Perché l’uomo vuole conoscere il proibito? La tracotanza del Faust esemplifica la curiosità umana

Se non ci fosse stato il serpente, Eva avrebbe ugualmente mangiato la mela proibita- proprio perché le era stato imposto di non farlo. Pandora ha aperto il vaso perché doveva restare chiuso. Icaro ha osato sfidare l’ineluttabile legge della natura solo perché era tale. Incontentabile, curioso, insaziabile, superbo: questo è l’uomo. Pecca di tracotanza, e forse è un bene che lo faccia; d’altronde può la sete di conoscenza essere considerata un peccato?

Adamo ed Eva nell’Eden

 

 

Homo faber fortunae suae

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”

Dante afferma ciò nel XXVI canto della Divina Commedia, mettendo tali parole in bocca ad Ulisse, esempio lampante della hybris che uccide, che annienta colui che si oppone alla macchina perfetta dell’equilibrio delle cose. L’uomo ha un determinato posto, che non comprende conoscere il tutto. Ma l’uomo, viscida creatura, si ribella, in nome della sapienza.

Portavoce del desiderio di conoscere il proibito è il personaggio del Dottor Faust, figura realmente esistita come Johann Georg Faust, astrologo, mago, medico, alchimista e avventuriero tedesco del XVI secolo le cui gesta ispirarono il genio del drammaturgo Christopher Marlowe.

Fosse stato più longevo, sarebbe diventato il più grande autore della letteratura inglese. Sì, proprio Marlowe,  quello che nei libri si salta sempre perché “Shakespeare è più importante” (anche se senza Marlowe “il bardo di Avon” non avrebbe scritto un bel niente dal momento che è stato proprio il primo a perfezionare il blank verse), perché era un tipo strano e scomodo persino per i suoi tempi e perché sfortunatamente il nostro autore, morto precocemente a 29 anni in una rissa, ci ha lasciato solo due traduzioni (la “Pharsalia” di Lucano e gli “Amores” di Ovidio) e sei opere, tra le quali “La tragica storia del Dottor Faust”.

Marlowe fu iperbolico nello spingere all’estremo la passione dominante dei suoi personaggi e con il Faust crea la più dibattuta tragedia del teatro elisabettiano: dilaniata dal conflitto tra dogmatismo religioso e umanistica affermazione di sé mediante la tracotanza che tanto caratterizza eroi- o antieroi, a voi la scelta- del mondo antico, come per esempio Ulisse o Icaro.

Faust e Mefistofele nella rappresentazione teatrale della tragedia al Globe Theatre

 

 

Faust è per alcuni versi proprio un Icaro moderno, perché pecca di hybris e non ha paura del Cielo. È scettico riguardo al Bene e teso verso il Male, senza dèi e paradossalmente in compagnia del demonio, eternamente in tentazione, alla ricerca di una conoscenza infinita e impossibile. Marlowe punta proprio sulla sua libido sciendi, la sua sete di conoscenza: appagamento dei sensi e dominazione non sono assenti, ma rappresentano le naturali conseguenze della sua sconfinata (e proibita) cultura. Non è difficile, dunque, identificare Faust con l’uomo in quella che dovrebbe essere la sua forma più pura e perfetta: quella del sapiente. È il sapiens, il dotto, il saggio; colui che elude il divieto in nome di un bene maggiore ad essere l’uomo virtuoso per eccellenza, il prototipo al quale tutti dovremmo aspirare in nome della cultura e della scienza.

Storicamente parlando la figura di Faust doveva rappresentare un monito contro la ricerca scientifica, percepita come antagonista della teologia; ma ben presto però essa divenne molto più che un anti-exemplum religioso. Faust è l’uomo nuovo, l’eroico ribelle, la cui vicenda non va condannata ma individualisticamente esaltata.

L’incapacità di Faust di pentirsi racchiude il senso intero dell’opera: non si chiede scusa per aver osato. L’uomo può, dunque fa. Agisce. Scopre. Crea. È un uomo fautore del proprio destino quello che conosce ogni cosa, non soggiogato dalla piaga dell’ignoranza ma illuminato dalla luce della conoscenza, verso la quale dobbiamo tendere ad ogni costo- anche se si tratta di vendere “l’anima al diavolo”.

 

Sara Paolella

 

 

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