibile compiere atti intenzionali: è l’ippocampo del campione che bypassa il pensiero cosciente a decidere forza, direzione, rotazione, taglio alla pallina e, spesso, lasciare l’avversario di stucco. Questo è il dono divino che si può coltivare ma non può essere scelto: al contrario si viene scelti. Utilizziamo il tag genio per Roger abusando di una grande categoria dell’estetica occidentale, con la quale indichiamo per comodità il mistero della creazione del bello che riluce nell’opera d’arte. Arte che porta bellezza, che ritaglia la portata del genio: pare facile. Questa china ha sempre più rallentato nei secoli, dopo la sua comparsa, databile verso il Cinquecento, fino a essere visto con divina indifferenza oggi, dove è sparito, per occhieggiare appunto in ambiti poco ortodossi, come la competizione sportiva. Eppure, è evidente che lo status elevato di produttore di cose belle (aka l’artista) è ancora riconosciuto come eccezionale e irripetibile. Pensate a cosa direbbe Benjamin di un saggio estetico su un’azione cinetica e meccanica (riproducibile?) e riproposta ovunque sui canali di informazione. Ne uscirebbe molto colpito, se non abbattuto. “L’uomo di genio, invece, è colui che possiede uno spirito più aperto, è colpito dalle sensazioni che gli vengono da tutti gli esseri, si interessa a tutto quanto esiste nella natura, non riceve mai una sensazione senza che essa risvegli in lui un sentimento tutto agisce e si conserva nell’animo suo”, leggiamo ancora nell’Enciclopedia di Diderot. E a una decina di anni abbondanti dal pamphlet di DFW possiamo ancora gioire di quel momento mirabile di incarnazione del bello in tenuta bianca (almeno a Wimbledon), là dove almeno per un istante eterno e diverso da tutti gli altri l’ordine e la misura hnnoa sconfitto il tempo e la materia e le leggi meccaniche di un universo insensibile al gusto. Quando Roger è ispirato (lo è stato tanto e per tanto tempo, oggi come Odino si sopisce nei suoi leggendari sonni) rende umano e percepibile qualcosa che non può esserlo, ed è di questo che tutti dovremmo essergli eternamente grati.

casualwanderer

 

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