Un ritratto governamentale dell’odio: Foucault e la biopolitica razzista

Si sente dire sempre più spesso che il decennio venturo di questo secolo sta portando con sé un ricorso vichiano agli anni ’20 del ‘900, testimone di una ritrovata ascesa dell’ideologia populista nella politica europea. In particolare, l’ondata migratoria africana e mediorientale è diventata una vera e propria strategia di marketing per i partiti estremisti di Slovenia, Ungheria, Italia, Francia, Germania e molti altri stati, di cui alcuni sono ora al governo dei rispettivi paesi. Parte integrante della loro campagna si basa su un forte principio di legittimità per l’appartenenza culturale e genetica a un determinato posto, arrivando a mettere in dubbio la cittadinanza degli individui non conformi allo standard vigente. In breve, se sei nero non puoi essere italiano, al massimo sei nato o cresciuto in Italia, e “purtroppo dobbiamo tenerti”, per citare l’attuale Ministro degli Interni.

Oltre al vecchio continente, manifestazioni di matrice razziale sono state comuni anche negli Stati Uniti, con il famoso Ku Klux Klan, o in Giappone, dove il fascismo imperiale cercò in tutti modi di “imbiancare” la razza giapponese, colpevole di avere dei tratti simili agli inferiori Cinesi e Coreani. Ma come mai la necessità di delineare l’appartenenza nazionale è così fortemente sentita nei governi di stampo populista? Come riescono a entrare così efficacemente nella vita dei cittadini, modificandone le relazioni interpersonali, fino ad arrivare alla violenza fisica? È qui che interviene Michel Foucault, filosofo francese del secolo scorso, con una risposta interdisciplinare che unisce politica e biologia: per comprendere il razzismo, dobbiamo prima comprendere la biopolitica.

Razzismo
“Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale”

Nonostante sia stato Foucault a inventare e introdurre questo termine, per la prima volta nel ’74, c’è anche da dire che lo stesso autore non ne sia mai riuscito a dare una definizione precisa, utilizzandolo nei modi più disparati (infatti sia Lemke che Rasmussen lamentano questa lacuna). In particolare, manca la fondamentale differenza fra la biopolitica in sé e il suo strumento governativo, il biopotere. Ma in ogni caso, la sociologia moderna ha dato a entrambi una definizione ben precisa. In breve, possiamo dire che: la biopolitica è una materia interdisciplinare che studia l’interconnessione fra politica e biologia, mentre il biopotere è la forza razionalizzante del governo che interviene sui diversi aspetti della vita umana e sulle relazioni interpersonali fra individui.

Se ciò può sembrare poco chiaro, il tutto si può cristallizzare nel fatto che nella storia contemporanea, specialmente del 20° secolo, il governo si è spostato da una matrice puramente politica al dominio della vita personale dei cittadini. Per Foucault, la relazione vigente fra biopolitica e vita privata concerne principalmente il razzismo e la sessualità (in scritti come Il Faut Défendre la Société e L’Histoire de la Sexualité). Lo Stato del 20° secolo è riuscito a filtrare la sua ideologia politica nella vita quotidiana degli individui, arrivando persino a influenzare la sfera sessuale del cittadino. Accoppiarsi con una razza inferiore non solo era visto come un abominio nella percezione conservatrice dello strato popolare, ma era un’offesa legale nei confronti dello Stato. Chiariamo il tutto con un esempio: come il biopotere del cancellierato di Hitler sia riuscito a penetrare nelle relazioni interpersonali dei tedeschi, fino a creare un governo basato su leggi razziali e odio verso l’anormalità eugenetica ebrea.

Comparando il razzismo di matrice nazista a al ‘razzismo tradizionale’ che ha portato gli stati europei alla tratta degli schiavi, la prima cosa che si nota è come non vi sia un interesse economico di fondo. La tratta atlantica schiavista era basata su un mero guadagno nel traslocare intere comunità di schiavi nel nuovo mondo. Non vi era nessun beneficio nella morte di uno schiavo, mentre il nazismo ha avuto nella sua agenda l’orribile sistematizzazione dell’eliminazione di milioni di persone. La ‘logica’ nazista nel genocidio ebreo è una logica puramente biopolitica: cioè l’immunizzazione di una razza superiore da un agente patogeno estraneo, rappresentato da una razza inferiore, con cui gli ariani non avrebbero dovuto mischiarsi. Queste tecniche biopolitiche mirano alla normalizzazione di un certo standard, che come era lo sterminio dell’agente patogeno ebreo, oggi può essere l’intolleranza vero l’infezione africana del popolo europeo.

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Principalmente basati ad Amburgo, gli Swing Clubs fungevano anche come ritrovo di giovani dissidenti per scambiarsi informazioni e notizie sulle forze degli Alleati.

La biopolitica governamentale si serve quindi del suo biopotere per poter penetrare nelle relazioni interpersonali individuali e innescare un meccanismo di purificazione attraverso tecniche di esclusione. Oggigiorno la monopolizzazione della conoscenza e delle arti di matrice totalitaria (sia nazi-fascista che comunista) non è, forse, più applicabile al contesto europeo e il determinismo biologico non è più ideologia di Stato. Ma la visione del razzismo come tecnica biopolitica statale ancora si applica all’agenda populista di determinati partiti. Più che una forma di pregiudizio irrazionale o di discriminazione sociale, il razzismo che fa urlare al furto del lavoro da parte dello straniero è invece un’imposizione governativa che viola la relazione personale dell’individuo con la comunità, mistificandone e modificandone la natura delle sue basilari relazioni.

Vi è da dire che però, teoreticamente, la tesi foucaldiana può essere tacciata di avere una visione fin troppo totalitario-funzionalista. Difatti costituisce una struttura invariabile di relazioni, pretende di articolare i modi con cui la superstruttura governativa si approccia con i cittadini e assume un significato solo nel momento in cui la sua funzione esiste in relazione a un tutto più grande. Non a caso Hardt e Negri accusano Foucault di non essere riuscito a distanziarsi dall’impalcatura teoretica del movimento strutturalista (estremamente influente in Francia in quel periodo). E Deleuze richiama al fatto che il dominio ‘locale’ del potere in Foucault ha due significati ben diversi: è ‘locale’ perché non è mai globale, ma allo stesso tempo non lo è poiché diffuso e permea tutti gli aspetti della società.

Ma oltre a ogni aspetto teorico, il discorso di Foucault continua. Da circa gli anni ’80 in poi una nuova forma di neorazzismo è venuta a svilupparsi. La forza di questo nuovo movimento si basa sul rimpiazzo della razza con la cultura, eludendo la critica antirazzista. Ciò vuol dire che il discorso costruttivista contro il determinismo biologico diviene completamente inutile. Nonostante non sia il ritorno a un determinismo biologico, è comunque una forma di discriminazione sulla base di attributi individuali, come discorsi anti-immigrazione e diffusa islamofobia. Forse, se ragionassimo sull’odio nei riguardi del prossimo non in termini di parere personale e ignoranza, ma come un’imposizione superstrutturale governativa, comprenderemmo che il razzismo è figlio della storia politica che l’élite statale ha contribuito a creare. E che, in termini puramente paretiani, questa élite può essere resistita. Ricordiamo inoltre come Sartre definiva il razzismo: lo “snobismo dei poveri”.

Marco Rossi