Una chiamata persa, una vita persa. Alzare la cornetta significa dare una voce alla nostra paura di essere uccise. Il filo si conclude in un ufficio, dove i telefoni squillano ininterrottamente.

“Ciao! Come posso aiutarti?’’. É così che risponde la centralinista quando chiami l’1522, il numero di telefono nato per aiutare chi vittima di violenza domestica o di stalking. Il numero delle chiamate è raddoppiato dopo il caso Cecchettin, a dimostrazione di come il gioco del telefono senza fili funzioni anche nella vita reale, soprattutto quando vicende come quelle di Giulia ci mostrano come l’eco mediatico possa essere davvero sinonimo di cambiamento.
“PRONTO?”
Dalle 200 alle 500 telefonate fatte al numero antiviolenza e stalking, dove giovani donne raccontano la relazione violenta con il partner, parlano del loro stalker e cercano disperatamente di chiedere aiuto. Sono questi i dati e le storie raccolte e che arrivano al numero creato per ricevere le richieste d’aiuto di chi è vittima di violenza. Dopo pochi giorni dalla morte di Giulia Cecchettin, studentessa dell’Università di Padova uccisa dall’ex compagno, Filippo Turetta, ora detenuto nel carcere di Venezia, le chiamate al 1522 sono raddoppiate. A dirlo è Arianna Gentili, responsabile della help line violenza e stalking 1522, servizio pubblico promosso dalla presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Il boom di telefone ricevute ci aiuta a creare un focus su questa strage silenzionsa. Le chiamate che arrivano al centralino sono molto diverse: adolescenti che riconoscono la gelosia del ”fidanzatino” come morbosa, donne adulte che hanno trovato finalmente il coraggio di chiedere aiuto e di raccontarsi alla centralinista, ma anche genitori preoccupati per la storia ”d’amore’’ dei propri figli. Tutte queste voci, così distinte tra loro, sono racchiuse dal filo telefonico di un’unica vicenda, ovvero di quella ragazza a cui piaceva disegnare e che era pronta ad indossare la sua corona d’alloro. Occhi che si sono chiusi troppo presto. Le chiamate hanno tutte la stessa motivazione, ovvero quella di non fare la stessa fine di Giulia, raccontano le donne dall’altra parte della cornetta. In tutta Italia vi sono state diverse iniziative alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Oltre ai numerosi cortei nati per ricordare non solo Giulia, ma tutte le vittime di femminicidio, abbiamo ad esempio, altre piccole idee, come il numero di antiviolenza e stalking riportato sugli scontrini degli esercizi commerciali, come è successo a Carpaneto e ad Altamura. Tutto grazie all’eco mediatica.

ECO: IL RUMORE DEL CAMBIAMENTO
Quando una notizia viene riportata dai media non solo per lo scopo di informare, ma anche perché dimostra fin dal principio dettagli che rendono questo caso unico nel suo genere, avremo un fatto di cronaca che darà vita quello che definiamo come ”eco mediatica”. La vicenda di Giulia Cecchettin ha avuto degli aspetti macabri fin dalla denuncia di scomparsa, ovvero quando è stata narrata la cornice della storia. Gli elementi, infatti, hanno costituito un femminicidio annunciato: oltre lei, la sparizione del ragazzo, della sua auto, le telecamere di sorveglianza che hanno ripreso una lite fra i due, il sangue, i capelli. Gli aspetti più terrificanti di questa storia sono diventanti un pretesto per i media per rimanere quanto più attaccati alla vicenda, tanto quanto i nostri occhi sullo schermo del televisore. Ore e ore di palinsesti dedicati a Giulia, alla sua sparizione, dove abbiamo visto oltre che le sue fotografie in compagnia delle amiche e dell’ex fidanzato, la sua vita. Una studentessa come tante, le piaceva disegnare e passare del tempo con sua sorella, fotografandosi allo specchio insieme a lei, facendo smorfie e faccette buffe. Per questo, tutti noi, abbiamo avuto a cuore la sua storia. Per questo, molti si sono offerti di cercare Giulia tra le strade d’inverno e i fitti boschi del Nord Italia. Per questo i media hanno dedicato a lei ore e ore di trasmissione sia prima che dopo il ritrovamento del suo corpo, dove ogni speranza si è spenta. Il risultato è stato l’emotainment generale che ha portato milioni di telespettatori a scendere in piazza per protestare contro una società che giustifica il carnefice e condanna la vittima, a raddoppiare il numero di telefonate al centralino antiviolenza, a crescere il numero delle denunce. L’eco mediatico non parte dall’orecchio, ma dal cuore, dalla lettura di una notizia dove ci immedesimiamo. L’eco, il rumore del cambiamento, porta le persone a scendere per strada e a chiedere a gran voce che venga fatta giustizia. Chiamami per nome, non per numero.
IL GIOCO DEL TELEFONO SENZA FILI
Dietro un numero, l’1522, si nasconde la speranza di essere ascoltate e forse, finalmente, di essere credute. Questo perché quando si chiama il 112 spesso le chiamate finiscono con un nulla di fatto, come evidenziato nei commenti del post della Polizia di Stato. Migliaia di donne lasciate sole in compagnia del loro carnefice. Il filo della cornetta del telefono, in quel caso, ti strozza. Dietro i dati e le statistiche si nascondono nomi, volti, vittime. Se il centralino del centro antiviolenza è stato sommerso di chiamate in questi giorni, è dovuto all’eco mediatico della storia di Giulia, l’ennesimo femminicidio, l’ennesimo numero. L’eco mediatica passa anche attraverso la cornetta del telefono, ed è composto dalle voci di chi tenta, un ultima volta, di chiedere aiuto. L’impatto del femminicidio di Giulia Cecchettin, come quello di Giulia Tramontano e di tutte le altre donne vittima di questa strage silenziosa, è servito per far rumore, come ha chiesto la sorella di Giulia, non solo in piazza, ma negli uffici dei centri antiviolenza, delle forze dell’ordine e nella camerata di una tua amica. E il telefono squilla, squilla, squilla.