Quando l’ozio in vacanza con Orazio e Husserl è il momento più filosofico dell’anno

A volte, non far niente è uno dei più alti doveri dell’uomo: lo sosteniamo dal divano, dalla sdraio, dal bagnasciuga, lo sillabano le bollicine del cocktail annacquato al tramonto, lo masticano i venditori di cocco, lo cantano, sudati, i ballerini occasionali delle discoteche. Tutti citano, spesso senza saperlo, Chesterton che va riscoperto come uno dei più grandi alfieri del diritto al dolce-far-nulla. Anche il buon Dio si riposò, no? Una pausa nello sfavillante fluire della creazione innerva di ritmo il cosmo. Tic-tac. Tic-tac. Questa sincope nella nascita dell’Universo batte il tempo anche in ogni attività umana. Ciò che rimane uguale e non cambia mai non dà ritmo e gli uomini non sono felici in questo caso. Ma il diritto all’ozio è lo specchio in cui si riflette il tempo del lavoro? Esiste un tempo non lavorativo, non modellato cioè sui ritmi produttivi?

Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare

Sotto l’ombrellone, si ottiene una messa tra parentesi del mondo ancora più potente della riduzione fenomenologica su cui Husserl incardina l’indagine fenomenologica. Esistono pomeriggi svuotati di tutto, giorni identici sospesi in una consueta routine, ci sono ore che mettono in pausa tutto, anche la storicità del mio vissuto.

Nella riflessione e nello spazio interiore, si sospende il giudizio sul mondo

Il bypass del mondo nega il senso comune che ci attesta l’esistenza di una realtà esterna al soggetto, modellata sulle caratteristiche psicologiche del soggetto stesso.  La sospensione tenta di ‘ridurre’ quel che mi perviene a quel che realmente mi avviene, eliminando quel che l’attitudine naturale mi fa ricevere come acquisito quando invece non lo è affatto. In tal senso, la riduzione si rivela sempre una riduzione al dato. Il vissuto della coscienza, che risulta dalla riduzione in quanto non può separarsi dalla mia coscienza e dunque non può diventare incerto, non trae comunque il suo privilegio dal fatto di identificarsi con me stesso, ma dal suo carattere di dato radicale, inammissibile, inalienabile. La datità del mondo, ineliminabile, diventa un oggetto ben chiaro da interrogare e, pur mantenendo la sua diversità, possiamo affrontare questioni solenni di senso, sulla vita, l’universo e tutto quanto. Provare poi a riempire di pieni sportivi, sociali, mondani, questi vuoti suona blasfemo, è controproducente, è faticoso perché rema contro la corrente e contro natura. Per definizione, nella vacanza qualcosa manca: volerlo riempire a tutti i costi è sintomo di una vita psicotica che ha il terrore del vuoto, della pagina bianca di una giornata senza impegni e, in buona sostanza, dell’ozio.

“Un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro” (B. Clinton, 1998)

Il tempo libero oggi è l’apnea dell’attività, l’antilavoro, che ha la stessa dignità dei vuoti artistici: esiste ma come contraltare di un ambito più “vero” che è il lavoro stesso. Qualche secolo più tardi, gli fa eco Fichte: “ognuno deve poter vivere del proprio lavoro: questo è il principio enunciato. Da questo discende che la condizione per poter vivere è il lavoro, e che non esiste il diritto di vivere se non si adempie a tale condizione”.

Il lavoro detta i tempi all’uomo anche quando non c’è

Si può uscire da questa logica costrittiva, commerciale, mercificata, solo modellando sul noi stessi il tempo “altro”. Diverso dalla logica produttiva, volutamente inutile. Se non serve a nulla, allora non serve nessuno (come sottolineava Aristotele a proposito della Filosofia Prima). Come rileva Foucault, l’otium di valore per la latinità è il tempo in cui l’uomo cura se stesso e si dedica alla propria edificazione. Contro chi ci sottrae questo distillato prezioso di tempo dovremmo essere inflessibili e non cedere, mai. Sono vivi davvero solo quegli uomini che dedicano se stessi (il proprio tempo libero: in fin dei conti la stessa cosa) alla sapienza, oziando: “soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt” (De Brevitate Vitae).

“Nessun lavoro è così duro come non lavorare” (dal manifesto federale tedesco delle iniziative per Disoccupati, 1998)

Difficile ricostruire il percorso etimologico che ha portato alla dimensione attuale del termine. Quando compare, a cavallo tra grecità e latinità, otium si accompagna sempre con il suo opposto, negotium. A comparire per prima è la prima parola, che descrive i momenti beati di vuoto pneumatico e di vita tranquilla, libera e salva dagli impegni cittadini, sospesa nei ritmi stagionali di una natura che batte il tempo della vita. Ma il non-ozio (appunto il negozio) inverte la rotta, introduce la fatica, anche nella vita agreste. Il passaggio alla sedentarietà dura e rigorosa della coltura dei campi porta sudore e fiato ingrossato.

La fatica dei campi richiede requie e riposo

Questo bipolo concettuale arriva intatto dalla grecità: il termine attività o occupazione suona in italiano come non ozio (in greco traslitterato scholè), non inattivo. Per Platone, l’ozio è dotto, il negozio molto meno, perché inteso non come vita politica (quella, invece, è l’unica attività degna, così degna che il maestro ateniese vi ha riservato il vero fine dell’intera predicazione filosofica) ma come distrazione quotidiana, mero commercio con le cose del mondo, immersione nella materialità e nella sfera sensibile che ci distrae dal cammino della conoscenza intellegibile. Da Seneca, fino a Cicerone, invece, il dolce far nulla è diventa un’utile e fondamentale propulsione intellettuale alla vita attiva.

E’ un dovere verso la nostra salute (?)

Anche perché quando Cicerone parla di otium, si riferisce pur sempre a un’attività, intellettuale e teorica, ma di fondo molto impegnativa. Lo studio e l’impegno sulla filosofia e sulle maggiori arti liberali sono nell’ottica del pensatore latino i fondamentali dell’oziare, e diventano propedeutici per la vera attività di un uomo degno di questo nome. Il vero cives deve impegnarsi, socialmente e politicamente. Nessun riposo anzi, quando lo stesso Cicerone si vede privato della sfera pubblica, in cui far fruttare i lungi periodi di studio e di preparazione, si sente impotente, come leggiamo del De Officiis. Parlando del modello armonico di entrambe le dimensioni, Publio Cornelio Scipione (in gioventù chiamato l’Africano), infatti, il retore ne rileva il suo atteggiamento paradossale, quello di “non sentirsi mai meno ozioso di quando non aveva da fare e mai meno solo di quando era solo”. Per il cittadino modello, il prototipo di princeps, infatti, l’ozio e la solitudine non avevano la forza corrosiva e deleteria che invece riservano agli altri uomini. Erano appunto uno stimolo a confrontarsi (con se stesso) e studiare (da solo). Invece, causa l’allontanamento forzoso dalla vita pubblica, Cicerone era davvero inattivo: “il mio tempo libero è nato non dal bisogno di riposo, ma dalla mancanza di impiego”. Lo stesso Aristotele è nel mirino, in questo caso, quando parla della fisiologica positività del riposo e della quiete. Anche Terenzio rileva come doppia sia la natura dell’oziare: la sua parte onesta prevedeva infatti una sospensione dalla routine quotidiana ma conservava una forma di attività (intellettuale), mentre il suo lato deleterio si consuma nel nulla di una vita da parasitus (scroccone) in cui la prima e più importante priorità è la sbronza quotidiana.

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