Alita: angelo della battaglia è il nuovo film di Robert Rodriguez. Uscito a febbraio 2019 nelle sale cinematografiche, ha come protagonista Alita. Una donna cyborg vive in un mondo dove convivono umani e robot, e dove il commercio di parti anatomiche, di pezzi di corpo, siano essi di carne o bionici, è all’ordine del giorno. Di fronte alla crescente presenza della figura del cyborg a livello cinematografico, la domanda che sorge spontanea è: perché?

 

Il desiderio di diventare un prodotto

Tralasciando la trama del film, la mia riflessione è su una tematica più profonda e alla base di una nuova dimensione antropologica: la necessità della figura del cyborg.  Partiamo dalla concezione del filosofo Anders: l’uomo nella sua dimensione e nella sua quotidianità si sente limitato, finito, imperfetto. Questo porta l’uomo a provare vergogna nei confronti delle macchine tecnologiche, che invece rappresentato tutto quello a cui egli aspira. Il sentimento che prova viene chiamato dall’autore vergogna prometeica, e proprio questa vergogna permette la nascita e lo sviluppo del desiderio dell’uomo di diventare esso stesso un prodotto. La tecnica, la tecnologia e il virtuale sono, quindi, il nostro fato, il nostro destino.

 

Il bisogno di perfezione

Abbiamo un bisogno innato di andare a cercare un Altro mondo virtuale che risponda alla nostra esigenza di perfezione e libertà, sia della nostra vita, sia delle nostre azioni.  Come “semplici” esseri umani, come abbiamo detto prima, proviamo vergogna nei confronti delle macchine: le nostre imperfezioni di essere creature limitate, di essere nate, di non essere fatte, ci porta a desiderare di diventare un prodotto artificiale più forte, più perfetto, immortale: di essere un qualcosa in più.  Di fronte a questo tentativo di diventare perfetti, l’uomo si domanda chi sono io mai?”: il desiderio dell’uomo moderno è quello di diventare un self made-man, un prodotto tecnologico.

La figura del cyborg come esaudimento del desiderio

Il desiderio viene esaurito con la realtà virtuale. Grazie ad essa, avviene la trasformazione del proprio sé in avatar e cyborg. Quest’ultimo termine non deriva, come potrebbe sembrare, dal mondo della fantascienza, ma da quello della ricerca scientifica, in particolare dalla NASA. Negli anni ’50 gli scienziati avevano valutato l’ipotesi di cambiare attraverso la chirurgia gli esseri umani, modificandone alcune parti del corpo con organi artificiali, in modo da renderli idonei per l’esplorazione di altri pianeti. Diventiamo un prodotto evoluto della tecnica. Nel mondo virtuale c’è un avvicinamento tra l’uomo e la macchina, e ciò permette di far scomparire quel limite interno dello sviluppo tecnico, proprio perché anche l’uomo sta diventando artificiale.

Cyborg-Uomini: diventiamo ibridi 

Con la figura del cyborg, la macchina si fa uomo, e l’uomo si fa macchina: il confine tra il reale e l’artificiale tende a scomparire.  Si diventa ibridi: un corpo evoluto, un corpo nuovo che si avvicina alla macchina, che sia macchina. Si modifica la nostra esistenza: velocità, libertà, interazione, leggerezza, liberazione e promesse giocano nuove sfide in una dialettica tra attese e delusioni. Siamo in una posizione mediana tra il cielo e la terra, tra il corpo e lo spirito, tra io e l’altro, tra il reale e il virtuale. Come cyborg, possiamo vivere sia il mondo reale, sia quello virtuale: quest’ultimo promette di essere un luogo in perenne progresso.

Cyborg come superamento 

Diventando ibridi, superiamo le dicotomie che hanno sempre caratterizzato l’essere Uomo: natura e cultura, maschile e femminile, normalità e diversità.  Donna Haraway lo sottolinea bene nel suo Manifesto. Questo corpo mutante punta sempre al superamento del proprio limite e ciò porta conseguenze sia a livello ontologico, sia a livello politico. Si mostra un possibile futuro senza ambiguità e senza differenze.

Il cyborg come immortalità

La figura del cyborg ci permette, quindi, di esaurire appieno quel nostro bisogno di perfezione, immortalità e potenza. Questa nuova interfaccia genetica con cui l’uomo interagisce, è dotata di una caratteristica nuova e fondamentale, che la distingue dall’uomo in quanto individuo: l’immortalità. Un’immortalità di cui l’uomo, essendone privo, diventa invidioso. Ma è solo grazie alla tecnologia che l’uomo risponde al suo proprio bisogno di immortalità, creando nuovi strumenti che possano sopravvivere alla temporalità, alla morte della mortalità.

Ma di fronte a tutto ciò, se le macchine si umanizzano e i corpi si tecnicizzano, possiamo ancora, in qualche modo, chiamarci umani?

Serena Gottardi

 

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