Il Superuovo

Perché l’Arte Moderna non piace: i meccanismi psichici dietro la fruizione estetica

Perché l’Arte Moderna non piace: i meccanismi psichici dietro la fruizione estetica

Perché non apprezziamo l’Astrattismo? Come mai si preferisce un Caravaggio o un Tiziano a Pollock? L’esperienza estetica è un processo complesso, che coinvolge diversi processi cognitivi e cerebrali.

Quando si parla di Arte, in ogni sua forma, non è possibile parlarne in modo oggettivo, ed è giusto che sia così: ognuno ha le proprie preferenze, basate su gusti e tratti personali, ed è questa varietà di opinione su ogni corrente, artista e opera stessa a mantenere acceso il dibattito (e viva l’Arte, si potrebbe aggiungere).

Dalla presentazione dell’opera di Monet “Impression, soleil levant” nel 1874 e la nascita del movimento Impressionista, che ha destrutturato i canoni pittorici sino ad allora considerati classici, il XX secolo ha conosciuto un’esplosione di originalità a livello formale e contenutistico; novità non sempre unanimamente apprezzata, ieri come oggi.

L’Arte Moderna (con cui consideriamo tutti i movimenti e le correnti del XX secolo post-impressioniste) e ancor più quella concettuale dividono regolarmente il pubblico fruitore: quanti sopraccigli alzati di fronte alle opere di Mondrian, quante spallucce per la “Pop Art” di Warhol e quanti mormorii di scherno e disapprovazione per i “tagli sulla tela” di Fontana.

“Ma dai, ma che opera è? Una roba del genere sanno farla tutti!”

Le preferenze soggettive legate all’esperienza artistica sono dettate da una serie di processi e meccanismi di tipo cognitivo e cerebrale, a cui è legato anche il nostro rapporto estetico con l’Arte Moderna: perché non ci piace? O di contro, per quale motivo altri riescono ad apprezzarla?

L’ANALISI PERCETTIVA DELL’OPERA

La percezione complessiva di un’opera d’arte è data dall’analisi, singola e nel suo insieme, delle sue caratteristiche formali strutturali, come spiega Rudolf Arnheim, principale esponente della psicologia dell’arte gestaltista, nel suo scritto “Arte e Percezione Visiva” del 1954; queste consistono nei requisiti di base della composizione dell’opera, una “grammatica visiva” di base che utilizziamo nell’approccio al prodotto artistico.

Linea, texture, forma, colore, materiale, ma anche elementi descrittivi più immediati (come il titolo, l’autore, lo stile, il soggetto rappresentato, il tipo di opera, ecc…) o compositivi (simmetria, equilibrio, ritmo, dinamismo, il modo in cui è resa la profondità spaziale), sono tutti aspetti che entrano in gioco quando osserviamo un dipinto, una scultura o altro.

Tra questi, il più importante è sicuramente l’espressività, che Arnheim descrive come “una proprietà oggettiva di qualsiasi pattern organizzato di forma e colore” di tipo cerebrale, essendo un aspetto della percezione.

Il termine fa riferimento all’insieme di significati affettivi e cognitivi che attribuiamo agli oggetti attraverso le sue componenti strutturali (sopra elencate).

L’espressività è ben rappresentata dal salice piangente, “triste” non tanto perché viene visto come una persona triste quanto più perché la sua forma pendente impone una configurazione strutturale simile a quella che l’essere umano assume quando esperisce la stessa emozione.

Charlie Brown assume una posizione curva, pendente, come quella del salice piangente, per esprimere tristezza

Le qualità formali di un opera, allora, assumono un nuovo significato in virtù dell’espressività, diventando quelle che Metzger definisce “qualità espressive” o “terziarie“: determinate forme, colori, linee sono già legate a significati emozionali assegnategli a priori, dal senso comune o da credenze collettive.

A tal proposito, Wertheimer, il padre della Gestalt, ha detto: “Il nero è lugubre prima ancora di essere nero.”

Kazimir Malevic, “Quadrato nero”, olio su tela, 1915, Galleria Tret’jakov, Mosca

ARTE FIGURATIVA O ARTE ASTRATTA?

Abbiamo visto come gli elementi strutturali di base costituiscano un metro che utilizziamo nell’analisi superficiale di un’opera.

Dall’Impressionismo si ha un nuovo modo di concepire questi criteri, assumendo una nuova funzione: non più comunicativa rispetto al contenuto, ma rappresentativa del contenuto stesso; ovvero, gli elementi compositivi dell’opera diventano l’opera stessa.

Da qui, la ricerca si è mossa nell’analisi e confronto dell’apprezzamento estetico di dimensioni artistiche diametralmente opposte: l’arte figurativa e l’arte astratta.

Dai risultati (Feist & Brady, 2004; Furnham & Bunyan, 1988; Mastandrea, Bartoli & Bove, 2009) è emerso che l’arte figurativa è generalmente preferita da chi non possiede una specifica formazione artistica: tale preferenze viene giustificata con criteri di maggiore comprensibilità, semplicità e immediatezza; marker linguistici descrittivi utilizzati per descrivere opere astratte sono stati “incomprensione“, “perplessità”, “difficoltà”, “distanza“, “scarso interesse” e simili.

I detrattori dell’astrattismo non colgono le potenzialità nel linguaggio visivo, che resta così inespresso, usato dall’artista; al contrario, l’arte figurativa trasmette piacere e interesse per la sua maggiore comprensibilità e familiarità, che permettono al fruitore un’analisi dell’opera di tipo simbolica, più complessa e profonda.

Questo tipo di processo cognitivo prende il nome di fluidità di elaborazione, per cui l’esperienza estetica è direttamente proporzionale al processo di elaborazione: più fluida è l’analisi, maggiormente positiva sarà la fruizione artistica; immagini più semplici, familiari e immediatamente identificabili sono elaborate più velocemente rispetto ad altre più complesse, rendendo più piacevole e positiva la valutazione estetica.

Parallelamente, i coniugi Smith hanno individuato in aggiunta un altro processo di elaborazione: quello della fluidità estetica (2006), con cui si intende la conoscenza individuale dell’arte, che si acquisisce attraverso l’esposizione continua all’arte (e quindi studio, lettura, visita ai musei, ecc…) e che facilita la comprensione e il riconoscimento dei diversi stili artistici, favorendo in conclusione la fruizione estetica.

In caso di mancanza di competenze specifiche, la percezione che si ha solitamente delle opere astratte non permette di attribuire significato e senso di identità, di conseguenza non riusciamo a decifrare quell’insieme di linee, forme e colori che non hanno alcuna rappresentazione realistica o naturale: è il fenomeno dell’ “esperienza non conclusa“, che genera frustrazione derivante dall’impossibilità di attribuire senso all’oggetto, portando quindi ad una sua valutazione negativa e spiacevole; nei casi peggiori, l’esperienza di non apprezzamento può essere estesa ad un intero autore o genere artistico, con conseguente sospensione di giudizio o anche rifiuto dello stesso per via della mancanza di strumenti concettuali comprensibili.

Kazimir Malevic, “Composizione suprematista”, olio su tela, 1916, Stedelijk Museum, Amsterdam

 

Marco Funaro

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