Lo sfruttamento minorile spiegato da Giovanni Verga in “Rosso Malpelo” fino ai giorni nostri

Il lavoro minorile è un fenomeno che coinvolge le aree più povere del nostro pianeta in particolare nel Sud del mondo, in quanto sottoprodotto della povertà. Tuttavia, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo, costretti a lavorare in ambienti pericolosi per loro e retribuiti attraverso un compenso quasi inesistente.

Secondo l’Unicef,  nel nostro pianeta ci sono più di 150 milioni di bambini intrappolati in impieghi che mettono a repentaglio la loro vita e la loro salute mentale e fisica, costringendoli ad una vita priva di attività ludiche e istruzione. Vi sono vari casi in cui i bambini sono impegnati in diverse forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi e poco sicuri.

Se ci spostiamo indietro di qualche anno (1897), fu lo scrittore catanese Giovanni Verga a trattare un tema così spinoso come lo sfruttamento minorile in Sicilia nella sua famosa novella “Rosso Malpelo”.

Giovanni Verga e il dramma del giovane Rosso Malpelo

I “carusi” delle Zolfare costretti a lavorare in miniera.

La novella è incentrata sulla storia di un ragazzo chiamato da tutti Rosso Malpelo a causa dei suoi capelli rossicci, che lavora in una cava di rena rossa.
Il nostro protagonista è un fanciullo debole e fragile, continuamente emarginato a causa dei pregiudizi che la mentalità popolare siciliana attribuisce a chi ha i capelli rossi; isolato da tutti, egli non riceve affetto nemmeno dalla madre e dalla sorella che non si fidano di lui e lo accusano di rubare i soldi dallo stipendio che egli porta alla famiglia. Malpelo aiuta il padre, Mastro Misciu, che è l’unico a non denigrarlo e al quale egli è molto legato, in quanto gli dimostra sincero affetto.
Spinto dal disperato bisogno di soldi, Mastro Misciu accetta di lavorare all’abbattimento di un pilastro, ma una sera, mentre sta scavando, quel pilastro gli cade addosso. Il figlio, che si trova proprio insieme a lui, nella disperazione implora aiuto, scavando con tutte le sue forze, ma Mastro Misciu resta sepolto sotto le macerie e per lui non c’è nulla da fare.

Questo tragico evento segna la vita del giovane, il quale diventa sempre più indisposto e scorbutico, trasformando la sua fragilità in cattiveria. A sostituire il padre alla cava viene a lavorare un ragazzino soprannominato “Ranocchio” per il suo modo claudicante di camminare. Diventa subito amico di Rosso, che da un lato lo protegge e dall’altro lo tormenta maltrattandolo nell’intento di insegnargli quanto è dura e meschina la vita. Ma, poco tempo dopo, Ranocchio si ammala di tubercolosi e non riuscendo più a sopportare quel lavoro così sfiancante, muore. Malpelo, ormai rimasto da solo, in quanto abbandonato sia dalla madre che dalla sorella maggiore, assume il compito rischioso di esplorare una galleria abbandonata per racimolare qualche soldo in più. Attrezzato di tutto ciò che gli serve, indossa i vestiti di suo padre deceduto e si addentra nella galleria da cui non uscirà mai più.

La novella viene pubblicata per la prima volta tra il 2 e il 5 agosto del 1878 nella rivista «Fanfulla della domenica» e in seguito venne inserita in Vita dei campi (1880), la prima grande raccolta di novelle di Verga. La versione definitiva risale al 1897.

L’intento di Verga, attraverso questa novella, è di denunciare e di far presente al mondo tematiche quali la povertà e lo sfruttamento minorile in particolare nelle classi disagiate della Sicilia alla fine del XIX secolo, realtà che lo scrittore conosceva bene, ma che emergeva anche dalle inchieste del Regno d’Italia da poco formatosi. Tra gli altri temi in Rosso Malpelo emerge anche l’emarginazione del diverso, che è tale solo per il colore rosso dei suoi capelli, che nell’ignoranza del tempo veniva associato al demonio e, quindi, al male. Il filo conduttore tra la vita di Malpelo e quella della sola persona che lo ama, il padre, è la tragica fine che entrambi fanno e il durissimo lavoro nelle cave siciliane: due “vinti” che non hanno alcuna possibilità di sottrarsi al loro chiaro destino.

Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in corpo, e lavorava al pari di quei bufali feroci che si tengono coll’anello di ferro al naso. Sapendo che era malpelo, ei si acconciava ad esserlo il peggio che fosse possibile, e se accadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o che un asino si rompeva una gamba, o che crollava un tratto di galleria, si sapeva sempre che era stato lui; e infatti ei si pigliava le busse senza protestare, proprio come se le pigliano gli asini che curvano la schiena, ma seguitano a fare a modo loro.

Lo sfruttamento minorile nel mondo ai giorni nostri

Bambini che si occupano della raccolta dei rifiuti da riciclare.

Oggi sono migliaia i bambini che si ritrovano a lavorare nelle miniere, o in strada per la raccolta dei rifiuti da riciclare, o per la vendita di cibo e bevande; ma ancora peggio è lo sfruttamento sessuale dei minori che, comprati e venduti come una merce qualsiasi di scambio, sono schiavizzati e sfruttati per il sesso a pagamento o per la produzione di materiale pedopornografico.

Secondo i dati diffusi nel 2004 dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), la maggior parte dei bambini di età inferiore a 14 anni costretti a lavorare vive nelle regioni dell’Asia e del Pacifico, impiegati nel settore agricolo, nella pesca, nelle industrie e nei laboratori artigianali per produrre tappeti, scarpe, palloni, ecc.; successivamente troviamo l’Africa subsahariana, che però ha la percentuale più alta di bambini sotto il 14 anni costretti a lavorare; invece nell’area America Latina-Caraibi lavorano più di 5 milioni di bambini, mentre in Medio Oriente e Nord Africa circa 13 milioni.

La causa principale del problema è la povertà. Questo vale in particolare per i Paesi poveri, dove il minore è costretto a lavorare per contribuire al sostentamento della famiglia ai fini della sopravvivenza, a causa di malattie (dovute molto spesso alla scarsa igiene), oppure dell’indebitamento della famiglia, o ancora dell’arrivo di nuovi nati da sfamare.

Le conseguenze a cui si va incontro sono a dir poco tragiche, non solo perché il bambino non sviluppa le necessarie capacità psico-fisiche, ma soprattutto perché non riceve la giusta istruzione, generando giovani che non sono capaci di leggere e scrivere e che non hanno coscienza dei propri diritti; pertanto non potranno partecipare costruttivamente e coscientemente alla vita sociale del proprio Paese, né impegnarsi per migliorarla.

Sebiana Mauro

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