Quentin Tarantino compie gli anni e smentisce la concezione storicista di Friedrich Nietzsche

Carta canta” dice un vecchio proverbio. E se è La Smorfia la carta in questione, state pur certi che gli storiografi di turno non riusciranno mai a cantare più a squarciagola di lei. E’ forse per questo che, in barba ai vari Dionigi di questo mondo, la Tombola è ancora convinta che gli Anni di Cristo siano sempre 33, “non un secondo di più, né uno di meno” come diceva l’Igor di Frankenstein Junior (1974). Ma difficilmente quegli stessi storiografi e teologi che hanno ingoiato quest’amara pillola, potrebbero accettare il fatto che al giorno d’oggi si può passeggiare nelle strade di Hollywood e sentir dire che Cristo, di anni, ne ha compiuti 56 appena l’altro ieri. Non si tratta di una parusìa in atto, nessuna reincarnazione del Figlio di Dio in corso. Ma nella Città degli Angeli (L.A., California) – la stessa dove uno scrittore di fantascienza mezzo sconosciuto poté erigere il Big Blue di Scientology e trovare abbastanza pazzi per riempirlo – sempre più persone tendono a considerare Quentin Tarantino e la sua produzione cinematografica come veri e propri oggetti di culto. Quando l’11 Agosto 1966 John Lennon definì i Beatles come “più popolari di Gesù”, gli Stati Uniti gli si rivoltarono contro, illuminandosi da ogni parte di falò alimentati dal Ku Klux Klan a LP del gruppo britannico. Più di cinquant’anni sono passati da quella fatidica affermazione e tante cose sono cambiate nel frattempo. I Beatles si sono sciolti, Lennon è morto, e cosa più importante – e rincuorante – l’immagine più recente che abbiamo del KKK è quella di un gruppo di spiantati neanche capaci di cucire un paio di cappucci per una scorreria. Così ce li propone in Django Unchained (2012) quel Quentin Tarantino che, agli occhi dei moderni cinefili, è forse divenuto il Cristo della recente cinematografia, “il regista più influente della sua generazione”, come l’ha definito il critico Peter Bogdanovich. E persino in fatto di cifre Tarantino giunge in aiuto “per il bene della mia analogia”, come direbbe il Tim Roth di The Hateful Eight (2015). Se dieci erano i Comandamenti incisi sulle Tavole della Legge che il Signore consegnò a Mosè perché li donasse agli uomini dall’alto del Monte Sinai, sembra che Tarantino voglia eguagliarli se non in sacralità almeno in numero, e da un’altura, quella del Monte Lee, sulla quale sormonta la ben più profana scritta Hollywood.

Un’artwork contenente alcuni dei simboli più iconici dei film di Tarantino, realizzata per un cofanetto in occasione dei vent’anni di carriera. (thrillist.com)

Similitudini a parte, la decisione di Tarantino, ribadita più e più volte, di voler cessare la propria produzione una volta realizzato il suo decimo film, ha lasciato spiazzati molti dei suoi seguaci. Nonostante questa auto-censura possa forse essere dettata dall’ammirevole sforzo di condensare tutto il proprio estro creativo in una manciata di film, senza concedersi il lusso di girare una serie infinita di prodotti raffazzonati tesi solo a riempire qualche sala in più, il problema persiste, risultando sempre più impellente ogni volta che un nuovo progetto viene annunciato, non ultimo Once Upon a Time in Hollywood. In uscita a Estate 2019, quasi in perfetta concomitanza con il cinquantenario del Massacro di Cielo Drive (9 Agosto 1969) nel quale persero la vita Sharon Tate – all’epoca incinta del figlio del regista polacco Roman Polanski –  e quattro suoi amici per mano di Charles Manson e della sua setta, il film punta la lente d’ingrandimento sul mondo orbitante intorno alla villa dell’eccidio. Una scelta atipica per Tarantino, che va a toccare un tema troppo delicato, soprattutto a Hollywood, perché il suo stile ricorrente da bassa macelleria possa essere adottato anche in questo caso. Una scelta che infatti molti hanno fatto risalire alla volontà del regista di auto-imporsi un argomento che lo costringa a far evolvere la propria stilistica in qualcosa di diverso rispetto a quanto fatto finora.

Un character poster di Once Upon a Time in Hollywood rilasciato prima dell’uscita del film, raffigurante Leonardo DiCaprio e Brad Pitt nei panni di due dei protagonisti, rispettivamente un attore e la sua controfigura. (theitaliansoul.com)

Mentre l’imminente pensionamento di Tarantino si fa sempre più palpabile, qualcuno già inizia a tenere il conto dei suoi film a ritroso, partendo dall’ultimo. The Hateful Eight, forse anche rievocandone il nome, era ancora considerato “L’ottavo film di Quentin Tarantino”, come insistevano anche gli stessi titoli di testa. Ma Once Upon a Time in Hollywood è ormai sempre più citato come il penultimo – e non il nono – da coloro i quali si stanno ormai arrendendo all’idea che forse Tarantino non scherzava quando, nella sceneggiatura Premio Oscar dell’immortale Pulp Fiction (1994), faceva dire a Marsellus Wallace: “Questa attività è piena di stronzi poco realisti, che da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così. Se vuoi dire che migliora con l’età, non è così”. Gli stessi che però ancora non vogliono perdere la speranza che possa valere per Tarantino lo stesso ripensamento di Butch nel film del ’94. Che finisca insomma come in I Love Radio Rock (2009), con “Il Conte che conta per il conto finale: 3, 2, 1. E il resto è silenzio… Scherzavamo amici!”.

Una serie di poster alternativi dei film di Tarantino in forma di Pulp Book, una tipologia di riviste cui Pulp Fiction è direttamente ispirato. (66.media.tumblr.com)

Ma facciamo un passo indietro. Riavvolgiamo il nastro di un trentennio almeno, a quando per Tarantino la cosa più simile a un impiego in ambito cinematografico era stato fare da maschera in un cinema porno di Torrance di nome Pussycat. Abbandonati ben presto gli studi, il piccolo Quentin sviluppò quel gusto cinematografico tanto fondamentale nella sua successiva produzione per vie diametralmente opposte rispetto a quelle tradizionali. Mentre i suoi coetanei e futuri colleghi si rifacevano, per dirla con Aristotele, a un procedimento deduttivo – partendo cioè da regole universali di regia, montaggio o sceneggiatura da applicare poi nella realizzazione dei singoli film – Tarantino si muoveva a ritroso, come i gamberi, seguendo un percorso induttivo per il quale a fronte di innumerevoli pellicole viste, formulava in autonomia una regola, un modello cui rifarsi. Ed è proprio ciò che lasciò esterrefatto il suo primo direttore della fotografia, che sul set de Le Iene (1992) sentì pronunciare da Tarantino le parole “Give me a Leone!”, con le quali questi voleva intendere le classiche inquadrature a primo piano strettissimo tipiche del regista di spaghetti-western. Tutto ciò sarebbe stato da lui condensato nelle parole: “Non sono mai andato a una scuola di Cinema; sono andato a vedere film”. L’intera sua produzione è costellata di continui riferimenti a un passato cinematografico con il quale Tarantino sa di dover fare i conti, un legame che egli stesso sente come strutturalmente costitutivo del suo modo di fare Cinema, con quel suo atteggiamento da Regista DJ, come è stato definito, che lo porta a creare continui pastiche di generi e situazioni apparentemente lontani. Ogni suo film si trasforma in una citazione vivente, un gigantesco paniere di riferimenti mescolati e riassemblati ad arte per creare un prodotto completamente nuovo, troppo numerosi perché finanche una decina di articoli sullo stesso tema possano contenerli tutti – già solo con Grindhouse – A prova di morte (2007) il conteggio arriva a 44 fra riferimenti e citazioni ad altre produzioni. Così ogni sua opera rispecchia e omaggia uno dei tanti volti del suo passato – e presente – da cineasta incallito.

Un collage dei nomi dei film di Tarantino come appaiono nei titoli di testa. (cinefilisenzagloria.wordpress.com)

Con Kill Bill (20032004) rese possibile una riviviscenza dei film di arti marziali alla Bruce Lee – che non a caso rivedremo interpretato da Mike Moh in Once Upon a Time in Hollywood. In collaborazione con l’amico di sempre Robert Rodriguez, realizzò una coppia di film (Grindhouse) che, scarsamente compresi e apprezzati in Europa, omaggiavano nei minimi dettagli il genere di serie Z dellexploitation trasmesso nelle grindhouse, scalcagnate sale cinematografiche dove capitava non di rado di vedere la pellicola incepparsi o persino bruciarsi. Django e The Hateful Eight costituiscono invece il suo volto spaghetti-western, che Tarantino ha dichiarato di voler coronare con un terzo film che vada a concludere una sua personalissima Trilogia del dollaro, in ossequio a Sergio Leone e i suoi lavori – fra i quali Il Buono, Il Brutto & Il Cattivo (1966), che ha sempre definito il suo film preferito in assoluto. E persino nel nome della sua storica casa di produzione, la A band apart, si rinviene il suo amore per la Nouvelle Vague, di cui Jean-Luc Godard, autore de Bande à part (1964), fu un capostipite. Ma non è tutto. Tarantino è arrivato, nel corso degli anni, a creare un meccanismo di meta-citazione continua nei confronti del suo passato registico, dando vita a quello che è stato definito come un vero e proprio TarantinoVerse nel quale, a ben guardare, tutte le storie sono collegate da un unico filone narrativo. Con una delle taglie di Django e il Tim Roth di The Hateful Eight che impersonano rispettivamente gli antenati di Christopher Walken in Pulp Fiction e di Michael Fassbender in Bastardi senza gloria (2009). Per non parlare del Vincent Vega di Pulp Fiction (John Travolta) e del Vic Vega de Le Iene (Michael Madsen), sui quali Tarantino progettava di fare un crossover dal titolo The Vegas Brothers, mai realizzato.

Una raccolta degli album delle colonne sonore usate da Tarantino per i suoi film, da sempre molto apprezzate per la loro varietà e determinanti nel definire il carattere generale del film, oltreché scelte direttamente dal regista sulla base dei suoi gusti personali. (lacineturista.blogspot.com)

Si potrebbe andare avanti – concedetemi la battuta – Dal tramonto all’alba, se non fosse che a riportarci con i piedi per terra giunge prepotentemente uno scritto giovanile del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche risalente al 1874, dall’evocativo titolo Sull’utilità e il danno della Storia per la vita. Il brevissimo trattatello costituisce la seconda e più importante fra le quattro Considerazioni inattuali (18731876), una serie di scritti che, come fa pensare il titolo, intendevano porsi in netta contrapposizione con il pensiero dominante dell’epoca, con un approccio generale “assolutamente bellicoso”, come spiegherà più avanti egli stesso in Ecce Homo (1888). Nel caso di questa Seconda Inattuale, obiettivo prediletto da demolire diventa per Nietzsche quell’atteggiamento di storicismo idealistico che vedeva in Georg Wilhelm Friedrich Hegel uno dei suoi maggiori esponenti. Con una massima tanto criticata da Karl Marx perché generatrice, a parer suo, di un giustificazionismo storico che invita a indirettamente a beatificare ogni amara pillola di dittatura e autoritarismo che la Storia ci serve – “Tutto ciò che è reale è razionale. Tutto ciò che è razionale è reale” – Hegel genera un fenomeno che Nietzsche chiamerà d’idolatria del fatto, ovvero quell’atteggiamento dell’Uomo che, convintosi della sua passività rispetto agli accadimenti storici, della sua intrinseca condizione di spettatore inerme, finisce per abbracciare un conformismo acritico che lo porta ad accettare tutto ciò che la Storia gli presenta in conto. L’Uomo, sostiene Nietzsche, non deve commettere l’errore di presentificare il passato, di considerare cioè tutto ciò che avviene e avverrà come frutto di una serie ineliminabile di trascorsi. Ne deve sì tener conto, ma ritagliandosi sempre una fetta di oblio, fattore indispensabile perché egli possa, di fronte all’indeterminatezza futura, percorrere tutte le strade possibili, senza essere appesantito da un passato ingombrante che lo conduce a “incurvare la schiena e chinare la testa”. Che possa insomma liberarsi del peso di quella gobba che lo rende cammello, per diventare il leone e infine il fanciullo superomista di cui si narra in Così parlò Zarathustra (18811885). Nonostante egli insista fortemente sull’idea che in presenza di “un eccesso di Storia la vita intristisce e degenera”, Nietzsche è altresì convinto che essa costituisca una ineliminabile necessità dell’animo umano: “La storia appartiene al vivente sotto tre rapporti: gli appartiene perché è attivo e perché aspira; perché conserva e venera; perché soffre e ha bisogno di liberazione. A questa trinità di rapporti corrispondono tre specie di Storia, e si possono distinguere nello studio di essa un punto di vista monumentale, un punto di vista archeologico e un punto di vista critico”. Ciascuno dei tre è necessario, ma se portato alle estreme conseguenze conduce a una vera e propria “malattia“. L’atteggiamento monumentale è quello di coloro che, vedendo nella Storia un grande modello da seguire, tendono a mitizzarla evidenziandone solo gli aspetti positivi, compiendo spesso una damnatio memoriae degli eventi più negativi. Quello archeologico è tipico di quelli che, venerandola oltre misura, si convincono di non poterne eguagliare i meriti e tendono alla paralisi dell’azione e dell’inventiva. Il critico è proprio di chi infine la vede solo ed esclusivamente come un gigantesco e nocivo ingombro da “recidere con il coltello”. Questi eccessi, ribadisce Nietzsche, hanno costruito nell’uomo una coscienza epigonale, tendente cioè alla sola imitazione priva di originalità, in un contesto nel quale “ancora non è finita la guerra, e già essa è convertita in carta stampata in centomila copie, già viene presentata come nuovissimo stimolante al palato estenuato dei bramosi di Storia”.

Una foto del filosofo Friedrich Nietzsche. (mardeisargassi.it)

Una critica, questa, che non può che spostarsi dal macrocosmo della Storia generalissima al microcosmo di quella cinematografica, e con esso al bramoso di Storia per eccellenza, al pupillo dei cineasti di Hollywood, colui che si ostina tutt’oggi a girare su pellicola nonostante il passaggio ormai monopolizzante dall’analogico al digitale. L’uomo che ha dichiarato, in riferimento alla sala cinematografica di cui è proprietario: “Finché sarò vivo e fino a quando sarò ricco, il New Beverly resterà lì, continuando a proiettare double feature in pellicola 35mm”. E ancora di più se si va a leggere quanto Nietzsche scrive più avanti sui cosiddetti consumisti della Storia, “esitanti e insicuri perché non possono credere in loro stessi”, considerando il passato come una specie di laboratorio teatrale – o cinematografico – in cui sono conservati abiti di tutte le fogge ai quali si può attingere a proprio piacimento. Ma ciò che in apparenza può applicarsi indiscutibilmente al regista statunitense, si rivela quanto mai inadatto per descriverne l’itinerario artistico. Non solo Tarantino – modello emblematico dell’atteggiamento monumentale come di quello archeologico – è riuscito a ottenere un ampissimo consenso di pubblico anche attraverso questo suo inimitabile marchio di fabbrica che lo assurge a Re dei ‘copisti’, quasi fosse un monaco amanuense del Cinema contemporaneo. Ma dimostra altresì la possibilità di traghettare il vintage nella modernità – come i suddetti monaci facevano con i testi antichi – per donargli nuova luce. Ragionando come farebbe un chimico, Tarantino conduce esperimenti in cui combina reagenti apparentemente incompatibili, riuscendo però, contro ogni previsione, a sintetizzare sostanze mai viste. Dimostra insomma a Nietzsche che senza passato non può esservi futuro, e che anzi proprio questa riverenza nei confronti della Storia è in grado di dare vita a un linguaggio artistico completamente nuovo, imperniato sull’ennesima formula presa in prestito a Igor’ Stravinskij e rimodellata a piacimento da Quentin Tarantino: “I grandi artisti non copiano, rubano”.

Carlo Giuliano

 

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