Dalla sfinge alla Settimana Enigmistica, perché i giochi linguistici ci piacciono così tanto

Le ombre lunghe degli ipnotici pomeriggi balneari, la promettente promessa di frescura dell’ombra, il sottovuoto ovattato di pensieri, la giornata scandita dai pasti, dalle letture e dai cruciverba “nel tempo fatto di attimi e di Settimane Enigmistiche”, (e se lo dice Paolo Conte). Ci sono tre date fondamentali e un lungo circuito di pensieri dietro al “passatempo più sano ed economico” che, nella sobria veste grafica della Settimana Enigmistica, vanta “innumerevoli tentativi di imitazione”. Il cruciverba nasce a New York negli anni ’10 (prima data), nel cuore impazzito della modernità. Sotto le stelle di jazz, cubismo e fordismo, c’è una ribalta per le parole crociate. In Italia, il primo di questi giochi linguistici appare nel 1925 (seconda data) sulla Domenica del Corriere, mentre il 23 gennaio del 1932 compariva il primo numero della Settimana enigmistica.

La sapienza ama gli enigmi

“Ciò che abbiamo preso lo abbiamo gettato e ciò che non abbiamo preso lo portiamo con noi”, questo l’agone enigmatico lanciato da pescatori di Io al più sapiente di tutti (come lo amava definire Eraclito) Omero. Non avevano preso pesci ma solo pidocchi da cui erano intenti a liberarsi. Per non aver saputo però risolvere l’enigma, Omero morì, come riferisce anche Aristotele, per “scoramento”. Omero è più di un filosofo, è un sapiente (la sapienza gli appartiene, non è solo il terminus ad quem della phlia degli Amanti di Sofia). La sua cecità fisica ai fatti del mondo ne fanno uno scrutatore in controluce, alla ricerca di quello che gli occhi dei mortali non possono cogliere: il divino, ovvero la sottile trama logico-razionale su cui l’intero universo è stato edificato. Ciechi per i parametri degli uomini sono anche due grandi profeti del logos, Tiresia ed Edipo. Omero muore per il dispiacere di non aver saputo vedere con gli occhi della mente il senso dell’indovinello, specchiandosi nella sua natura pur sempre fallibile, di uomo che ha perso il contatto intuitivo con il sapere ed è rimasto con la limitata guida della ragione discorsiva e della filosofia. Omero muore come gli uomini che non sapevano affrontare l’enigma della sfinge.

I confini del logos eracliteo sono come quelli di Fantàsia della Storia Infinita, non esistono, se non lambendo quelli della propria anima. Perché gli dei amano l’enigma e ad essi ripugna ciò che è manifesto”, dicono le Upanishad (e senza copiare lo dice anche Eraclito). Capire il logos sotteso all’universo è recuperare quello spasmo divino che è alla basa di una matura teoria del tutto. Il mitologema dell’enigma è alla base della civiltà occidentale e lo svelamento del profondo avviene una volta spezzata la metafora delle parole dell’uomo, una volta, cioè, scoperta la soluzione. Apollo non conferma e non smentisce. Allude. La Pizia riporta che Socrate è l’uomo più sapiente di tutti. E Socrate per primo diceva di non sapere nulla. La missione divina di cui parla nell’Apologia che Platone gli dedica è proprio mantica: occorre capire cosa intendesse dire il dio. D’altronde, come ricorda Nietzsche: tutto quello che è profondo ama la maschera.

Oltre l’enigma, c’è solo il Silenzio

Oggi l’enigma è un gioco variamente declinato, dietro cui occultiamo uno specchio attraverso il quale egli cerca di svelare la nostra propria natura. Di fronte all’incondizionato e all’assoluto, al saggio non rimane che la strada del silenzio. La teologia che nasconde, cela e rimanda è detta negativa, vista l’inconoscibilità e l’inconcepibilità del Principio. L’assoluto precede e fonda tutti i nomi e il linguaggio stesso, per ritrovarne un viatico occorre rinunciare al discorso. È una palese presa di coscienza dei limiti strutturali del nostro linguaggio: diciamo la nostra ignoranza e la nostra afasia di fronte al cospetto di un principio primo dell’essere, per usare i termini del Damasceno. Con qualche secolo di anticipo rispetto a Wittgenstein, anche Damasceno si arresta di fronte al bivio cruciale di una certa visione di mondo e di pensiero. Il fine del discorso umano (e quindi della filosofia tutta) dovrà essere il completo silenzio, previa ammissione della nostra incapacità a conoscere nulla di quanto non può essere permetto, o, alla peggio, un lungo sfinimento, tra ombrellone e bagnasciuga, fatto di pura logomachia?

L’ineffabile in qualche modo è, si mostra, è (6.522, Tractatus). Non trascendentale, questa volta, ma trascendente. È, appunto, ma ci sorpassa interamente, ne ricaviamo un sentimento mistico, di un circolo chiuso, ben protetto e circoscritto (il mondo come totalità delimitata, 6.45). I problemi irrisolti seminati dalla filosofia in questi secoli non trovano soluzione, quindi, ma semplice spiegazione: sono nati da un cattivo uso del linguaggio, dall’incomprensione di fondo dell’uso della logica. Si dice con chiarezza solo quello che può essere detto (a partire da uno stato empirico di cose), mentre si quanto non si può parlare, occorre tacere. Da qui, il motivo di intere biblioteche di dispute: spesso, le domande e i problemi del pensiero sono nati come non-sensi, reificando (realizzando) concetti puramente logici (bene, oggetto, verità, possibilità, necessità…) cercandone improbabili conferme e rappresentazioni. I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.

Una filosofia che seppellisca la filosofia è un topico che accompagna dal sempre il pensiero occidentale, con l’assurda pretesa di guarire il malato con la malattia stessa. Il linguaggio è la preistoria dei fenomeni dell’uomo, non il linguaggio logico ma quello quotidiano, insormontabile (questa la parabola del pensiero di Wittgenstein). In questo Ur-fenomeno (originario, appunto) si giocano giochi linguistici, spesso senza nemmeno volerlo perché il parlare stesso (il linguaggio è istinto prima che cultura) è una forma di vita, la nostra forma di vita. Parlare ogni giorno  è giocare in continuazione con il linguaggio. Proteiforme anche la sua funzione, l’intento delle Ricerche Filosofiche è rompere la schiavitù aristotelica della corrispondenza piena e rotonda tra pensiero e linguaggio, tra concetto e grafema\fonema, tra espressione ed espresso. L’insistere di Wittgenstein sui nostri limiti mira a portare a galla la possibilità di salvezza, un’ancora nello stato di saggezza silenziosa. Solo superando l’armatura logica del Tractatus sarà raggiungibile, senza mai ottenerne reale possesso, come esige, nell’attenta lettura di Hadot, la natura di mancanza e ricerca senza fine della filosofia.

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