Dopo un secolo dalla fondazione dei Fasci di Combattimento il problema è ritornato d’attualità. Come diceva Freud, i problemi irrisolti ribussano alla porta. Prendendo spunto dalla ripubblicazione del libro Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu, ristampato da Einaudi, Marco Belpoliti dedica un articolo su Repubblica il 29 marzo 2019 (p. 34-35) dal titolo: “I voltagabbana sono l’anima del fascismo”. Il libro era stato scritto da Lussu nel 1933, dopo aver dato vita a “Giustizia e Libertà” ed essersi rifugiato a Parigi a causa del confinamento fascista.

Copertina del libro: “Marcia su Roma e dintorni” di Lussu

Il libro lancia un messaggio, il quale, tra l’altro, è di grande attualità: «il fascismo poteva essere battuto se la classe dirigente vi si fosse opposta, se il re avesse accettato di dichiarare lo stadio d’assedio, se l’esercito e le forze dell’ordine, il sistema politico tutto, avessero resistito»[1]. La domanda di fondo è: come gli italiani sono diventati fascisti? Rispondere a questa domanda potrebbe evitare l’insorgere del problema nuovamente, ai giorni nostri. Il punto di partenza è il tema della violenza.

La violenza come essenza del fascismo

Filo che unisce il fascismo dall’inizio fino alle nuove forme di neofascismo è proprio la violenza. Non è in realtà un fattore di novità, che si attuò in un certo momento del fascismo; bensì fu presente da sempre, addirittura ben prima dei Fasci. Ebbene, se l’interpretazione di Renzo De Felice di leggere il fascismo attraverso la biografia di Mussolini fosse corretta, scopriremmo che in realtà il carattere rivoluzionario, sovvertivo, di violenza, e a tratti anarchico, si ritrova già nel Mussolini giovane, quel Mussolini che militava nelle schiere del socialismo italiano. L’ascesa di Mussolini nel suolo politico italiano si ha infatti a cavallo del 1911, gli anni della guerra in Libia, la quale Mussolini con Nenni la definisce “uno sporco affare della borghesia” e per la quale induce uno sciopero (causa del suo arresto); e del 1912, anno del famoso Congresso di Reggio Emilia, nel quale prese il potere quell’uomo nuovo, Mussolini, appena uscito dal carcere. L’uomo nuovo, che con un discorso violentissimo, anti-democratico, anti-parlamentare, decretò il successo della componente rivoluzionaria all’interno del PSI. Violenza che poi da verbale, divenne fisica e psicologica (come ad es. le camicie nere, delitto Matteotti), rimanendo costante durante tutto il regime e anche prima di esso. Punto fermo (la violenza) ancora oggi nei movimenti neofascisti e neonazisti.

Camicie nere (fonte: Istituto Luce)

I voltagabbana come anima del fascismo

Il punto saliente del libro di Lussu sta però nella figura del “voltagabbana”: chi per utilità personale muta facilmente opinione o partito. Ed è un punto anch’esso cruciale, poiché nel giro di pochi mesi moltissimi esponenti non-fascisti e anti-fascisti cambiarono casacca. Il perché non è chiaro, ma intuibile: i fascisti erano sostanzialmente reduci di guerra, sottoposti o ufficiali superiori nel conflitto appena terminato del 1914-1918; erano delusi dalla “vittoria mutilata”, erano incapaci di lasciare le armi e tornare alla vita quotidiana dopo quattro anni di conflitti. I non-fascisti che divennero fascisti erano soprattutto persone che (prendendo anche spunto dallo scenario politico italiano presente: si affidano a un Di Maio e un Salvini, perché autoritari e antisistema, e dunque portatori di una possibile ventata nuova) volevano imporsi come nuova classe sociale, che credevano e condividevano le idee di Mussolini, volevano un cambiamento, cercavano sicurezza e stabilità dopo un conflitto mondiale tragico, non fidandosi più della vecchia classe politica. Gli antifascisti che divennero fascisti furono più per conservare situazioni di potere (vedi il caso dell’on. Aldo Rossi, accanito antifascista, e il senatore Pietro Lissia): piccoli personaggi locali, senatori e deputati, insegnanti e intellettuali.

Mussolini (fonte: il Sole 24 Ore)

La paura e l’ideologia come controllo delle dittature

I voltagabbana, gli opportunisti, sono coloro che rendono agevole l’avvento delle dittature. Come poi questo potere possa essere consolidato lo ha ben spiegato il nazista Hemann Göring durante il processo di Norimberga: per controllare in qualsiasi epoca un paese bisogna innanzitutto instillare la paura e il terrore nella popolazione, e poi chiamare traditore chiunque non sia d’accordo con le misure di governo. La paura rientra certamente in quella violenza psicologica, che potrebbe esser definita una sorta di ideologia negativa, repressiva, e che unita all’ideologia (attiva) controlla e dirige le masse. Basti pensare all’esempio lampante dell’Urss che diffondeva all’interno dei propri confini l’idea di accerchiamento (ovvero che l’Occidente accerchiava e minacciava la Russia) nel popolo, per giustificare le condizioni dure di vita durante tutta la seconda Guerra mondiale, ma ancor di più nella Guerra fredda.

Salvini in divisa (fonte: TPI)

E sarebbe bene tenere a mente che nei regimi fascisti o di destra (per quanto quello di Mussolini fu più di sinistra) la paura del diverso (razza, immigrati, religione) è sempre stato in prima linea; ed è in questi termini che andrebbe letta la crociata salviniana (soprattutto se unita alla liberazione delle armi, all’esaltazione dei valori tradizionali, alla violenza verbale e fisica, all’allusione di stato di polizia che vorrebbe dare indossando la divisa dei militari e della polizia).

Propaganda razzista fascista

Alla fine tre sono gli insegnamenti che questo capolavoro di narrazione civile ci trasmette. Primo: come scrive l’autore, «l’immaginazione gioca sempre una gran parte nei momenti di agitazione politica», ovvero che produce realtà sia come false notizie, sia come capacità di dar forma alle cose stesse. Secondo: occorre resistere; dinanzi alle minacce, alle ribalderie, alle violenze dei fascisti il sistema non oppose nessuna vera resistenza a livello istituzionale e aprì le porte a Mussolini, nonostante che i fascisti non fossero maggioranza nel paese. Lo diventarono, e qui viene il terzo insegnamento. Sono state persone oggi per noi oscure, non i nomi noti dei gerarchi del fascismo, a dare a Mussolini la vittoria, persone ignote come Lissia, che con il loro opportunismo fecero fascista l’Italia. Piccoli personaggi locali, deputati e senatori, gente che non voleva perdere il seggio, si mise in divisa nera e urlò: “Eja! Eja! Eja! Alalà”.[2]

Leonardo Mori

[1] Articolo di Belpoliti succitato

[2] Articolo di Belpoliti succitato (grassetto mio)

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