Sarò io la prossima? Giulia (e tutte noi) come vittima della violenza strutturale

Tentiamo di leggere il femminicidio di Giulia Cecchettin alla luce delle teorie di Laura Candiotto sulla violenza strutturale.

Io sarò la prossima. Non c’è niente e nessuno che possa convincermi che non lo sarò. Io sono morta già. Cammino, respiro, ignoro una sentenza già scritta, un finale per me già predetto. Continuo a pensare che sia un futuro lontano, ma potrebbe arrivare anche domani, perché domani potrà bussare alla mia porta l’amore di una vita, mi farà i biscotti, mi dirà che mi ama e, poi, chissà se vivremo felici e contenti… Chissà se il prossimo che faccio entrare dalla mia porta mi darà amore vero o solo il benservito.

Not all men

Non tutti, certo. Non tutte le storie vanno a finire così. Non tutti gli uomini sono crudeli. Non tutti gli uomini sono dei potenziali omicidi da cui devi tenerti alla larga nella tua vita.

Non tutti gli uomini.

Però tutte le donne.

Tutte le donne crescono col terrore di essere una vittima, di essere solo parte di un numero in costante crescita, quello dei femminicidi. Tutte le donne sanno che il prossimo uomo da cui difendersi potrebbe trovarsi in una strada buia di notte, ma anche dentro casa, dentro al tuo letto. Tutte le donne. Non una di meno.

Una paura che si instaura tiranna nella nostra vita sin da quando siamo bambine, un terrore cieco che guida i rapporti con l’altro sesso in tutte le circostanze. Perché ci viene fatto credere che sia naturale un rapporto di forza, un principio di superiorità insito nel sesso opposto. E le bambine ci credono alla fiaba che viene loro raccontata, senza sapere che essa non è un fatto naturale, ma un banale contraccolpo della cultura.

Così, Laura Candiotto spiega come nasce il patriarcato. Un uomo si sente superiore in virtù di una qualche innata qualità, senza rendersi conto che la propria prevaricazione ha radici culturali. Non tutti gli uomini, certo. O magari non tutti in maniera conscia. Nel subconscio collettivo si annidano le idee forgiate nel corso di secoli. Quando ti senti in dovere di fare un gesto di galanteria solo perché hai davanti a te una signora, mi hai già uccisa.

La violenza strutturale

Per la filosofa contemporanea Laura Candiotto, questo tipo di violenza può essere vista come strutturale, nella misura in cui permea la società e ogni singolo gesto. Si nasconde ovunque ed è impercettibile, perché oramai troppo profondamente radicata nella cultura.

La violenza strutturale ha le proprie radici, infatti, in quello che Candiotto definisce come dualismo tra maschile e femminile. Come due mondi separati, i due corrono su due rette parallele e gli attori di questa recita sono persuasi dall’idea che una delle due categorie (il maschile) possa avere il predominio sull’altra. Le azioni di violenza diventano, così, in qualche modo autorizzate, perchè frutto di un sistema che le permette e le giustifica.

Non solo, secondo la teorica, il problema si annida nel danno che gli uomini fanno alle donne, ma anche in quello che essere perpetrano ai propri stessi danni. Oramai inglobate nella trappola, esse non sono più un grado di distinguere nettamente tra natura e cultura di tali azioni, che appaiono, perciò, prettamente giustificate alla luce di questa retorica.

Immerse da sempre in questo scenario, essere non tentano più la fuga. Si fanno vittime, schiave (in)volontarie del sistema, non perchè non ci siano modi di evaderlo, ma perché persuase che esso sia valido sin dalle sue fondamenta. Se pure non convinte quando pensano al sistema, nei fatti rimangono inermi o accettano una parziale sottomissione in tutti i contesti in cui sanno che la ribellione comporterebbe la loro esclusione dalla società (o magari l’aggressione o la morte).

Candiotto definisce questa strategia come inglobamento, come la realtà costruita dalle donne in un mondo a misura d’uomo. Perchè, se è vero che l’uomo è “origine e misura di tutte le cose”, la donna non è che un metro di cui esso si serve a proprio piacere e a farsi strumento è stata lei stessa. Non perchè volesse, ma perchè non le è stata lasciata altra scelta.

Giulia

E Giulia è morta.

La storia di Giulia è ovunque, sui quotidiani, alla TV, nei social, nelle piazze. Invade la rete ed ogni spazio pubblico. Giulia potevo essere io, potevi essere tu, poteva essere ognuna di noi. Però è stata Giulia stavolta la vittima predestinata di una violenza fin troppo prevedibile. Giulia si era detta che quello di fidanzata era il suo ruolo. Giulia voleva scappare, ma il dramma è che, dovunque si sia, non si è mai abbastanza lontane: è la paura ti tiene abbastanza vicina al luogo da cui stai fuggendo.

Le indagini sono in corso, ma tutti conosciamo il volto, il nome e l’identità di colui che si suppone l’abbia uccisa. Nel caso il colpevole fosse davvero il nostro sospettato, conosceremmo anche le ragioni di questo delitto. In fondo, noi le ragioni le sappiamo lo stesso. Perchè Giulia è donna.

Sebbene non si voglia con ciò difendere una visione binaria e categoriale, perchè sarebbe riduttivo voler ridurre i generi unicamente al maschile e il femminile, si deve, di necessità, in questo tipo di analisi, riferirsi alla realtà dei fatti come la storia l’ha scritta. La verità è che l’uomo ha sempre ridotto in schiavitù la donna nel corso dei secoli.

E i femminicidi sono tali perchè uccidono una donna in quanto donna, per il puro piacere di possedere, di toglierle la parola, di eliminare la controparte. Perché, per dirla con Laura Candiotto, uomini e donne vicino in un dualismo, non in una dualità. La dualità nasce dal dialogo e dalla complementarietà, mentre il dualismo è il frutto acerbo di una logica categoriale gerarchica, in cui una parte si arroga il diritto di dominare e uccidere l’altra.

Quindi, io so già che sarò la prossima vittima. Io so già che qualcuno entrerà nella mia vita e poi mi priverà di essa. So già che sarò strangolata, accoltellata, torturata, martoriata, violentata, controllata, manipolata. Perchè io sono Giulia. Tutte siamo Giulia. L’unica speranza condivisa da tutte è quella messa in poesia da Cristina Torres-Cáceres:

Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.

Una certezza la accompagna tacita, ma presente: nessuna sarà mai l’ultima, finché il dualismo dei sessi non si convertirà in dualità.

Fino ad allora, niente cancellerà in me la certezza che io sarò la prossima.

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