Zimbardo costringe gli studenti a recitare nelle carceri, altro che OITNB!

Ventiquattro studenti tra carcerati e guardie

All’Università di Stanford nell’agosto del 1971 per iniziativa del professore di psicologia Philip Zimbardo, fu proposto un esperimento a cui parteciparono 24 studenti, tutti maschi e bianchi. Furono divisi in modo casuale tra carcerati e guardie. Per i 15 giorni previsti i carcerati avrebbero alloggiato in “celle” ricavate in un seminterrato di uno degli edifici dell’università. Era fondamentale sentirsi parte del gruppo di appartenenza e entrare nella mente del personaggio da ricoprire. Fu chiesto loro di indossare lunghe tuniche bianche con un numero sopra e una calza da donne in testa che simulasse l’effetto di una rasatura. Le guardie erano divisi in turni in cui si occupavano di pattugliare il seminterrato e facevano svolgere ai carcerati dei compiti di pulizie. La loro “divisa” era data da occhiali scuri. L’ordine iniziale bandiva la violenza, ma non fu ciò che successe. I ricercatori osservavano il comportamento dei prigionieri e guardie con telecamere nascoste e microfoni e atti violenti e osceni portarono Zimbardo a chiudere immediatamente l’esperimento.

Cosa successe davvero nei sei giorni a Stanford

Dopo appena due giorni i detenuti iniziarono a protestare per la loro condizione, si strapparono le magliette e si rinchiusero nelle celle. Le guardie iniziarono a praticare nei loro confronti forme sempre più violente a livello fisico e psicologico. I carcerati furono costretti a cantare canzoncine, a defecare in secchi che non potevano vuotare, a pulire a mani nude le latrine. Zimbardo, dopo un tentativo di evasione da parte dei detenuti represso con durezza, fu costretto a mettere fine al suo esperimento poiché i partecipanti cominciavano a mostrare seri segni di dissociazione dalla realtà, disturbi psicologici, fragilità e sadismo a seconda dei casi. I prigionieri reagirono in vari modi al loro senso di frustrazione e impotenza. Ribellioni, crisi emotive, tentativi di fuga, problemi psicosomatici legati alla mancata libertà furono le conseguenze meno gravi.

La serie tv più cool ambientata in un carcere femminile

Orange Is the New Black è una serie tv statunitense trasmessa su Netflix. Si tratta di una drama-comedy ambientata nel carcere femminile di Lichfield. Nella bellissima e ritmata sigla si mostrano facce di vere ex-detenute, che hanno accettato di partecipare allo show. Anche le mitiche tenute orange, che danno il nome alla serie, sono le vere divise del carcere americano. ll Penitenziario di Litchfield si divide in due tipologie di prigioni: carcere di minima sicurezza e il carcere di massima sicurezza. Il carcere di minima sicurezza, di solito menzionato come “il campo”, è composto da cinque nuclei di celle, Una Sede Unità di Sicurezza (SHU), e un ambulatorio di psichiatria. L’intera prigione ospita circa 200 detenuti. Lo stabile comprende anche il carcere di massima sicurezza, o “isolamento“, per le detenute con reati molto seri. Molte detenute più vecchie che hanno lungamente vissuto in carcere di massima sicurezza possono essere trasferite in quello di minima sicurezza per buona condotta. Nulla a che vedere del carcere fittizio proposto da Zimbardo nell’esperimento. Nella serie il trattamento riservato alle protagoniste è molto più blando.

Effetto Lucifero: risorsa o condanna?

Dopo l’esperimento Zimbardo definì questo comportamento come effetto Lucifero: ambiente e istituzioni influenzano in maniera determinante il comportamento di ogni singolo individuo. Persone essenzialmente buone, considerate normali, possano trasformarsi in mostri capaci di atti disumani. Questo effetto suggerisce che la malvagità non deriva solo da chi siamo, ma viene anche determinata dalla situazione specifica in cui ci troviamo. Se l’appartenenza al gruppo supera la considerazione di se stessi come individui, la persona agisce di conseguenza come gruppo. La sensazione di anonimato riduce il senso di responsabilità. Le guardie, in più, avevano dalla loro parte il fattore legittimante di Zimbardo in persona. Esperimenti successivi hanno aiutato i partecipanti a prendere coscienza delle loro azioni immorali e di come queste miravano la dignità delle vittime e la propria. In questo modo, abbiamo concluso che certi meccanismi che stanno alla base dell’effetto Lucifero possono essere invertiti e usati per creare nuove strategie di riconciliazione.

Francesca Morelli

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