Dalla Violenza alla Pietà: la filosofia spiega la parabola evolutiva dei Metallica

Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d’altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell’arte”, pausa. Correva l’anno 1825 e una referenziata rivista inglese di settore stroncava senza pietà l’hit del millennio: “Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo”. Il dito accusatorio e pontificante mira dritto alla Nona. Questa è stata la recezione che un settore della musica colta ha riservato a Ludovico Van. Se il tenore delle recensioni per una indiscutibile pietra miliare della cultura europea era questo, provate a immaginare la tempesta di parole che investe da decenni la musica metal. Eppure. L’evoluzione artistica di una band come i Metallica non è solo una piacevole migrazione tra la facile infatuazione adolescenziale e la matura conquista di un amore adulto. È una sfida al pensiero, un pungolo all’ascolto problematico e zetetico. Non parliamo di filosofia dei Metallica, ma di spunti di pensiero interno alla loro parabola artistica e umana.

Santa Rabbia

Nonostante una sostanziale sottovalutazione, tanto Platone quanto Aristotele concordano nella capacità della musica di evocare emozioni con conseguenze morali. Per Platone, poi, la ricaduta morale e virtuosa è l’unica moneta con cui un artista può pagare la permanenza nella Repubblica. La Rabbia, santificata in un album (controverso, come quasi tutti quelli dopo “… and Justice for All”), è un’emozione dilaniante: ci troviamo di fronte il lato oscuro dell’arte a forti tonalità emotive. Muovere le passioni mette a repentaglio la guida razionale (e socraticamente virtuosa) della nostra esistenza, rischiando di fare saltare il banco emozionale. Una disordinata condotta emotiva si traduce in una epigona vita sociale confusa, irrispettosa, autoreferenziale. In altre parole, brutta (polarmente opposta all’ideale plastico, mirabile e armonioso della kalokagathia, la bellezza-e-bontà, splendente vidimazione della vita virtuosa). Le emozioni smodate sono in parte salvate da Aristotele: il merito della tragedia è quello di portare sul palco la complessità della vita, educando lo spettatore alla pietà e alla paura. L’aureo giusto mezzo dell’etica del greco si specchia nell’abisso della morte violenta (Damage, Inc., One): quando la vita ci distilla orrore quasi puro, l’effetto è catartico. In fondo, nel cuore nero dell’umanità possiamo tessere la nostra paura ed edificare la nostra pietà per affrontare i cascami tragici che inevitabilmente la vita ha in serbo per noi. Contro il maestro che fuggiva la scala emozionale troppo vasta e incontrollabile dell’arte, Aristotele ne sostiene il valore purgante, in grado di eliminare le scorie delle emozioni negative.

Un Dio che ha fallito

Difficilmente il giovane Hetfield avrà letto Nietzsche, ma riscontrare il fallimento di una divinità che ci chiede fede, ci promette luce e ci regala una tomba vuota (come rileva Hegel, nella dialettica della religione) equivale ad annunciare la morte di dio. A morire non è solo (non è tanto) il divino della cristianità: con questo annuncio, il vagito della nuova razza di uomini, si seppellisce ogni pretesa della trascendenza, ogni fondamenta morale, ogni rivendicazione oggettiva in campo assiologico. A morire è l’idea, così platonica, così debole (“la promessa è spezzata”, “vivere è morire”, dove non si può tacere sulle menzogne che uccidono il mondo intero), di un mondo ultraterreno dove riscuotere i debiti, trovare quella pace promessa, dimenticare le sofferenza del mondo. È bene ficcarci in testa che “c’è un solo mondo ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso”. Religione, metafisica, morale sono sonnecchianti sicari della verità. Se incontrate il Buddha sulla via, uccidete il Buddha, viene detto ai fedeli. Il medium, almeno in questo caso, non è il messaggio.

Vuoi quello che voglio io?

La dolorosità dell’esistenza è stata una costante nella vicenda personale ed artistica dei ragazzi della Baia (la tragica morte di Burton, il primo bassista, gli sprofondi della dipendenza di Hetfield) e, negli anni, alla consapevolezza del tragico si è agganciato il desiderio. Spegnimento del dolore (la risposta alla domanda del paragrafo è “non un desiderio materiale”), automacerazione, pratiche di riduzione dell’io, prove concrete di pietas cristiana e bodhasattva occhieggiano qua e la in testi maturi.

Dopo l’odio indiscriminato (Kill’em all, uccideteli tutti, “vi stiamo cercando per iniziare a litigare”), “combatti il fuoco con il fuoco”, le maledizioni senza perdono (la vita sprecata a seguire quello che gli altri si aspettano da noi, ampiamente tratteggiata nella versione estesa del video di Unforgiven, le stragi inutili di giovani vite costrette a “tornare al fronte”), l’ingiustizia elevata a sistema (dileggiata, violentata, perpetrata a sangue freddo “per tutti”), il burattinaio delle nostre vite, la rabbia che salva (“voglio che la mia rabbia sia salutare”) scopriamo così che vivere non è combattere, e nemmeno vale come metafora. Bisogna arrendersi per vincere: la vita non è questione di progresso, non di perfezione.

 

Track list per un valente milite del metallo

  1. Seek and Destroy
  2. St. Anger
  3. Fight fire with fire
  4. To live is to die
  5. Disposable Heroes
  6. The Unforgiven I
  7. Mama Said

casualwanderer

 

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