Viva la revoluciòn: come l’Italia ha condannato il complottismo e le dittature

Non vola una mosca, nella giungla argentina. Nè in quella cilena. Nè in moltissime altre giungle del Sud America, il continente- meta turistica preferita dagli agenti della CIA. In mezzo a teorie complottiste e azioni indisturbate, un paese tra tanti intreccia la sua storia con quella delle feroci dittature sudamericane: l’Italia.

 

Febbraio 1974. In un luogo non ben specificato, comincia quella che verrà successivamente chiamata “Operazione Condor“. Diversi agenti segreti di Cile, Argentina, Bolivia, Uruguay, Paraguay, sotto l’occhio benevolo della CIA, stringono una solida alleanza sotto l’egida dell’estremismo di destra e dell’ideologia dello stato di polizia. Sono anni infuocati, più caldi dei pomeriggi durante la stagione dei monsoni. Per contrastare l’avanzata rossa, il governo degli Stati Uniti pare disposto a tutto: anche ad usufruire di soggetti nazionalsocialisti. Nemici di ieri, che oggi tornano utili per gettare il pueblo nel terrore e nel panico. Storie simili possono sembrare esagerate, ai limiti del probabile, anche un po’ gonfiate. Eppure nomi quali Stefano delle Chiaie (ex militante MSI) e Klaus Barbie (feroce boia della Gestapo esule in Sud America) figurano, in parte anche grazie allo sforzo italiano. Perché è proprio grazie al nostro paese se, almeno in parte, molti dei soggetti che fomentarono le dittature militari di Pinochet, Videla, Matiauda, oggi sono stati giudicati dalla giustizia.

Stefano delle Chiaie in Bolivia.

La sentenza

Con una sentenza a sorpresa, 24 tra ex capi di stato e agenti segreti sudamericani sono stati condannati all’ergastolo. Il caso è stato avviato 20 anni fa dalle famiglie delle vittime. Una precedente decisione in Italia aveva condannato all’ergastolo otto persone, tra cui l’ex dittatore boliviano Luis García Meza, morto l’anno scorso; l’ex presidente peruviano Francisco Morales Bermúdez; e l’ex ministro degli esteri uruguaiano, Juan Carlos Blanco, che al momento è agli arresti domiciliari a Montevideo. La precedente sentenza assolse diversi membri delle dittature perché la prescrizione dei limiti dei crimini era scaduta, ma oggi finalmente pare che giustizia sia stata fatta.

Questo sviluppo degli eventi, specialmente nel nostro paese, ci pone ancora una volta di fronte a un problema piuttosto serio nella nostra penisola: la sottilissima linea che separa complottismo dai dati di fatto.

Dove sta la via di mezzo?

Trattando temi quali lo spionaggio, la storia recente e futura, gli eventi-chiave per l’umanità, capita spesso di vedere, un giorno, le proprie convinzioni completamente ribaltate. Può essere il caso degli eccidi commessi dagli USA in Vietnam o in Iran, le atrocità commesse dal governo russo in Cecenia, ma anche- per non citare i classici esempi di potenze egemoniche che distruggono segretamente paesi del terzo mondo- il genocidio in Tibet perpetrato dalla Cina, il vero volto dei capi di stato che fomentarono gli scontri tra Hutu e Tutsi, e i massacri in pressoché ogni paese al di sotto dell’Equatore. Anche nel nostro paese si è assistito più volte a eventi tenuti nascosti finché possibile (dall’operazione Gladio alla costituzione della P2). In molti casi, si è trattato di verità rimaste sepolte, e solo di recente venute a galla. Ma perché?

Manifestazione in Cile.

Le motivazioni possono essere moltissime: dall’attesa che la guerra in sé perda di importanza per l’opinione pubblica, al tentativo di insabbiare “verità scomode” per personalità influenti. Si tratta sempre in ogni caso di sforzi nel preservare un certo ordine costituito. E già da quest’ultima osservazione è evidente come certe frasi ricorrenti delle teorie del complotto siano nate da fatti concreti e certificati. Eppure la linea è in realtà ben spessa e fortificata, perché proprio i fatti verificati sono l’enorme, benché banale, differenza tra una teoria campata per aria e un dato sicuro: è la percezione di tali dati il problema.

Mettiamo il caso che, passeggiando per strada, veniamo assaliti da un uomo vestito da Topolino- proprio così- e che, armato di motosega in fiamme, ci rubi i pantaloni, lasciandoci terrorizzati e seminudi in mezzo a una strada. Appena il pericoloso Topolino gira l’angolo fuggendo, ecco che dall’altro lato della strada giunge una pattuglia di carabinieri che, vedendoci in stato di shock e incuranti del pubblico pudore, ci chiede cosa sia successo. A questo punto la storia si complicherebbe, vero?

Proprio questo è il maggior difetto che lo spionaggio ha fatto involontariamente nascere nel giornalismo d’inchiesta: l’essere vero, malgrado tutto. E solo finché ci sarà un occhio testimone, un orecchio che ha sentito troppo, una bocca intenta a parlare, allora sarà possibile parlare di realtà.

Meowlow

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