Nelle scarpe di Van Gogh: psicobiografia di un’anima tormentata

Nelle scarpe di Van Gogh: psicobiografia di un’anima tormentata

8 Marzo 2019 0 Di Marco Funaro

“Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi”

Così diceva Edvard Munch, forse il più celebre esponente del movimento artistico Espressionista, a proposito del suo vissuto, un vissuto teso all’Arte (“L’Arte è il sangue del nostro cuore“, dirà a Berlino) e segnato da profonde ferite emotive: la morte della madre in giovanissima età e dell’amatissima sorella maggiore, Sophie, durante l’adolescenza; il crollo psichico della sorellina Laura; la spirale depressiva in cui cadde il padre;

La critica è unanime nel considerare questi eventi traumatici come fondanti dell’opera del pittore norvegese: la visione del mondo e della vita che egli ha ereditato dalla sua infelice infanzia permea tutta la pittura di Munch, dalla scelta cromatica, ai contenuti formali, fino alla restituzione della linea.

Edvard Munch, “Malinconia”, 1891

Quello che è interessante sottolineare è che Munch si avvicina inizialmente a movimenti artistici a tratti lontani da quegli elementi caratteristici della sua grammatica visivo-artistica, in particolare al Naturalismo e soprattutto all’Impressionismo francese; il passaggio stilistico avviene in Danimarca, nel momento in cui Munch, sollecitato da amici e colleghi, inizia a tradurre nel concreto, nel Reale, il suo vissuto psichico, inespresso e informe, in un primo momento attraverso la scrittura di un “diario dell’Anima” e quindi per mezzo delle “tele dell’Anima“, a compimento del passaggio ad uno stile che prenderà poi il nome, in virtù proprio di questa azione proiettiva, “Espressionismo“:

Non ci saranno più scene d’interni con persone che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato” (Manifesto di Saint Cloud)

Edvard Munch, “Bambina Malata”, 1885 – Una delle prime “tele dell’anima” dell’autore, ancora fortemente influenzata da un formalismo impressionista

L’apoteosi di questa “liberazione psichica“, come direbbe Reich, non può che essere ovviamente “L’Urlo“, dove il contenuto, il gesto che la figura emaciata e stravolta, nel quale l’artista si identifica proiettivamente, compie non è altro che estrema sublimazione: l’artista affida alla tela la propria tensione psichica e il grido, liberatorio e dunque transizionalmente catartico, è purificazione psichica, interna, del suo autore:

Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura

Edvard Munch, “L’Urlo”, 1893

LA PSICOBIOGRAFIA COME CHIAVE DI LETTURA

Si identifica allora nell’Arte, nella produzione pittorica, una funzione esplorativa e chiarificatrice del proprio Sé, uno scopo di significazione di senso al proprio vissuto.

La pittura diventa il veicolo entro cui possiamo leggere dèmoni della vita, specie se una tormentata come quella di Munch: la psicologia in questo senso, nella dimensione dell’approfondimento della vita dell’autore, diventa strumento e chiave di lettura per comprendere ed accedere in modo più profondo all’impianto pittorico.

DUE SCARPE, DUE FRATELLI

Anche per Vincent Van Gogh la produzione artistica permette di dare senso ad un’esistenza estremamente dolorosa, di colmare quello spazio di vuoto lasciato da una vita tragica ed accettare la sofferenza come parte della propria identità.

“[…] per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione” (Ultima lettera al fratello Theo)

L’Arte come concretizzazione della sofferenza biografica permea anche tutta la pittura dell’olandese, ma un dipinto in particolare appare significativo:

Vincent Van Gogh, “Un Paio di Scarpe”, 1886

Un Paio di Scarpe“: questo è il titolo, molto spartano, attribuito dal pittore ad una delle sue opere meno celebri, ma fortemente carico di significato per il suo autore, costantemente alla ricerca di senso del Sé (alla luce di ciò, la realizzazione dei suoi famosi 37 autoritratti ed in generale la passione per la tematica ritrattistica acquisisce un nuovo significato).

Il quadro raffigura semplicemente due scarpe, molto rovinate e consunte, probabilmente legate al mondo contadino, popolare; Meyer Schapiro, storico dell’arte, attribuirà in seguito quel vecchio paio di scarpe a Van Gogh stesso.

Un’analisi più approfondita permette di riconoscere un’identificazione psichica nell’Oggetto, e dunque le due scarpe non appartengono all’autore, ma sono l’autore stesso, che dunque realizza un altro autoritratto; è possibile notare poi che i due scarponi sono entrambi per un piede sinistro, e dunque un doppio autoritratto, due doppioni, identici, assolutamente equivalenti ed interscambiabili.

Recuperando l’identificazione nell’Oggetto precedentemente detta e avvalendoci della psicobiografia, la lettura di quel dipinto apparentemente normale viene stravolta:

Vincent nasce il 30 Marzo 1853, lo stesso giorno in cui, solamente un anno prima, nel 1852, nasceva, già morto, quello che era e sarebbe stato suo fratello maggiore; i genitori decisero di chiamare il futuro artista Vincent, lo stesso nome che avevano dato al fratello prematuramente scomparso.

Vincent l’artista, Vincent il bambino vive dunque sin dalla primissima infanzia una vita doppia, caricata dal fardello di un’eredità avuta da un fratello omonimo che per i genitori vive in lui:

Fin dal primo giorno, quindi, la vita di Vincent fu segnata da una triste coincidenza: numerosi psicologi, per contro, non mancarono di sottolineare che questo bambino, in un certo senso, era venuto al mondo nell’anniversario della propria morte e videro in ciò la radice dell’inclinazione dell’artista al paradosso” (Rainer Metzger)

Due scarpe sinistre per un solo piede, due Vincent per una vita soltanto: sin da bambino Vincent si vede teso tra la vita, che gli appare quasi “donata” e scambiata per quella di un altro, e la morte, che è stata per lui veicolo alla vita.

L’angoscia, la mancanza di senso, la tristezza perpetua e anche i disagi psichici caratterizzanti tutto il suo vissuto possono allora essere ricondotti (anche se non esclusivamente) a questo evento traumatico infantile?

“Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la mia tristezza, l’estrema solitudine”
(Vincent Van Gogh, “Campo di grano con volo di corvi”, 1890)

Due scarpe sinistre per un solo piede, ma anche una scarpa sinistra al posto di una scarpa destra: Vincent il pittore, “Vincent il pazzo”, è di troppo, una copia sostitutiva che non avrebbe dovuto esserci e che invece è?

Il fratello, essendo nato morto, non aveva mai avuto in realtà una propria identità, ma proprio per questa ragione un’identità ideale era stata creata per lui nell’immaginario dei suoi genitori. Egli sarebbe stato il figlio perfetto, il compendio di tutte le virtù, capacità e finezze d’animo. Lui, il Vincent morto, avrebbe sempre fatto tutto nel modo giusto e, specialmente dove il Vincent reale avesse sbagliato, il bambino idealizzato avrebbe sicuramente avuto successo. Questo estremo grado di idealizzazione di un bambino morto spiega gli alti ideali dell’Io che il pittore si era imposto, il suo timore di fallire e la sua paura del successo; a fronte di ideali dell’Io talmente alti, egli sarebbe, naturalmente, quasi sempre risultato inadeguato

Un dramma ossessivo che tende tutta una vita alla ricerca della propria identità, mai trovata o forse trovata proprio nella tragica conclusione della sua vita, a 37 anni, curiosamente lo stesso numero di autoritratti realizzati.

Vincent Van Gogh, “Autoritratto”, 1889

Non saremo sorpresi della sua costante battaglia per trovare un’identità per se stesso nella sua vita, un’identità nella sua arte che appartenesse solo a lui, uno stile unico” (Nagera, 1967)

 

Marco Funaro (majin_fun)