L’influenza popolare del sogno: dai primordi della civiltà fino ai giorni nostri

La nostra vita nasce dal sonno e si conclude con un altro sonno. Ci svegliamo al mattino, da un sonno, e arriviamo alla sera ricercando il sonno per riposare e lasciare da parte ansia, stress e stanchezza. Questo fenomeno così abituale, che caratterizza la vita di ogni individuo, ci accompagna giornalmente senza che quasi ce…

La droga che distrugge: ce lo spiegano Requiem for a dream e Valentina D’Urbano

La droga è da sempre una piaga della società, capace di distruggere e annientare a livello fisico e mentale il soggetto che ne fa uso, dominando la sua intera vita sia a livello affettivo che lavorativo. Definiamo con il termine “droga” una qualsiasi sostanza che assorbita in diverse modalità provoca un temporaneo cambiamento psico-fisiologico nel…

Lo sfruttamento minorile spiegato da Giovanni Verga in “Rosso Malpelo” fino ai giorni nostri

Il lavoro minorile è un fenomeno che coinvolge le aree più povere del nostro pianeta in particolare nel Sud del mondo, in quanto sottoprodotto della povertà. Tuttavia, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo, costretti a lavorare in ambienti pericolosi per loro e retribuiti attraverso un compenso quasi inesistente.

Eugenio Montale e Up: l’incredibile capacità di amare anche dopo la morte

L’amore ci fa sentire vivi, desta la nostra anima e fa battere il nostro cuore. Ma cosa succede se perdiamo la persona che tanto amiamo? Come possiamo curare il nostro cuore ferito e disilluso? Alcuni direbbero con il tempo, mentre altri dopo tanta sofferenza; ciò che è sicuro è che, prima o poi, tutti perdiamo…

Il seme della follia: dal Saul alfieriano al film Shutter Island

La smania di potere, l’incapacità di adattarsi, il desiderio di vivere una realtà distinta da quella che si affronta tutti i giorni e non solo sono il preludio della follia: un tabù nella vita comune, spesso vista come motivo di isolamento, ma che nel corso della storia ha coinvolto numerosi uomini, alcuni anonimi, altri famosissimi.

I cosiddetti folli sono da sempre stati considerati dalla società come individui anormali che non riescono ad amologarsi alla massa. In passato considerati degli esseri demoniaci, in seguito deportati in strutture specializzate organizzate per evitare che entrassero in contatto con la società, al fine di non contaminarla. Per fortuna, con il tempo e il superamento dei preconcetti, anche chi viene considerato folle riesce a ritrovare se stesso e a integrarsi nuovamente nella società.

La follia nella storia

Studiare la sofferenza umana è sempre stato lo scopo della medicina fin dai suoi albori, da Ippocrate (460 – 377 a.C.), il primo medico greco che la storia riconosca, fino alla medicina odierna.

 

L’atteggiamento medico diffuso nei confronti del disturbo mentale, però, fu in origine di perplessità, incertezza e paura; poiché determinate manifestazioni comportamentali venivano considerate inspiegabili e soprannaturali, in quanto ritenute opera del diavolo, secondo le credenze cristiane.

Quella che noi comunemente chiamiamo follia è una patologia estraniante che si manifesta generando l’allontanamento dell’individuo dalla sua società, annientando la rete delle sue relazioni sociali, senza che egli se ne renda conto; dunque, una sofferenza psichica che è considerata una ‘devianza dal normale’. Ma cos’è la normalità? Certamente una convenzione ‘culturale’, che non conobbe risvolto prima di prendere piede e radicalizzarsi dagli inizi del 1900, la teoria del relativismo culturale e l’idea che non esistano realtà o princìpi assoluti, ma solo realtà legate a particolari condizioni in cui essi emergono.

Nel XVI secolo, con l’avvento delle scoperte geografiche e il contatto con altre popolazioni, l’uomo europeo si convinse di essere il portatore di civiltà, cultura e superiorità assolute, arrivando a forme di intolleranza e discriminazione del ‘diverso’ che poi, nel corso dei secoli, si radicalizzarono per arrivare a sfociare in esasperate forme di razzismo e xenofobia. La tolleranza nei confronti del follia era, quindi, del tutto inesistente e veniva considerata alla stregua di una patologia da segregare, rinchiudere e isolare dal mondo della normalità; la comunità iniziò ad allontanare i folli, la diversità venne vista come un pericolo che minava l’equilibrio della società. L’inoperosità dei folli fu equiparata a mera inutilità e mancanza di un ruolo nella società e nacque la necessità di eliminarli. Le strutture lasciate libere dai lebbrosi furono finalizzate ad accogliere una massa enorme di individui respinti dalle città e divennero ospedali con sembianze di carceri. L’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656, rappresentò il simbolo dei luoghi di ”accoglienza” della follia, deputati alla correzione del malfunzionamento degli alienati, isolati affinché manifestassero la loro sregolatezza all’oscuro di tutti in zone neutrali che negassero loro la libertà.

Solo nella seconda metà del Settecento dalla detenzione nelle carceri si passò ad un approccio terapeutico verso i malati e si progettarono delle strutture atte alla loro accoglienza: ospedali e istituti specializzati in Germania, Inghilterra e Francia.

 

Quando il desiderio di potere si trasforma in follia: il Saul

La paura di soffrire: da Federigo Tozzi all’avvento dei Social Network

  Fragilità, debolezza e bisogno di affetto sono sentimenti comuni a tutti; alcuni ci convivono, altri ne provano vergogna e altri ancora li usano come punti di partenza per essere più forti. Ma, non possiamo negare, che se non ci fossero nessuno di noi affronterebbe la vita e i problemi che essa ci pone davanti…