‘La mafia uccide solo… a Capaci’: 27 anni dall’attentato a Giovanni Falcone

Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava
La provinciale sembrava un forno
C’era l’asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo
Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio

Di quei ragazzi morti ammazzati
Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo
Che se non serve per cose buone può diventar così cattivo
Che dopo quasi non resta niente

Questo cantava Giorgio Faletti nel 1994 al Festival di Sanremo. ‘Signor Tenente‘: una canzone di protesta, di rabbia, di ribellione. Una canzone che denuncia una situazione paradossale, dove, al contrario dei film, i buoni perdono ed i cattivi non solo vincono, ma vivono. Vivono bene, vivono ricchi, mentre i buoni sono stanchi di sopportare quel che succede in questo paese, dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese […] chi ci ammazza prende di più di quel che prende la brava gente.

Faletti che canta a Sanremo ‘Signor Tenente’

Una canzone che ricorda uno dei momenti più tristi della storia di questo paese, dove dei ragazzi sono morti fatti a pezzi con l’esplosivo. Più precisamente, i ragazzi erano 3, e hanno perso la vita mentre ne scortavano altri due. Era il 23 maggio 1992, alle 17:57. La provinciale viene chiamata A29, ed il fattaccio è avvenuto nei pressi di Capaci. Faletti parla di quella strage che ha scandalizzato l’Italia, e che ha influito sull’elezione del presidente della Repubblica: la strage di Capaci, dove persero la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

 

Capaci, 23 maggio 1992, 17:57

Dopo 27 anni dall’accaduto, ancora il ricordo ferisce i cuori dell’Italia intera. Ma cosa accadde esattamente quel pomeriggio? E soprattutto, perché?

Giovanni Falcone era un magistrato italiano che, insieme al collega ed amico Paolo Borsellino (ucciso pochi mesi dopo l’attentato di Capaci), era una punta di spicco nella lotta contro la mafia. Per questo era anche nemico giurato dei membri di Cosa Nostra, che ne decisero la morte nel 1991. L’organizzazione dell’attentato iniziò l’anno successivo, a seguito del Maxiprocesso a Cosa Nostra, che decretò 19 ergastoli per crimini di mafia dopo quasi sei anni di processo.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Inizialmente, fu inviato un gruppo armato a Roma, dove si trovava il giudice, che venne poi richiamato da Salvatore Riina, detto Totò. Il boss, uno degli organizzatori, aveva infatti cambiato idea, decidendo che il magistrato doveva essere ucciso in Sicilia da dell’esplosivo, e non a Roma con armi da fuoco. Come luogo, si optò per l’autostrada A29, dove Falcone sarebbe dovuto passare nel momento in cui sarebbe ritornato sull’isola dalla capitale. Come ‘contenitore’ serviva un luogo stretto, per assicurare una deflagrazione massima. Si trovò dunque un canale di scolo che attraversava l’autostrada da parte a parte, all’altezza dello svincolo per Capaci.

Dal momento in cui Falcone mise piede in Sicilia quel 23 maggio, venne controllato passo dopo passo. Le macchine della scorta erano tre. Il giudice, al fianco della moglie, guidava personalmente quella in mezzo. Ironia della sorte, l’uomo della scorta che era seduto sul sedile posteriore della medesima vettura non morì, mentre entrambi i coniugi non sopravvissero per le emorragie interne riportate. L’attenzione dei criminali era ai massimi livelli, tanto che, quando le tre autovetture rallentarono pochi metri prima dello svincolo, l’uomo che doveva premere il pulsante di innesto se ne accorse, ed ebbe un attimo di esitazione.

L’esplosione fu talmente forte che la prima auto, con a bordo quei tre ragazzi della canzone, fu sbalzata in un giardino vicino. Il giudice e la moglie invece rimasero intrappolati nella loro Croma bianca sull’asfalto dell’autostrada e resistettero fino all’ospedale. Il totale dei ‘fisicamente’ feriti è di 23; dei feriti nell’animo, invece, il numero è decisamente più elevato.

 

27 anni dopo: cosa ci è rimasto?

La morte di Giovanni Falcone traumatizzò il paese intero, soprattutto perché fu seguita a  distanza di pochi mesi da quella di Paolo Borsellino, ucciso anch’esso con l’esplosivo in Via D’Amelio, dove abitavano la madre e la sorella. Ma oggi, cosa ci rimane del sacrificio che questi due uomini, insieme a quello della loro scorta e di molti altri, hanno fatto?

27 anni dopo ogni tipo di media si concentra sul diffondere la denuncia alla mafia ed il ricordo di queste stragi, così da sensibilizzare anche coloro che al tempo non c’erano. O quelli che al tempo non hanno prestato abbastanza attenzione. Un esempio è il film ‘La mafia uccide solo d’estate‘, diretto ed interpretato da Pif.

La pellicola riguarda la vita di Arturo Giammaresi, un ragazzino palermitano che nel corso degli anni incrocia la mafia più volte. Arturo, che nel film cresce fino a diventare un giornalista televisivo, vive a Palermo dagli anni ’70 agli anni ’90 ed è testimone di molti dei crimini mafiosi che si sono susseguiti in quel periodo, pur senza rendersene effettivamente conto. Parallelamente alla sua storia, infatti, accadono nella via accanto a quella dove abita, nell’appartamento sottostante, nella chiesa dove è battezzato, fatti di cronaca, come l’uccisione di Dalla Chiesa o l’organizzazione e l’omicidio proprio di Giovanni Falcone.

Un giovane Arturo in una scena del film, in compagnia dell’amico giornalista

I toni, seppur ironici, riflettono quella situazione di omertà in cui era intrappolata la città di Palermo in quegli anni. La mafia non viene mai accusata direttamente, anzi, addirittura uccide solo d’estate. Ad ogni avvenimento della vita del protagonista si accompagna un crimine reale che i cittadini decidevano di vedere come non era, creando una realtà ossimorica e a doppia faccia nella quale è difficile districarsi. Questo film è particolarmente importante per l’argomento che si sta trattando perché usa la strage di Capaci e quella di via D’Amelio come motori di un cambiamento all’interno della mentalità dei palermitani. Se per tutta la durata della pellicola si è assistito ad un’omertà straziante, dopo il 1992 i cittadini decidono di reagire e di protestare pubblicamente in piazza, mostrando come la popolazione abbia smesso di voltare lo sguardo, ma abbia deciso di scendere realmente in campo contro quel male che aveva già causato troppe vittime.

 

Ecco una parte di quello che ci rimane. Delle testimonianze, delle canzoni, dei film, dei libri che nascono per non permettere di dimenticare. Ci rimane quel sentimento di dolore, ma anche quella forza che Falcone, come i suoi colleghi, hanno avuto. Ci rimane la speranza che la situazione possa cambiare. E tutto questo, rimane solo grazie a chi ha scelto di sacrificare la propria vita in una guerra che, come sostiene Marcelle Padovani, prima o poi avrà fine:

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine

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