Vacanze di natale a Israele: tutta la comicità di una Bibbia condannata ad annoiare

Siamo abituati a guardare alla Bibbia come ad un testo noioso, creato da anziani San Gerolami per vecchie bigotte e industriali ipocriti: eppure dietro alle salmodie propinate nelle aule di catechismo si celano storie vive e, inaspettatamente, divertenti.

                       San Gerolamo in un quadro di Caravaggio

Se si passa accanto ad una Chiesa in orario celebrativo, ci si può aspettare di tutto meno che risate: canti e salmi accompagnati da incensi e organi, talvolta (se il passo tragico lo richiede) qualche lacrima, ma nulla di più; non c’è nulla da ridere in effetti. La Bibbia racconta la storia della salvezza dell’umanità (in particolare del Popolo d’Israele), una storia fatta di tragedie, tradimenti, profezie e punizioni apocalittiche. Non c’è da stupirsi dunque se la domenica in chiesa non ride nessuno. Eppure la Bibbia non è semplicemente un libro sacro come il Corano: dal confronto si nota subito una differenza sostanziale. Il Corano nasce come un insieme di 114 sure, contenenti la Verità rivelata da Allah a Maometto. La funzione è eminentemente rituale: il Corano viene letto, recitato e imparato a memoria dal fedele musulmano. La Bibbia invece, oltre ad essere un libro sacro, risulta costituirsi come un’opera letteraria vera e propria: le vicende si articolano lungo un asse narrativo, inserito in un preciso contesto spazio-temporale, con personaggi, dialoghi, vicende fantastiche (volevo dire realistiche) ecc… Così definito il testo biblico, pare più sensato chiedersi in quale misura esso possa essere considerato “comico”. Esistono cioè passi o situazioni contenuti nella Bibbia inseriti con l’evidente intento di suscitare l’ilarità del lettore? Istintivamente si risponderebbe di no: questa era la tesi dominante nel mondo dell’esegesi. Un noto critico, Vigouroux, aveva addirittura affermato che i popoli orientali (i supposti autori della Bibbia) erano “gravi” per natura. Lo sdoganamento della risata nel XX secolo ha imposto però nuovi atteggiamenti nella critica. “Anche gli ebrei ridono!” afferma Minois in un saggio ormai celebre.

 

Dio ride

Quando si parla di risata e Bibbia ci si muove in un terreno assai pericoloso. Chiunque si ricorderà l’anziano Jorge de “Il nome della Rosa”. La risata effettivamente è segno dell’imperfezione dell’uomo: l’uomo ride quando percepisce una distanza tra ciò che lui è (creatura deforme) e ciò che non è (creatura perfetta come il suo creatore). Il distacco, l’abisso crea ilarità. Nella Bibbia ovviamente non si ride di questo; anzi secondo i più agguerriti ci sarebbe da piangere. Ci sono però in questo testo straordinario passi capaci di suscitare il riso. Il primo esempio è forse il più celebre. Dio annuncia a Sara che avrà un figlio da Abramo e lei risponde: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere ,mentre il mio signore è vecchio!”; in altri termini Sara è in menopausa e Abramo non ha più erezioni. Dio allora accusa, dopo aver parlato con il più fiducioso Abramo, Sara di aver riso di lui: lei nega (ottima mossa contro qualcuno che si dichiara onnisciente) e Lui risponde: “Sì hai proprio riso” e tuo figlio si chiamerà “Isacco” cioè “Dio ride”. Qualche volgarità unita alla goffaggine di Sara non possono non suscitare la risata. Questo passo, che a noi oggi può parere divertente, è stato oggetto di analisi molto accurate: è dubbia l’intenzionalità della componente comica, come lo è nel racconto di Giona che, dopo essere stato sputato dal pesciolone, attende la distruzione di Ninive, da lui stesso annunciata per bocca di Dio, restando però deluso poiché JHWH aveva modificato i suoi piani: “Ma Giona ne provò gran dispiacere e restò indispettito”. L’immagine è degna del classico equivoco da cinepanettone, eppure i critici sospettano che l’intenzione fosse di far ridere i lettori.

Abramo e Sara in un’icona

Equivoci all’italiana

Da questa ambiguità sfugge un passo meno noto, tratto dal Libro dei Giudici, nel quale si racconta l’epopea della conquista di Israele da parte degli Ebrei sui Filistei. In questo libro si racconta dell’uccisione di Eglon per mano di Eud. Tutto il racconto è costruito sull’equivoco e sulla volontà di suscitare (stavolta intenzionalmente) il riso: Eud è mancino ed è membro della tribù di Beniamino (che significa “tribù della mano destra”) e si reca da Eglon con il pretesto di consegnarli per mano un messaggio (la destra o la sinistra?). Prima di recarsi dal re di Moab (Eglon) Eud si aggiusta una spada a doppio taglio sul fianco destro, per poterla estrarre rapidamente e così trafiggere a morte Eglon. Eud viene accolto in privato e qui, estratta la spada, la conficca nel ventre grasso di Eglon (che peraltro significa “vitello”):

“21 Allora Eud, allungata la mano sinistra, trasse la spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre. 22 Anche l’elsa entrò con la lama; il grasso si rinchiuse intorno alla lama, perciò egli uscì subito dalla finestra, senza estrargli la spada dal ventre.”

Gli obesi, a quanto si legge, facevano ridere anche gli Ebrei. E non è finita qui; i servitori, sentendo il trambusto e vedendo sprangati gli ingressi della stanza del re, esclamano:

“24 Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono e videro che i battenti del piano di sopra erano sprangati; dissero: «Certo attende ai suoi bisogni nel camerino della stanza fresca».”

Tutto l’episodio, si vede bene, è costruito nell’intenzione di umiliare militarmente, politicamente e fisicamente il proprio avversario. La risata è dunque evidentemente ricercata.

 Eud si prepara all’uccisione di Eglon

Cristo non ride

Che gli ebrei siano dei simpaticoni dunque non c’è dubbio: per quanto riguarda il Nuovo Testamento invece? Possiamo leggere passi di comicità nei vangeli? La questione è ancora spinosa: Minois afferma che il senso dell’umorismo biblico è stato trasferito solo al fratello gemello del Cristianesimo, l’Ebraismo. Cristo è uomo ma è anche Dio: accettare sesso, gozzoviglie o risate dal Cristo corrisponderebbe ad una forma di blasfemia. Eppure molti critici hanno addirittura rilevato come il contrasto tra la sacralità del sacrificio di Cristo e la prosaicità della croce lignea potrebbero suscitare l’ilarità: a noi questo poco importa. Seppure al di fuori di ogni interpretazione rigorosa e canonica nella figura di Cristo possiamo intravedere spesso atteggiamenti beffardi: si pensi al piccolo fanciullo che si prende gioco dell’intero templio dei sapienti ostentando la sua scienza divina o ancora si noti l’arguzia con cui chiede ai Farisei di chi sia il volto sul sesterzio romano, come se non lo sapesse qualsiasi persona vivente a quel tempo. Possiamo dire ampiamente superata la figura del “Cristo non ride” consegnataci dalla patristica: non scordiamoci mai che il primo miracolo di Cristo fu trasformare l’acqua in vino, non curare un lebbroso.

 

Le nozze di Cana

Gabriele Cafiero

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