Lo sport, per sua natura, è agonismo, competizione, volontà di mettersi alla prova e di essere il migliore, per questo motivo è necessario, per l’atleta, cercare di aumentare le proprie prestazioni, sia da un punto di vista tecnico, che da quello fisico. Alcuni sport hanno nella prestanza atletica l’elemento principale, in altri essa può essere legata al talento o alla tecnica, fatto sta che le capacità corporee degli atleti risultano sempre essere fondamentali per poter primeggiare. Ciò ha portato, fin dall’antichità, a fare uso di pratiche, sostanze e metodi di potenziamento corporale che permettano di ottenere prestazioni sempre migliori: stiamo parlando del doping.
Il fenomeno del doping è stato fondamentalmente accettato, anche a livello agonistico, fino agli anni ’60, quando due eventi fecero sì che il Comitato Olimpico Internazionale prendesse atto del problema e cominciasse ad occuparsene, fino alla fondazione nel 1989 del WADA (World Anti-Doping Agency). Gli eventi in questione furono le morti di due ciclisti, Knud Enemark Jensen, alle olimpiadi del 1960 e Thomas “Tom” Simpson al “Tour de France” del 1967, dovute all’assunzione di sostanze poi catalogate come dopanti. Non è un caso, purtroppo, che i due esempi provengano entrambi dal ciclismo: questo sport è sempre stato quello in cui si sono riscontrati i più grandi scandali riguardanti il doping, data l’importanza fondamentale che ha in esso la resistenza alla fatica.

Normalità e sanità: due concetti per l’enhancement

Il doping sportivo è considerato uno dei casi più eclatanti di ciò che in bioetica si chiama ‘enhancement’ (potenziamento in italiano, ma il dibattito bioetico utilizza principalmente il termine inglese), ovvero l’utilizzo di sostanze, tecnologie e pratiche che migliorino le caratteristiche di individui umani ‘normali’ e ‘sani’. I tipi esistenti di enhancement sono molteplici (dall’assunzione di caffeina alle protesi, fino ad ormoni che migliorano l’umore), ma hanno tutti in comune la difficoltà nel riuscire a definire il concetto di ‘normale’ e il concetto di ‘sano’, cosa che ne mina il preciso significato e la distinzione da altre pratiche quali la cura.

Il concetto di ‘normalità’ è assai problematico, a tal punto che oggi è considerato, a volte, un termine politicamente scorretto e anche discriminatorio. In effetti gli esseri umani, e questo si nota ancora di più nel caso degli sportivi, non sono tutti uguali: alcuni sono più alti, altri più bassi, alcuni più veloci, altri più lenti ecc. Come può esistere un concetto di normalità a fronte di tutta questa diversità? Si potrebbe rispondere che una media tra le capacità potrebbe definire bene questo parametro, tuttavia ciò fa sorgere un’ulteriore domanda: chi è situato sopra questa media, e in alcuni casi lo può essere di molto, non fa utilizzo di una specie di enhancement naturale? Come si può considerare ‘normale’, ad esempio il centometrista giamaicano Usain Bolt? Il concetto di normalità fornisce difficilmente una base solida su cui ci si può basare per stabilire ciò che può essere considerato enhancement: se si considera infatti illecito l’utilizzo di doping perché crea delle differenze tra gli atleti, si potrebbe obiettare che potrebbe, al contrario, anche appianare degli svantaggi naturali.

Usain Bolt (JAM)

L’altro concetto a cui si fa riferimento per delineare i contorni del fenomeno dell’enhancement, e quindi anche del doping, è quello di ‘essere umano sano’, concetto necessario per distinguere questa pratica da quella della cura. Molte sostanze usate a scopo terapeutico, infatti, hanno l’effetto di fungere da potenziamenti, o dare un vantaggio di qualche tipo se utilizzate da soggetti sani: si pensi, ad esempio, all’utilizzo di ‘smart drugs’ quale il ‘Ritalin’, un farmaco pensato per curare i casi patologici di ADHD, ossia “Disturbo da deficit di attenzione e iperattività”. Questo farmaco viene ampiamente assunto da individui perfettamente sani, o comunque non affetti da ADHD, per migliorare le proprie capacità cognitive, magari prima di un test o in situazioni in cui è necessario un costante e massimo sforzo cognitivo.

Christopher Froome: un caso ‘borderline’

Nello sport un caso che fa riflettere è quello del ciclista Christopher Froome, vincitore di quattro Tour de France, che mostra bene quanto sia labile il limite tra cura ed enhancement nello sport. Il campione britannico è affetto da asma, una patologia che, evidentemente, deve essere curata, specie in un atleta. Il salbutamolo è un broncodilatatore utilizzato nel trattamento di questa malattia, ma è anche iscritto nell’albo dei farmaci che non possono essere assunti al di sopra di una certa dose, superata la quale è considerato dopante. Froome utilizza abitualmente il farmaco, ma ad un controllo durante la ‘Vuelta a España’‘ 2018 è risultato aver superato la suddetta soglia. Il corridore è stato considerato innocente dal giudice sportivo, che ha decretato come l’assunzione eccessiva, riscontrata un giorno solamente, sia stato un banale errore di dosaggio da parte di Froome, e non un utilizzo con scopo dopante. Questo caso mostra in maniera evidente come il limite tra cura ed enhancement, soprattutto nello sport, sia convenzionale. In alcuni casi, e probabilmente non questo, una patologia ed il farmaco ad essa connessa, possono infatti portare ad un miglioramento delle prestazioni e non esiste un criterio fisso, che non sia meramente convenzionale, per capire quando un farmaco abbia solo un effetto curante atto a riportare un individuo ad uno stato di sanità e di normalità e quando invece abbia un effetto dopante.

Christopher Froome (Repubblica)

Deontologia e consequenzialismo dell’enhancement

Perché considerare dunque il doping, l’enhancement in campo sportivo, una pratica scorretta e illecita se è così difficile delinearne i contorni? L’unica risposta convincente, a mio avviso, è quella che riguarda la salute degli atleti. Ciò che è interessante notare è quindi che non vi è un intrinseco male nel doping. A mostrare ciò può bastare un banale esperimento mentale: si immagini una sostanza dopante che non abbia effetti collaterali di alcun tipo sull’atleta. Perché dovrebbe essere illecito farla assumere? Se tutti gli atleti la assumessero, senza averne dei danni, si creerebbe un nuovo standard, un nuovo criterio di normalità, che non inficerebbe in alcun modo la competizione e che abbiamo già visto essere meramente convenzionale.
Il caso emblematico di enhancement preso in considerazione, il doping, ci mostra chiaramente che una prospettiva contraria ad esso può essere sostenuta solo per via degli effetti che provoca, e che non possa essere invece considerata sbagliata da un punto di vista deontologico. Non esiste, a mio giudizio, una ragione che prescinda dalle conseguenze (danni per l’atleta, vantaggio per un atleta piuttosto che per l’altro) che ci possa spingere a condannare il doping come pratica scorretta. Bisogna tuttavia tenere presente che la limitazione del doping è necessaria per queste ragioni, ma può sempre essere messa in discussione a seconda degli sviluppi tecnologici dei farmaci.

Martino Bidese

1 thought on “Il doping è sempre sbagliato? Deontologia e consequenzialismo dell’enhancement sportivo

  1. Interessante; usato per una lezione sul doping in scuola secondaria. Ha generato una stimolante discussione.

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