Perché i filosofi sono bugiardi? Risponde Noudelmann nel suo libro “Il genio della menzogna”

Lo scarto tra produzione teorica e vita

Analizzare le logiche inventive del pensiero teorico è lo scopo che si propone un saggio denso, corposo, intrigante ma tutt’altro che facile, di François Noudelmann, stella anche mediatica del firmamento filosofico francese, nella sua opera Il genio della menzogna. Qui si esamina lo scarto tra produzione teorica e vita: come mai Rousseau, che scrive un grandioso e innovativo trattato sull’educazione, Emilio (1762), ha abbandonato al brefotrofio non uno ma cinque figli? E come la mettiamo con Kierkegaard e il suo elogio del matrimonio, composto senza ch’egli fosse riuscito a sposare Regine Olsen nonostante il suo dichiarato amore per la suddetta, e com’è che il filosofo dell’impegno, Sartre, riuscì a mancare all’appuntamento con la resistenza, o il filosofo del nomadismo, Deleuze, a passare la vita a fumare in poltrona in un appartamento parigino? E Foucault, come faceva a esaltare il coraggio della verità, nelle sue ultime opere, e poi a nascondere accuratamente il fatto di avere l’AIDS? Tutte domande che chi frequenta la filosofia si è posto in vita sua e  cui Noudelmann cercherà di dar risposta.

 

A causa dell’incoerenza, non nonostante essa

E invece il punto sta proprio lì, dichiara Noudelmann, nel fatto che i filosofi, alcuni filosofi, che fanno uso di astrazioni e rivendicano l’universalità del loro pensiero, mostrano in alcuni casi clamorosi di contraddirle col loro stile di vita. Ci furono invece filosofi che vissero una genuina armonia tra idee e comportamenti: tra tutti uno dei casi più coerenti, fu quello di Diogene di Sinope, il campione del cinismo antico, che condusse una «vita semplice» basata sulla coerenza di prese di posizione individuali, i cui segni inconfondibili sono l’autonomia, l’incorruttibilità, l’autoconsapevolezza e il coraggio civile nonché la parresia, cioè la parola franca, cosciente, aperta e senza censura, talvolta anche irrispettosa e aggressiva. Nella classificazione dei filosofi incoerenti Noudelmann  da una spiegazione provocatoria e stimolante: il filosofo elabora i suoi principi teorici perché vive il contrario di ciò che teorizza. Il filosofo, continua Noudelmann, presenta una verità antinomica rispetto a ciò che vive in quanto il contrasto produce l’altissima performance concettuale.

 

Tuttavia fallisce la disamina precisa e puntuale che chiede di rispondere a come sia possibile che il discorso del filosofo parta da un comportamento opposto al pensiero stesso; o come possa darsi che il filosofo elabori pensieri teorici astratti perché vive il contrario di ciò che teorizza presentando una verità antinomica ai fatti che vive. Non è che continuando a ritornare sull’affermazione secondo la quale il diniego produce nei filosofi la performance concettuale, essa viene a costituire una verità.

 

La menzogna speculativa

Del resto, immaginare di eleggere kantianamente la pratica della menzogna, seppur creativa, a massima universale, porterebbe a un mondo di pazzi nel quale sarebbe impossibile vivere. Senza un minimo di fiducia nel fatto che persone e istituzioni non mentiranno, non avrebbe senso neanche alzarsi la mattina perché non saprò se troverò l’acqua in bagno o l’autobus per andare al lavoro alla fermata. Ma nemmeno vogliamo fare i moralisti intransigenti e bacchettoni che esortino in termini roboanti alla verità e alla coerenza a tutti i costi.

 

Se però la negazione della verità denuncia la difficoltà del filosofo nel farsene carico potremo comprenderlo e forse anche giustificarlo. A tutti loro si offre la scusa della menzogna speculativa. Non potendo confessare e ammettere la verità essa viene espressa come iperbole concettuale, metamorfosi della verità in forma di menzogna. Non basta tuttavia ripetere continuamente, francamente e sinceramente una tesi perché essa diventi vera. Bisogna spiegare con quali passaggi e meccanismi la teoria dell’impegno sia costruita sulla mancanza dell’impegno, come se questo le desse una marcia in più che se fosse costruita sull’impegno reale.

 

Quello che avrei voluto essere e non sono

Stretta la foglia, larga la via, suggestiva è l’intuizione ma debole l’argomentazione. Reggerà la tesi? O non ci porterà a rovesciare le parole di Paolo, lo spirito è forte ma la carne è debole, facendo sì che lo spirito, invece di uscire rafforzato dalla debolezza della carne menzognera, ne acquisisca l’ambiguità vedendo minata la propria credibilità? Il che vorrebbe dire che ha ragione tutto sommato l’argomento moralista che afferma che gli autori scrissero grandi opere dello spirito nonostante la piccineria della carne. O ancora, che scrissero grandi opere profetiche che andavano oltre la pusillanimità del quotidiano perché il loro sguardo era rivolto a un futuro magnanimo. Il divario tra teoria e pratica continua a rimanere un enigma. Il filosofo, alla fine, crea il personaggio che avrebbe voluto essere e non è.

 

 

Davide Guacci (@___dadoz)

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