La droga che distrugge: ce lo spiegano Requiem for a dream e Valentina D’Urbano

La droga è da sempre una piaga della società, capace di distruggere e annientare a livello fisico e mentale il soggetto che ne fa uso, dominando la sua intera vita sia a livello affettivo che lavorativo.

Definiamo con il termine “droga” una qualsiasi sostanza che assorbita in diverse modalità provoca un temporaneo cambiamento psico-fisiologico nel soggetto; questa crea una dipendenza viscerale, condizionando sotto ogni punto di vista chi ne fa uso, diventando il fulcro vitale della propria vita. Molto probabilmente messe in circolazione a partire dal VII secolo, con l’espansione dell’islam, nel corso della storia se n’è fatto largo uso da allora fino ai giorni nostri; l’Italia è fortemente coinvolta: secondo le statistiche ufficiali sarebbe al primo posto in Europa come numero di tossicodipendenti afferenti alle strutture pubbliche, seguita da Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna. Proprio per questa sua “importanza” nella società, il tema della droga è stato protagonista di molti libri e film; quelli che oggi, nel particolare, andremo a trattare sono “Requiem for a dream” del regista Darren Aronofsky e “Il rumore dei tuoi passi” di Valentina D’Urbano.

Quando la droga si porta via la persona che più amiamo: Il rumore dei tuoi passi

Il romanzo di Valentina D’Urbano racconta dal principio le vite di Beatrice ed Alfredo, della loro infanzia, di come si sono conosciuti e le vicende che hanno caratterizzato la loro crescita assieme e, infine, di come si sono innamorati. Parla dei loro sogni che s’infrangono in un luogo fatto di polvere con zero prospettive “la Fortezza”, dove ogni cosa ha un soprannome, dove Beatrice e Alfredo per tutti sono “i gemelli”. I due però non sono realmente fratelli, ma è come se fossero la stessa anima in due corpi distinti; tutto in loro è simile: il modo di camminare, di parlare, di mangiare, di stropicciare gli occhi. A legarli è una storia di vita nata per necessità quando erano bambini, perché ogni giorno è faticoso nel quartiere disagiato in cui sono nati e bisogna sapersi parare le spalle nonché capire in fretta che gli esseri umani possono essere anche molto pericolosi. Il loro amore cresce con loro, fino a diventare passionale, struggente, delicato, morboso. Alfredo non può stare senza Beatrice perché lei lo completa, perché ne ha bisogno, perché è fragile; mentre la ragazza è molto più battagliera di lui e cerca in ogni modo di uscire da quella realtà per elevarsi da uno status che la marchia inesorabilmente per cui quando vede che il suo “gemello”, al contrario, si crogiola in giornate sempre uguali e prive di scopo cerca di scuoterlo con tutte le sue forze, consapevole che poco cambierà, perché ormai l’amore della sua vita, il suo migliore amico si è completamente abbandonato. Specie quando Alfredo cadrà vittima della droga che gli rovinerà quel futuro che Bea vedeva insieme a lui, omologandosi con la maggior parte dei componenti della Fortezza.
Nonostante questo fortissimo sentimento i ragazzi prenderanno strade diverse restando comunque l’uno accanto all’altro senza smettere di sentire il rumore di quei passi. Neanche quando il destino li allontanerà definitivamente.
Il romanzo della D’Urbano è straziante, coinvolgente, delicato e allo stesso tempo rude; affronta delle tematiche molto forti già dall’inizio del romanzo, in quanto noi sappiamo fin dal principio che Alfredo è morto per overdose e ce lo dice proprio Bea che ha trovato il corpo inerme del ragazzo che più ama al mondo, per rafforzare la totale assenza di speranza e non lasciandone neppure al lettore.

È spaventoso come ci si abitui alla morte di una persona. Sai che non la rivedrai. Non è che sia partita, non puoi nutrire nessuna speranza di rincontrarla per caso. Non ci sarà nessuna coincidenza di questo tipo. È una cosa tanto schifosa che ti viene voglia di urlare. E allora mi sono seduta per terra su quella polvere appiccicosa, ho appoggiato la fronte al muro e ho urlato. Ho urlato con quanta forza avevo in corpo, ho urlato fino quasi a strapparmi dalla gola le corde vocali, fino a sentire che mi laceravo dentro.

Il disperato desiderio di rivalsa dei protagonisti di Requiem for a dream

Scena tratta dal film Requiem for a dream in cui figura Sara Goldfarb

Sara Goldfarb è una vedova che trascorre le sue giornate a ingozzarsi di cibo di fronte alla televisione. Si sente completamente da sola e continuamente tormentata dal figlio Harry, un ragazzo tossicodipendente che vive per procurarsi la dose successiva ad ogni costo e col solito mezzo: impegnare il televisore che fin dal principio si vede incatenato da Sara, l’unico strumento in grado di allontanarla da quella monotonia che la divorava. Harry è innamorato di Marion, anche se in seguito vedremo che ad unirli non sarà l’amore, ma la comune passione per l’eroina. Requiem for a Dream, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Hubert Selby, racconta la storia di quattro individui che vivono un dramma comune, senza mai interagire tra di loro e senza unirsi mai realmente. La suddivisione è semplice e il racconto determina l’ascesa, il declino e l’ineluttabile destino dei personaggi attraverso tre evocative sottosezioni: estate, autunno, inverno (la primavera non è presente in quanto simbolo di rinascita). I protagonisti sono incoraggiati da un desiderio di rivalsa rispetto alla carenza di aspettative che li accomuna. Sara è inaspettatamente invitata a partecipare allo show di Tappy Tibbons, sorpresa ed eccitata cerca di rimettersi in forma per indossare il vestito rosso della gioventù che tanto piaceva al marito defunto. La sua motivazione la porta ad iniziare una dieta che non va a buon fine e che la porta a rivolgersi ad un medico che le prescrive una cura a base di anfetamine che la rende viziosamente dipendente dalle pillole. Harry e l’amico Tyrone cercano di incrementare le loro finanze per mezzo del narcotraffico. Marion è sollecitata dal fidanzato ad aprire un negozio di moda, ma servono investimenti e l’unico modo è vendere droga.
Il regista newyorkese dirige un film che denuncia la società (non solo) americana, incapace di apprezzare realmente le piccole gioie della vita, incappando in superflui desideri quali ottenere soldi facili e dimagrire per partecipare ad un programma TV. L’assuefazione alle sostanze stupefacenti è standardizzata attraverso un compulsivo ripresi di immagini con la stessa frequenza (quasi ad evidenziare la monotonia che crea la tossicodipendenza). I desideri delle parti sono destinati a dissolversi infrangendosi contro il presente, non a caso il montaggio di Jay Rabinowitz ricorre al jump-cut (per esempio quando Harry immagina di denigrare il poliziotto sottraendogli la pistola e lanciandola all’amico Tyrone), sottolineando la tendenza al fallimento nella realtà. Gli effetti luce e il montaggio contribuiscono a creare lo stato di assuefazione in cui si trovano i quattro protagonisti del film. Emblematica è la conclusione: drammatica e catastrofica chiaramente, ma che può essere compresa soltanto dopo una accurata e struggente visione di questo capolavoro cinematografico.

È un motivo per alzarmi al mattino, è un motivo per dimagrire, per entrare nel vestito rosso. È un motivo per sorridere e pensare che il domani sarà bello. […] Sono contenta di poter pensare al vestito rosso, alla televisione, a te, a tuo padre… Adesso quando sto fuori al sole io sorrido.

Sebiana Mauro

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