Something Something Soup Something” è un browser game gratuito che si svolge in un futuro in cui gli umani hanno imparato la scienza del teletrasporto. La folgorante scoperta viene però usata dall’uomo in modo piuttosto bizzarro, ossia per teletrasportare cibo prodotto da alieni sottopagati: un commercio interstellare di zuppe. Il problema è che gli alieni non hanno molta familiarità con il sistema digestivo umano e tanto meno con il concetto di “zuppa”. Il giocatore veste dunque i panni di un “Tecnico Umano certificato di Zuppe”. La missione è quella di interpretare delle zuppe importate nei magazzini di un ristorante. Sì, non cucinare. Interpretare. Al primo piano degli esseri umani molto affamati attendono di essere serviti: potrà essere servita, e dunque essere qualificabile come zuppa, una manciata di sassi e carote tagliate a fette servita con un ombrellino da cocktail? Se premeremo il tasto “è una zuppa” questa verrà servita al piano superiore, altrimenti l’intruglio verrà svuotato in un contenitore. Sul sito ufficiale del gioco si può leggere: «il gioco è stato progettato per rivelare che anche un concetto familiare e ordinario come quello di “zuppa” è vago, mutevole e impossibile da definire in modo esaustivo». Gualeni sviluppa il suo videogioco traendo spunto a piene mani dalle teorie di Wittgenstein, da una visione del linguaggio come “specchio del mondo” e “immagine della realtà”, paradigma espresso nel suo “Tractatus logico-philosophicus” del 1921.

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“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”

Così negli anni ’20 il filosofo viennese enunciò uno dei concetti più intriganti e rivelatori della filosofia del linguaggio. Cosa suggerisce questa frase, seppur estrapolata dal contesto ben più ampio della suo “Tractatus”? In termini molto semplici: quando non abbiamo a disposizione una parola per esprimere un concetto, non possiamo formularlo. Il linguaggio che adoperiamo, secondo “il primo Wittgenstein” (elaborerà poi, nelle sue “Ricerche filosofiche”, una teoria secondo la quale il carattere denotativo del linguaggio è solo una delle tante sue funzioni, dei suoi impieghi, soltanto uno degli infiniti “giochi linguistici”), influenza e altera in modo profondo cosa e come si pensa; anche la percezione del mondo esterno è condizionata dai propri personali “limiti” linguistici. Un interessante test condotto da un team di ricercatori americani e russi ha fornito dati espliciti rispetto a quanto il linguaggio influenzi ad esempio la percezione dei colori a seconda della propria provenienza geografica e della lingua con cui si è cresciuti. In inglese le varie tonalità di blu sono categorizzate tramite aggettivi collegati al termine “blu”: light blue (blu leggero) definisce ciò che noi chiamiamo “azzurro”. In russo, come nel nostro caso, l’intensità del blu è invece identificata da termini a sé stanti. La domanda che i ricercatori si sono posti è se gli individui cresciuti in area anglofona avessero una percezione diversa del colore rispetto a chi fosse cresciuto in ambienti di lingua russa. Le persone sottoposte al test, di entrambe le nazionalità, sono state chiamate a valutare vari livelli di blu, fra cui due sfumature identiche. I parlanti russo riuscirono a distinguere molto meglio le diverse tonalità, rispetto ai parlanti inglese. Pur non constatando alcuna differenza dal punto di vista genetico fra i partecipanti al test, il sistema linguistico ha interferito sull’interpretazione visiva del colore. Parafrasando la citazione di Wittgenstein, dunque, “vediamo solo i colori che sappiamo nominare”.

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Il gioco della Zuppa

Il cosiddetto “secondo Wittgenstein” sottolineerà invece con particolare energia (in una prospettiva autocritica rispetto a certe tesi del “Tractatus”), che lo scopo degli enunciati linguistici non è solo quello di raffigurare il mondo o di descriverlo: «Si pensa che l’apprendere il linguaggio consista nel denominare oggetti. E cioè: uomini, forme, colori, dolori, stati d’animo, numeri, ecc. Come s’è detto, il denominare è simile all’attaccare a una cosa un cartellino con un nome. Si può dire che questa è una preparazione all’uso della parola. Ma a che cosa ci prepara?» Mentre la teoria tratteggiata nel “Tractatus” assolutizzava in qualche maniera la funzione raffigurativo-denominativa, il “nuovo” Wittgenstein sostiene invece che «con le nostre proposizioni noi facciamo le cose più diverse». Un celebre esempio addotto nelle Ricerche filosofiche riguarda il linguaggio esclamativo. Wittgenstein menziona le seguenti esclamazioni: «Acqua! Via! Ahi! Aiuto! Bello! No!». È evidente che queste locuzioni adempiono a compiti espressivi che nulla hanno a che fare con la funzione denominativa: le prime di esse esprimono un’invocazione, le seconde un ordine (o una “preghiera”), la terza un lamento, e così via. Il che dimostra, appunto, che col linguaggio noi letteralmente “facciamo le cose più disparate“.

A queste cose, o, meglio, a queste attività, Wittgenstein ha dato il nome di “giochi linguistici”, espressione con la quale egli intendeva (probabilmente) sottolineare, da un lato, il carattere sociale e artificiale (nel senso di non-naturale, di elaborato culturalmente dall’uomo) dell’agire linguistico, e dall’altro lato il fatto che questo agire, nonostante la sua apparente gratuità e la sua relativa imprevedibilità, ha determinati fini ad esso immanenti, e soprattutto rispetta (come tutti i giochi) determinate regole. Regole che, a loro discolpa, i poveri alieni sottopagati non conoscevano. Ma noi? Siamo sicuri di conoscere le regole del “gioco della zuppa”? Cosa intende, ciascuno di noi, per zuppa? Questo, seppur posto in maniera spiazzante, è il quesito solo all’apparenza banale postoci da Gualeni. Ognuno di noi si darà una risposta, ciascuno di noi avrà la sue buone ragioni. Ma su una cosa converremo: quando sarà, e se sarà mai, l’ora di intraprendere commerci interplanetari facciamo molta attenzione, a meno che a qualcuno non piaccia una bella spremuta d’arancia decorata con un trito di pile scariche e una spruzzata di cenere spacciata per “zuppa”.

Tommaso Ropelato

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