Il Superuovo

I meme sono salvi: la riforma del copyright e le sue controversie

I meme sono salvi: la riforma del copyright e le sue controversie

Ce la siamo vista brutta, ma ora possiamo fare sonni tranquilli. Almeno fino a settembre, quando il dossier della proposta di direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale sarà nuovamente esaminato dall’Europarlamento. Si è tenuta giovedì a Strasburgo, infatti, la plenaria del Parlamento europeo che ha respinto la riforma sul copyright (318 no, 278 sì e 31 astenuti), rimandando i negoziati tra Parlamento, Commissione Ue e Consiglio a settembre.

Dopo un anno e mezzo di controversie e il pronunciamento contraddittorio di quattro diverse commissioni europarlamentari, è giunta solo il 20 giugno scorso l’approvazione, da parte del Comitato Affari Legali del Parlamento europeo, della proposta. Favorevoli le commissioni europee per Industria, Ricerca, Energia e Cultura, contrarie quelle competenti in materia di Mercato interno, Consumatori e Libertà civili. Ma a disapprovare il testo troviamo anche Google e altri giganti della rete. Le nuove normative, infatti, hanno fatto storcere il naso ai più per alcune criticità insite soprattutto negli articoli 3, 11, 12 e 13: nate con l’obiettivo di sottoporre colossi del web come YouTube, Facebook, Dailymotion e Sound Cloud a un controllo qualità e al pagamento dei diritti d’autore per i contenuti video, musicali e giornalistici, sull’esempio di Spotify e Deezer, esse sono finite per intaccare le debolezze delle norme in vigore, proponendo però ‘miglioramenti’ sconvenienti, sbagliati e limitanti.

Grazie alla scarsa chiarezza della direttiva attuale, datata 2001, i giganti dell’economia digitale potevano ovviare alle regole sul diritto d’autore dichiarandosi semplicemente gli intermediari nello scambio di contenuti fra utenti e non i distributori diretti di quei contenuti. Con questa legge, invece, la speranza era di garantire una meritocratica remunerazione per i content creators della rete, tra cui artisti e giornalisti, e assicurare la libertà di espressione e innovazione, pur eccettuando “i servizi che agiscono con scopo non commerciale come le enciclopedie online“, l’estrazione di testo e di dati (vedi art. 3) e le attività di carattere educativo e culturale (come musei e librerie, vedi art. 4).

I meme erano tra gli ovvi bersagli della legge (fonte: Wired)

Nei giorni successivi a tale approvazione, che necessitava di un ulteriore voto dell’intero Parlamento tenutosi appunto giovedì, numerosissime altre entità digitali e politiche si sono espresse in merito alla validità di tale proposta: dal creatore del web a Wikipedia Italia, Wikimedia Italia (solo alcune pagine) e Creative Commons tutta, seguite a ruota dalle altre versioni linguistiche di Wikipedia, compresa quella inglese, senza trascurare le reazioni miste delle forze politiche italiane e le Leghe di Serie A e Serie B, orientate in favore della proposta.

Mentre, infatti, il Forza ItaliaPd, favorevoli alla riforma, tacciavano di fake news tutte le problematiche derivanti dagli articoli 11 e 13 (i Dem hanno addirittura stilato un elenco delle news smentite), Lega e Cinquestelle si schierano apertamente contro: su Twitter Salvini parla di “bavaglio alla rete e a Facebook respinto anche grazie al no della Lega: non ci fermeranno“, seguendo a ruota l’entusiasmo di Di Maio che, definendo giovedì “un giorno importante“, spiega che l’esito della plenaria è “il segno tangibile che finalmente qualcosa sta cambiano anche a livello di Parlamento europeo. La seduta plenaria di Strasburgo ha rigettato il mandato sul copyright al relatore Axel Voss smontando l’impianto della direttiva bavaglio. La proposta della Commissione europea ritorna dunque al mittente rimanendo lettera morta, il segnale è chiaro: nessuno si deve permettere di silenziare la rete e distruggere le incredibili potenzialità che offre in termini di libertà d’espressione e sviluppo economico“.

Wikipedia oscurata in segno di protesta: “L’Europa si dia una mossa”

Pericolo scampato

Non è bastata la creazione della campagna di sensibilizzazione e attivismo #SaveYourInternet, con tutte le petizioni annesse, a calmare gli animi online, che gridavano già alla censura generalizzata dei contenuti. Ma se da un lato è importante e giusto che si tuteli la proprietà intellettuale, dall’altro una revisione così dura e drastica delle leggi vigenti avrebbe impantanato l’intera rete, soprattutto perché la proposta avrebbe costretto le piattaforme come Facebook a censurare i contenuti degli utenti ancora prima che fossero pubblicati. E tra questi contenuti, indovinate un po’, rientravano anche i meme, dato che essi includono spesso frammenti di film, serie tv, programmi televisivi ed estratti di opere cult adattati al mondo social e resi virali.

3, 11 e 13 sono gli articoli più incriminati e rispondono ad alcune paroline magiche: Text and Data Mining, Link Tax e Upload Filter.

Articolo 3: “Text and data mining”

L’estrazione di testo e di dati è una procedura che consente a un calcolatore di esaminare in automatico grandi quantitativi di dati per estrapolare maggiori informazioni (come caratteristiche, connessioni semantiche, correlazioni ecc.) dai contenuti condivisi online. Se con le vecchie leggi, tutt’ora in vigore, in Europa il data mining è regolamentato al fine di proteggere i detentori dei diritti sui contenuti analizzati, con la nuova proposta lo si sarebbe aperto solo alle organizzazioni finalizzate allo studio e alla ricerca, come le università. E proprio questo era il punto maggiormente discusso dell’articolo, poiché avrebbe rallentato il processo innovativo nel Vecchio Continente, in particolare nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

Articoli 11 e 12: “Link tax” e “Fair compensation”

Denominato la tassa sui link e inizialmente approvato con appena un voto di scarto, l’articolo 11 è concepito per proteggere i contenuti giornalistici dai trucchetti poco etici del mondo digitale e va a braccetto con l’articolo 12, “Richieste di equo compenso“, il quale si occupa degli indennizzi dei torti online. Intitolato, infatti, “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale“, esso impone, per le piattaforme online che condividono link o citazioni di articoli altrui, il pagamento di una licenza preventivamente rilasciata dal detentore dei diritti su quelle pubblicazioni. Un esempio non strettamente correlato al digitale potrebbero essere le anteprime dei quotidiani che vengono passate in rassegna dai comici satirici come Crozza, da alcuni youtuber che si occupano di informazione e attualità, come Breaking Italy e dai vari telegiornali e programmi d’approfondimento.

All’atto pratico, ciò avrebbe reso estremamente costoso e pragmaticamente difficile curare la produttività redazionale, a maggior ragione se improntata sulla cronaca. Se attualmente leggo un articolo de ‘Il Fatto Quotidiano’ e un particolare passaggio sembra calzare al mio pezzo in stesura, nulla mi vieta di riportarlo tra gli apici specificandone debitamente la fonte. Se fosse passata questa legge, invece, qualunque testata o redazione online si sarebbe dovuta preoccupare di ogni singolo snippet o, nel caso di fan page e piattaforme di condivisione, di ogni singolo post contenente un link a una pubblicazione, onde evitare querele di sorta dal giornale a cui è stata ‘sottratta’ della proprietà intellettuale.

Condividere un link al sito di un quotidiano“, scrive a tal proposito ‘Linkiesta’, “potrebbe richiedere un accordo formale con quel quotidiano, e un pagamento“, mentre la legge è deficiente di casi particolari, esenzioni, specificità nella quantità di testo che si può riprendere (diversamente da come avviene nel plagio musicale), e “le piattaforme come Google o Facebook potrebbero decidere di non pagare il compenso per determinati siti o articoli, diminuendo drasticamente il traffico in entrata verso di essi“.

Inoltre non si parla di come la satira si sarebbe inserita in questo scenario, mentre c’è chi è convinto che nessun giornale segua così a fondo i social da smascherare ogni plagio ed esigere i soldi, qualora gli spettassero, da tali piattaforme rischiando di perderci in visibilità e traffico (sarebbe masochismo). Inoltre lasciare i provvedimenti alla discrezionalità delle testate colpite di certo non garantirebbe un uso corretto del copyright, soprattutto quando le parti citate sono inserite tra le virgolette e sussistono per riportare le parole di un giornalista o muovere una critica, e non per plagiarne il contenuto.

È in virtù dell’articolo 12, incentrato proprio sul fantomatico pagamento (fair payment) stimato con il fair value, che l’avente diritto può “reclamare una quota del compenso previsto per gli utilizzi dell’opera“, simile alle link tax spagnola e tedesca. Alcune ricerche svolte dall’EPRS, il dipartimento di ricerca interno dell’Europarlamento, tuttavia, hanno dimostrato come tali normative abbiano un impatto negativo sull’informazione online e siano capaci di mettere in crisi gli aggregatori di news come Reddit.

Articolo 13: “Upload filter”

L’articolo 13 “rende le piattaforme online responsabili per eventuali violazioni del diritto d’autore dei contenuti che ospitano“. Conosciuto anche come “macchina della censura” o “meme killer“, si tratta dell’articolo più controverso e discusso da quando la proposta di legge è stata resa nota e il suo titolo reale è “Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti“. Una lettera indirizzata al presidente del Parlamento europeo e firmata, tra i tanti, dall’inventore del web Tim Berners-Lee, avvertiva che l’articolo 13 della proposta di direttiva sul diritto d’autore “compie un passo senza precedenti verso la trasformazione di Internet da una piattaforma aperta per la condivisione e l’innovazione, in uno strumento per la sorveglianza e il controllo automatizzato degli utenti“.

Tale testo, infatti, imponeva misure “adeguate e proporzionate” alle piattaforme online con contenuto generato dagli utenti, al fine di evitare violazioni del diritto d’autore. E quale sarebbe stato il metodo migliore per sottoporre tali piattaforme a verifica? Un controllo ex ante dei materiali caricati online nell’Unione europea, indubbiamente contrario ai principi di apertura e libera circolazione delle informazioni su Internet, perpetrato attraverso filtri simili al ‘Content ID’ di YouTube, un’intelligenza artificiale che flagga automaticamente tutti i filmati caricati, esegue comparazioni di dati e valuta l’autorialità per gestire poi i ricavi tramite gli adds. Se il Content ID incappa in contenuti protetti, in seguito alle dovute verifiche, o li rimuove dal canale o li riempie di pubblicità, in modo da condividere gli introiti con i detentori del copyright.

Chiaramente l’algoritmo, data la complessità delle sue operazioni, non è affatto esente da errori, a cui rimedia un intero parco dipendenti pronto a risolvere controversie, aggiustare i difetti del codice e analizzare personalmente alcuni contenuti per conto di YouTube. Ma i bug permangono ed è per questo che si è ridotta la tendenza di infarcire i video con frammenti di film o musica sotto copyright, e quindi di fare meme su YouTube. Nel caso dell’articolo 13, il concetto era espandere questa “tecnologia di riconoscimento preventivo“, appunto un filtro degli upload, a tutti i contenuti di Internet, di ogni tipo e su ogni spazio web. Il che avrebbe comportato una vera e propria censura. “Siccome costerebbe troppo far fare questi controlli a degli esseri umani“, continua sncora ‘Linkiesta’, “il lavoro sarà affidato ad algoritmi. Saremo censurati, e i censori saranno macchine. L’esperienza di questi anni – ad esempio quella di Facebook nel contrastare le fake news – dice che gli algoritmi fanno molto male questo lavoro. Le aziende saranno tentate di censurare tutto o quasi, pur di evitare di pagare penali.

Leggendo l’articolo, si potrebbe immaginare che uno dei settori più coinvolti sia quello musicale, specialmente in seno al famoso value gap, la differenza di rendita per artisti e discografici tra i servizi su abbonamento come Spotify e gli adds online di YouTube, decisamente meno redditizi. Ma l’intento non particolarmente esplicito dell’articolo 13 minacciava implacabilmente tutti le tipologie di contenuto: i blog, le dirette streaming, i forum onlin e i file che vi circolano, la condivisione di meme realizzati con immagini di film o serie tv, le gif, i video di Musically, le parodie e i fotomontaggi d’altro genere. Estendere al resto del web un algoritmo automatico già imperfetto come quello di YouTube, che ad esempio non riconoscerebbe la satira, sarebbe stato deleterio per chiunque.

Inoltre, tale legge avrebbe rischiato di favorire le grandi multinazionali a scapito delle start-up, poiché, nel caso di approvazione, sarebbe stato onere della singola azienda disporre delle risorse per fornire tale strumento di controllo, e sicuramente un Facebook o un Twitter hanno più possibilità economiche per implementare una tecnologia simile rispetto alla piccola e neonata impresa sconosciuta ai più.

Sonni tranquilli

Ma, fortunatamente, come si diceva nell’incipit, non c’è alcun pericolo. A settembre, con ogni probabilità, il testo verrà riproposto in una versione radicalmente rivista in funzione del polverone che in particolare l’articolo 13 ha alzato sui social per la questione meme (sono stati fatti addirittura scioperi) e l’articolo 11 per tutti coloro che di giornalismo online campano.

Fonte: Socialisti Gaudenti

Abbiamo rischiato di togliere a Internet la maschera di apparente libertà che adesso continua a indossare, quasi cedendo il fu web aperto alle grandi imprese in grado di adattarsi al sistema disseminando filtri e bot per passare al vaglio ogni contenuto caricato e ogni attività online, fino a scontrarsi con la libertà d’espressione, enunciata a livello comunitario nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) e nella Tutela della libertà di espressione nell’Unione Europea (TUE), oltre che con la nostra privacy. Insomma, siamo riusciti a evitare quella che potremmo definire a tutti gli effetti una distopia liberticida del web nella quale non vorremmo incappare mai più. Perché bisogna tutelare il copyright, ma senza ammazzare Internet stesso. 

Simone Conversano

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