Cara Giulia, cara Dottoressa, oggi parleremo di te. Ma non parleremo di te come della centocinquesima donna uccisa dall’inizio dell’anno, non parleremo di te come vittima. Parleremo di Giulia, una ragazza di ventidue anni e del suo dolce sorriso, divenuto pianto per mano dell’indifferenza.
Attraverso l’aiuto della psicologia, parliamo della tragica morte di Giulia Cecchettin.
GIULIA
Aver detto “no” è stata la tua colpa, pagata con almeno venti coltellate da parte di chi, si presume, fino ad un paio di mesi fa chiamavi “amore”. Il tuo corpo è stato trovato vicino al un un lago, vicino alle rocce in una fredda giornata di novembre in balia di pioggia e vento, con la bocca ormai taciuta da scotch e sacchi neri. Così ti immaginano tutti, sola, impaurita, morta. Ma dietro l’epiteto di “vittima” c’è un nome, Giulia, e c’è una famiglia che piange su un corpo martoriato per colpa di tutti coloro che, fino ad ora, hanno solo guardato senza osservare ciò che sta accadendo sotto gli occhi di tutti. E allora non usiamolo questo termine per Giulia, non questa volta. Parliamo invece di come ciò che è successo a lei sia la somma di più elementi che hanno anestetizzato le coscienze. Perchè ciò che successo a Giulia, oltre che della follia, è figlio dell’indifferenza, del “tanto a me non succede”, del “io non sono così”; è figlio delle parole, troppe o troppo poche e sempre in ritardo; è figlio di una società che difronte ad una morte, la tua, anziché tacere gioca a fare il giudice e l’avvocato, cercando in tutti i modi di scovare un piccolo ed insignificante dettaglio che domani sarà su tutti i giornali; è figlio di un sistema malato. E ciò che dovrebbe far riflettere è che, vista la situazione, Giulia sono io, sei tu, siamo tutte noi.

PSICOLOGIA DI UN DELITTO
Non è possibile delineare un profilo psicologico che rappresenti in toto gli uomini che si sono resi colpevoli di femminicidio, ogni mostro ha la sua maschera e la sua storia. Sicuramente però, è possibile identificare dei denominatori comuni, come ha fatto nel 1977 Margaret Elbow che nel saggio “Theoretical considerations of violent marriage”, tratteggia la figura dell’ “aggressore ideale”. Distingue quattro categorie: l’incorporatore, colui che cerca di stabilire un legame “fusionale” con la donna e, laddove incontri resistenze, non riesce a controllarsi; il difensore, chi confonde l’indipendenza con l’abbandono; colui che cerca l’approvazione dagli altri ed in caso di critica si abbandona alla rabbia; il controllante, colui che ragiona in ottica di “controllo” e “dominazione”. Come detto, non è possibile adattare questa classificazione a tutti ma di certo è possibile riflettere su quanto la nostra società non sia andata avanti in termini di rapporti umani, anzi. Alla luce di ciò che è accaduto negli ultimi anni, i “tipi di aggressore” non sarebbero più quattro ma molti di più perché si continuano ad affinare tecniche, a tendere trappole talmente subdole che nemmeno la più preparata noi riuscirebbe ad individuare, si continua a nascondere l’odio dietro la parola “amore”, uno schiaffo dietro una carezza, un coltello dietro un bacio. Tutto questo non è altro che il prodotto di una società educata alla violenza e non al rispetto, un elemento che sfugge alle dinamiche uomo-donna per iscriversi in un contesto comune in cui l’altra persona non è percepita come essere umano da rispettare in quanto tale, non è percepita come uguale in tutto e per tutto al singolo. Ciò che manca è l’educazione affettiva, è la sensibilità, è il capire che tu, come me, hai diritto a vivere liberamente, a laurearti, a ridere, a realizzarti, a gioire, piangere, a dir di no e a tacere, certamente non per mano del primo che passa.
GIULIA SONO IO, SEI TU, SIAMO NOI
L’intera società è macchiata dal sangue di Giulia, questa nostra “avanzata” società indifferente, che non percepisce come urgenza il fatto che le donne muoiano per mano di qualcuno che si erige a boia sulla base di un’apparente legge non scritta. Questa nostra “avanzata” società indifferente non percepisce la paura di caminare da sola, di sera, in pieno centro perché siamo noi che non dovremmo attirare lo sguardo degli uomini; non percepisce l’ansia di sapere che una tua amica o tua sorella esce per la prima volta con un ragazzo, non percepisce la vergogna di essere guardata con languidi occhi seguiti da apprezzamenti non richiesti e, perché no, una mano allungata. Questa nostra “avanzata” società indifferente non percepisce la paura dello stalking, delle mille chiamate, del “ti prego scendi, voglio solo parlare”, del silenzio. La morte di Giulia era evitabile? Sì, è stata evitata? No. No perché a non comprendere ciò che ognuna di noi vive quotidianamente sono anche le istituzioni che non garantiscono la protezione dopo la denuncia, dopo la scarcerazione, o le forze dell’ordine scocciate dall’ennesimo caso di donna che si lamenta di qualcosa che ai loro occhi semplicemente non esiste. Però Giulia è morta, Sofia è morta, Anna è morta, Angela è morta, Marina è morta, centosei donne sono morte dall’inizio dell’anno quindi, evidentemente, un problema c’è. E la soluzione dov’è? Cosa fanno attivamente tutti quelli che condividono post sui social, tutti quelli che si dicono indignati o tutti quelli che rispondono “io non sono così”? Le generalizzazioni non sono mai giuste, è chiaro, ma in alcuni casi servono per accendere le coscienze, per far provare il disgusto e la paura che proviamo tutte noi potenziali vittime di un’umanità disumana che lascia accadere tutto questo, tutti i giorni, sotto gli occhi di tutti. Domani toccherà a qualcun’altra e dopo un pò di rumore mediatico, nonostante manifestazioni e gruppi che attivamente si muovono, la vicenda verrà chiusa nel dimenticatoio, tra coscienze indignate e parole di conforto che, come fossero neve, si scioglieranno appena uscirà un pò di sole, appena a far notizia sarà altro. Ebbene, cara Giulia, per tutti questi motivi siamo tutte come te, siamo tutte figlie impaurite ma stanche di una società indifferente.