“Giulia Cecchettin”: femminile plurale; “è morta”: indicativo presente

La morte di Giulia Cecchettin ci fa, ancora, riflettere sul femminicidio.

 

Iniziamo a parlare della morte di Giulia Cecchettin e di tutte le altre donne.

Soggetto, predicato, complementi

Giulia Cecchettin è morta.

Questa storia inizia dalla sua fine, tutti sappiamo che Giulia sia morta, lo sapevamo tutti anche qualche giorno fa, quando sentendo la notizia della sua scomparsa abbiamo detto, tra un sospiro e la speranza di avere torto marcio: “sarà già morta”.

Così, usando i nostri tempi verbali più significativi, passato, presente, futuro, abbiamo coniugato la morte di Giulia inserendola in una frase al modo indicativo. Nessun periodo ipotetico, solo una grande certezza sillogistica: se A è uguale a B, allora Giulia non è dispersa, non è scappata, non è stata rapita, Giulia è morta.

La frase “Giulia è morta” ha un soggetto, un predicato, è molto breve ma contiene addirittura un attributo; e come tutte le frasi è soggetta alle regole linguistiche di combinatorietà, ricorsività e produttività illimitata, che prevedono che essa sia potenzialmente infinta; la frase “Giulia è morta” potrebbe, insomma diventare lunghissima, potremmo scrivere un paragrafo, anzi no, un capitolo, anzi no, un intero libro partendo da una frase così piccola.

Per ampliare la frase “Giulia è morta” potremmo iniziare a porci qualche domanda: perché? /come? / quando?; ma ancora, se volessimo essere dei bravissimi linguisti-narratori, cos’ha fatto? / chi l’ha uccisa?.

Chissà se Giulia, il soggetto di questa frase – non dimentichiamolo – saprebbe rispondere a queste domande, non possiamo chiederglielo, se non fosse ancora chiaro, Giulia è morta, non può parlare.

La cosa straordinaria della linguistica è che però, sul piano teorico, le frasi non devono essere reali, devono essere vere, quindi, sul piano linguistico “Giulia è morta, ma parla” è una frase sensata.

Dunque, Giulia è morta, ma noi faremo in modo che lei parli e – siccome questa concessione linguistica vogliamo renderla iperbolica – che con lei parlino le donne che ogni 72 ore sono morte / muoiono / moriranno in Italia.

Perché in via del tutto eccezionale e contro ogni buona norma della grammatica e della logica, oggi Giulia Cecchettin sarà un nome proprio femminile plurale, sarà il nome che daremo a tutte le donne.

 

Un breve focus sui fatti

Le notizie sulla scomparsa di Giulia Cecchettin sono note, evitiamo di ripetere cose già dette, ma segnaliamo un paio link nel caso si volesse approfondire la sua storia:

https://www.ansa.it/veneto/notizie/2023/11/18/trovato-un-corpo-di-una-donna-e-quello-di-giulia-cecchettin.-il-pm-filippo-costituisciti_345e306c-b634-4da9-83b2-70716a5482eb.html

https://www.rainews.it/tgr/veneto/maratona/2023/11/venezia-vigonovo-torreglia-giulia-cecchettin-filippo-turetta-aggiornamenti-in-tempo-reale-1b5bc0e4-3b80-4a71-9fe9-91e14b1f7a78.html

La dinamica è semplice, anche banale per chi è abituato a sentir parlare di un femminicidio ogni tre giorni: una relazione finita, un ex fidanzato possessivo con cui si cerca di rimanere in buoni rapporti, un appuntamento come un altro il giorno prima di un evento importante, la scomparsa, il ritrovamento di un corpo che ha un sesso ben preciso, quello femminile, un uomo innocente fino a prova contraria; noi proveremo a raccontarla aggiornando di giorno in giorno quest’articolo con tutti i link di scritti che pubblicheremo a riguardo (qui sotto, dopo i due punti):

“A mal più ch’a bene usi”: la fine di Giulia, la storia di molte

 

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“Il vostro bravo ragazzo”: ecco come la violenza di genere passa anche attraverso le parole

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Una storia collettiva

In effetti, così narrata la storia di Giulia avrebbe ben poco di originale, è forse troppo pretenzioso voler essere il soggetto di una frase con una storia così simile a tante altre, chissà cosa ha sentito – dentro sé e non – Giulia per sentirsi in dovere di tener aperto un canale di comunicazione con una persona che sapeva non potesse darle nulla di buono.

E se Giulia l’avesse saputo come lo sapevamo noi? Se Giulia già da prima della chiusura della relazione avesse saputo che l’attributo dopo il suo predicato sarebbe stata “morta”? Se Giulia avesse voluto cambiarlo e si fosse comportata di conseguenza lasciando il suo fidanzato? Lui avrebbe dato di matto, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, anche meditare di rendere reale quest’attributo, di scriverlo in grassetto, far sì che tutti vedessimo che Giulia era morta. Ma no, è impossibile, perché Filippo Turetta è innocente fino a prova contraria.

E perché, alla fin fine, di donne ne muoiono, ne moriranno, ne sono morte, magari se la vanno pure un po’ a cercare queste donne, magari potevano essere più furbe, più ingenue, più scaltre, più accorte. Magari potrebbero evitare di uscire con gli uomini, potrebbero evitare di studiare, di laurearsi, di essere carine, di lamentarsi del catcalling – che diciamocelo anche, due complimenti non hanno mai ucciso nessuno – di dire che le molestano e le stuprano. Ma quanto sono pesanti queste donne? Alla fine Giulia non è così speciale, Giulia è una di loro.

O magari no, forse Giulia non voleva che il suo attributo fosse morta, voleva che fosse “laureata”, “felice”, “realizzata”, perché no, anche “innamorata”, ma non “morta”. Magari voleva che la sua narrazione non fosse infelice come quella che per forza di cose ci stiamo trovando a fare. Magari non voleva nemmeno che tutto il mondo sapesse chi fosse Giulia Cecchettin, oppure non voleva che tutto il mondo sapesse che fosse morta, e invece Filippo lo ha detto a tutti per farle dispetto. Perché è per questo che Giulia è morta, per dispetto.

Non per una visione del ruolo femminile sbagliata.

Non per un mondo maschilista che vede le donne come proprietà del proprio uomo.

Non perché agli uomini viene insegnato che decidono loro come la propria fidanzata deve vestirsi, parlare, comportarsi.

Non perché a molte donne sta anche bene così.

No, sarebbe stupido anche solo pensarlo nel 2023.

Nel 2023 è più facile pensare che Giulia altro non è altro che un nome femminile plurale che è morto (per dispetto).

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