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La tensione umana alla filosofia, dai mille perché dei bimbi alla meraviglia di Aristotele

Seguendo l’addentrarsi nel mondo dei bambini, possiamo immaginare il viaggio del sapere che l’uomo ha fatto dall’inizio della sua presenza sulla Terra. I bambini entrano nella vita e gli uomini, evolvendosi, sono entrati nel mondo, varcandone la soglia. Per tutti la domanda è una: “perché?”, l’architrave della ricerca filosofica è il principio da cui tutto è scaturito, l’archè, antico compagno di studi dei primi mesi del Liceo. C’è sempre un principio in cui si parla di vita, di noi e quindi si fa filosofia. L’infanzia è il terreno rigoglioso della curiosità e dell’ingenuità, lontano da rigore e logica. Le domande sghembe dell’ingresso nel regno del senso sono un puro segno di tensione umana al sapere, di quella struttura genitiva del sapere. La filosofia dei bambini è uno sguardo che non si può insegnare ma che si può imparare. 

L’apertura al sapere passa attraverso le domande

“Perché la barba ha la faccia?”

In quel mirabile compendio di ingegno, ingenuità, leggerezza che è ancora oggi “Favole al Telefono” di Gianni Rodari, compare la storia di questo bambino “che faceva tante domande, e questo non è certamente un male, anzi è un bene”. Ma inanellava queste domande: “Perché i cassetti hanno i tavoli?”, “Perché le code hanno i pesci?”, “Perché i baffi hanno i gatti?”, “Perché l’ombra ha un pino?”, “Perché le nuvole non scrivono lettere?”, “Perché i francobolli non bevono birra?”, “Perché la panca si chiama panca? (domanda bonus, mimetizzata alla perfezione: questa è di Adorno, che ci parla di “ingenuità non ingenua” e di domande dell’essere per i bambini)”.

Non esistono domande stupide ma solo risposte stupide

La gente si stufò presto di queste domande e, crescendo, il bambino si ritirò dal mondo, vivendo da solo, continuando a credere nel valore delle domande. La letteratura mondiale si è nutrita di buoni sentimenti verso la natura dialettica e senza filtri dei bambini. Per Vico è paragonabile allo stato culturale dell’umanità prima dell’avvento della filosofia greca (visione troppo etnocentrica, c’è da dire); per Rousseau, il bambino è lo stato edenico del buon selvaggio che tutti attraversiamo durante la nostra esistenza. E via via, Kant, Condillac, Galluppi, Merlau-Ponty. Per Jaspers i bambini sono spesso geniali e perdono poi il tocco magico con la crescita. Come dimenticare poi la profondità di pensiero naturale e non faticosa (come la nostra) che il fanciullino di Pascoli ha quando “ci trasporta nell’abisso della verità”? Il bambino non è ancora nel mondo, non c’è ancora. Manca la gettatezza (dasein heideggeriano), rimane solo la presenza.

Le domande non sono mai indiscrete, lo sono a volte le risposte (O. Wilde)

La tensione dialettica è alla base del sapere

Le domandi geniali del bambino incompreso appartengono alla sfera pre-critica e pre-filosofica che l’umano attraversa nel momento della sua formazione come persona. L’errore è logico e ontologico nel senso pieno: l’avere o meno baffi e barba non mette a rischio o altera la sostanza “faccia” che può essere compresa a se stante e ha senso compiuto. I baffi sono sempre relativi a un viso e così la barba o i cassetti di qualche mobile. Sono accidenti che si aggiungono, non spesso, talvolta, non necessariamente, alla sostanza ma non ne entrano nella sua definizione. Piaget ha una sua personale risposta: quelle giustapposizioni contraddittorie (barba\faccia, cassetti\tavoli) sono naturali durante la crescita. Il bambino inverte le classi logiche dei giudizio, rovesciando i rapporti di predicazione perché ancora troppo legato a una percezione soggettiva del mondo (è solamente nel mondo, non c’è ancora). Non cerca il vero oggettivo, si accontenta di una versione plausibile del mondo e trova del tutto naturale porre simili questioni. Per cui, il piccolo uomo è e non è un piccolo filosofo. Non lo è perché il suo pensiero ovviamente non articola un edificio teorico o un sistema vero e proprio. Lo è perché affronta questioni di senso, sui fenomeni esterni (mondo), su quelli interni (mente, animo, coscienza, io) e sull’origine e il fine di tutto (divino, metafisica, trascendente). Curiosità inossidabile, fantasia illimitata, ingenuità edenica: il corredo intellettuale di un buon filosofo è la stessa carrozzeria su cui viaggia l’infanzia. Uniteci anche il gioco come pratica di ricerca e di esplorazione del mondo (questa suona meglio per i piccoli, eppure, la dimensione del gioco linguistico teorizzata da Wittgenstein non atterra molto lontano) e non servirà altro.

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, oggi come in origine, a causa della meraviglia (Aristotele)

Siamo dominati dallo stupore di fronte a un mondo che squaderna sorprese e misteri. Ci stupisce tutto, all’inizio, e questo stropicciarsi gli occhi si traduce in un’onda di perché che mettono a dura prova la pazienza degli adulti. Sono domande spregiudicate e radicali, come detto, che esigono risposte altrettanto fantasiose. Le risposte che troviamo o che ci vengono fornite non devono essiccare la vena della ricerca o la fiumana del comprendere. Una risposta opaca vela e banalizza l’esistenza nel suo quotidiano scorrere verso una più o meno salvifica routine. L’apertura alla meraviglia rischia di annegare: da bambini siamo tutti metafisici (alla ricerca di un motivo per cui tutto succede come succede), crescendo la società ci impone uno scampolo di riflessione morale (la maturità, la responsabilità, il dovere) per finire tragicamente a sterilizzare il pensiero (per il resto, ci pensa già la natura) e rendicontare la nostra esistenza in termini di stipendio, di ferie, di orari, di scadenze. Non è la geometria del Bene dell’Accademia, attenzione. Questa è proprio sterilità asettica. Rimane pur vero che la pietra pomice della crescita può anche levigare il fiuto filosofico, tagliando via con lo scetticismo della prima adolescenza quelle false credenze e quei pregiudizi in cui un cuore puro rischia di impantanarsi. Però è proprio del sapere fondarsi sul mito e sul pensiero fantastico.

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