Pena di morte in Brunei per omosessuali e adulteri: i contrattualisti si rivoltano nella tomba

Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Vangelo di Giovanni 8, 7), proclama sapientemente Gesù di Nazareth davanti a Scribi e Farisei, dopo che questi, per coglierlo in fallo, presentano al suo cospetto una donna che, macchiatasi del peccato di adulterio, avrebbe dovuto essere condannata a morte. Evidentemente nel piccolo Stato del Brunei, situato sull’Isola del Borneo nel Sud-Est asiatico, le possibilità si riducono a due soltanto: o nessuno ha mai sentito parlare del sopracitato passo biblico, oppure “per un qualche intervento divino” – volendo parafrasare il passo platonico della VII Lettera – vi regna una monogamia onnipresente. La prima opzione è forse la più credibile, soprattutto se si tiene conto del retroscena culturale e religioso che è andato diffondendosi negli ultimi anni nel Paese asiatico al centro, in questi giorni, di numerosissime polemiche. Il Brunei, organizzato secondo un modello politico di stampo monarchico e assolutista, è governato dal 1967 dal pugno di ferro – non “in guanto di velluto”, come si direbbe in Allegro non troppo (1976) di Bruno Bozzetto – di Hassanal Bolkiah, 29esimo a ottenere il trono dalla fondazione del Sultanato Islamico nel XIV sec..

Una mappa del Brunei. (geology.com)

I problemi sono iniziati nel 2014, quando Bolkiah ha annunciato di voler trasformare il Paese, che conta a malapena mezzo milione di abitanti, nell’ennesimo centro di adozione della shar’ia nell’ambito del sistema giuridico. Con essa si intende tutto quell’insieme di norme comportamentali espresse nel Corano, la cui contravvenzione comporta pene corporali fra le più severe. Dice Maometto: “Quando un uomo cavalca un altro uomo, il trono di Dio trema. Uccidete l’uomo che lo fa e quello che se lo fa fare”. Ciò non costituirebbe problema se si comprendesse l’impossibilità di identificare anacronisticamente i princìpi maomettani, resi inattuali da più di un millennio e mezzo di progressi storici e culturali, con il diritto positivo, cioè con quell’insieme di leggi che va a comporre il codice penale di uno Stato. Verità alla quale sembrano totalmente estranei già da molti anni Paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita, nella cui schiera il Brunei – o forse solo il suo Capo di Stato, che di recente ha dichiarato di voler “vedere gli insegnamenti islamici in questo Paese diventare più forti” – vuole entrare a far parte da almeno un lustro. Un desiderio che si è esaudito appena qualche giorno fa, da quando cioè la pena di morte è entrata in vigore per tutta una serie di ‘reati’. “Oggi è il 10 Gennaio 1610. L’umanità scrive nel suo diario: abolito il cielo”, fa dire il drammaturgo Bertolt Brecht al suo Galileo nell’opera dedicatagli, con l’amico Sagredo che gli fa eco con un secco “E’ spaventoso”. Più di quattrocento anni dopo, l’umanità ascrive al suo diario una diversa, fetida data, il 3 Aprile 2019, con la risposta del Sagredo che rimarrebbe invariata.

Un fotomontaggio simbolico dei tre protagonisti di questa vicenda: il Sultano Hassanal Bolkiah; la bandiera della pace adottata dalla comunità LGBT; una mano che si appresta a compiere l’atto della lapidazione. (bitchyf.it)

La pena di morte mediante lapidazione si applica ormai da due giorni a questa parte a tutti coloro che si renderanno ‘colpevoli’ di omosessualità e adulterio, oltreché di aborto e diffamazione del Profeta. Pene ‘minori’ sono previste per reati come il furto, che comporta l’amputazione di un arto, mentre per quanto riguarda l’alcool, un’equivalente del Proibizionismo statunitense era già valido da tempo. Nonostante queste norme si applichino solo alla fetta di popolazione di confessione musulmana (67%), mentre l’un terzo restante rimane soggetto a una diversa normativa penale operante in parallelo, la reazione indignata della comunità internazionale si è da subito fatta sentire a gran voce. Amnesty International parla di pene “profondamente sbagliate e atroci”, mentre Michelle Bachelet, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, lo definisce un “codice penale draconiano” le cui norme “crudeli e inumane violano fortemente il diritto internazionale sui diritti umani”. Anche il mondo dello spettacolo si è mobilitato, colpendo astutamente il Sultano laddove fa più male, nel portafogli, invitando tutti via Twitter a boicottare le numerose proprietà alberghiere che giocano un importante ruolo nell’impero economico privato di Hassanal Bolkiah, uno dei leader politici più ricchi del mondo con un patrimonio stimato in 20 miliardi di dollari. Il primo a far sentire la propria voce è stato l’attore George Clooney, seguito a ruota dal cantante Elton John e dalla presentatrice Ellen DeGeneres, entrambi dichiaratamente omosessuali e che non a caso si scusano con gli impiegati dei suddetti Hotel, “tra cui molti sappiamo essere gay” – aggiunge il cantante. Persino il miliardario visionario Richard Branson – colui che progetta di traghettare i turisti nello spazio – ha preferito farsi sfuggire un’occasione d’oro per la sua Virgin Australia Airlines, rompendo il proficuo accordo stretto con la Royal Brunei Airlines, compagnia di bandiera del Sultanato.

L’entrata del Beverly Hills Hotel a Los Angeles, California (USA), uno degli alberghi del Sultano Hassanal Bolkiah che l’attore George Clooney ha invitato a boicottare. (businesstraveller.it)

A ben guardare però, nonostante il problema si sia fatto in questi giorni quanto mai pressante, la condanna dell’omosessualità in Brunei è un fenomeno che, già presente prima della presa del potere da parte di Bolkiah, è solo trasmigrato nel suo Regno, passando per una data simbolo, il 1967. Nello stesso anno infatti, dall’altra parte del mondo, a rendersi conto che un diritto penale di stampo omofobo non fosse più sostenibile, era un Paese che con il Brunei tesseva importanti rapporti economici e politici: l’Inghilterra. Protettorato inglese dal XVIII sec., il Brunei ereditò senz’altro questa sua intolleranza, oltreché dalla già citata tradizione religiosa, anche dalle notevoli influenze giuridiche che gli inglesi esercitarono sulle proprie colonie, come dimostrano gli effetti avutisi in altri Paesi appartenenti all’Impero Britannico nei quali però la legge coranica non aveva una tale risonanza. Ed è solo con il tardo Sexual Offences Act del ’67 che le leggi limitative della libertà personali in ambito sessuale vengono abrogate in Inghilterra, dopo aver provocato numerosi danni nei cuori – e non solo in quelli – della comunità LGBT britannica. Come dimostra il noto caso di Alan Turing, matematico che – dopo aver dato un importantissimo contributo nella vittoria contro la Germania durante la Seconda Guerra Mondiale con la decifrazione di Enigma, la macchina generatrice di messaggi in codice usata dai nazisti – vistosi costretto a scegliere fra il carcere e un procedimento inumano di castrazione chimica che facesse ‘regredire’ la sua omosessualità, optò per il secondo, con il risultato di una depressione che lo condusse al suicidio nel 1954.

Una mappa dell’epoca mostra lo stato dell’Impero Britannico nel 1910. (it.wikipedia.org)

Ed è proprio all’Inghilterra di tre secoli prima, in concomitanza con il suo affacciarsi nello scacchiere globale come nuova potenza marittima e coloniale, che bisogna guardare per riesumare una corrente filosofico-politica che vede nell’isola d’oltremanica il suo luogo di nascita, e che sarebbe stata largamente assorbita dalla successiva tradizione francese di stampo illuminista: il contrattualismo. In netto contrasto con la pregressa tradizione di filosofia politica facente capo ad Aristotele, che vedeva nell’Uomo la figura dell’animale politico (zoon politikon), portato per natura ad associarsi in gruppi sempre più gremiti fino a comporre lo Stato, i contrattualisti ne affermano la natura prettamente artificiale. Lo Stato civile nasce per sostituire uno Stato di Natura originario – ora conflittuale nell’Hobbes dell’homo homini lupus, ora della pace perpetua nel Rousseau del ‘buon selvaggio’ – nel quale i rapporti fra gli individui non sono ancora stati regolamentati da un sistema di leggi e da un potere coercitivo che se ne faccia garante. Di fronte a uno spesso ingestibile Stato pre-giuridico, gli uomini sono dunque chiamati a stringere un patto, un contratto sociale con i propri simili attraverso il quale questi cedono una parte delle proprie libertà, prima fra tutte il diritto di farsi giustizia privata, a un Sovrano o a un’Assemblea che le difenda, con forza ancora maggiore, in loro vece.

L’illustrazione aggiunta sulla copertina della prima edizione del Leviatano di Hobbes, rappresentazione simbolica del contrattualismo: il Sovrano viene rappresentato come un mostro mitologico che trae la sua grandezza dalle singole forze dei sudditi che, unendosi, vanno a comporne il corpo politico. (uninfonews.it)

Ma mettiamo da parte per un attimo la teoria e lasciamo correre un po’ l’immaginazione. Hassanal Bolkiah, non del tutto convinto della decisione appena presa, fa un passo indietro e decide di sentire un paio di esperti, perché in fondo si rende conto che un muratore saprà anche mettere in pila quattro mattoni, ma senza geometra la casa gli viene storta. Andato a bussare ai cimiteri dei quattro angoli d’Europa, scomoda altrettanti padri del contrattualismo dalle loro confortevoli bare. Tutto di guadagnato per loro, in fondo, con qualcuno in politica che capisca finalmente il valore delle loro dissertazioni e offra persino un pernotto gratis in uno dei suoi tanti hotel di lusso. Tutti seduti a un tavolo per conferenzieri mettono insieme una scenetta che potrebbe sembrare l’inizio di una buona barzelletta: un francese, un tedesco, un italiano e un inglese stanno parlando di filosofia e omosessualità […]. Peccato che alla fine il protagonista della storiella, il buon vecchio Sultano, se ne esca dalla stanza in lacrime e con la coda fra le gambe, ed ecco che la barzelletta si trasforma in un indovinello: che mai si saranno detti i quattro, e soprattutto, chi sono?

Il filosofo Jean-Jacques Rousseau ritratto da Allan Ramsay nel 1766. (it.wikipedia.org)

All’angolo Ovest del ring, direttamente dalla Francia, abbiamo il campione dei pesi massimi Jean-Jacques Rousseau (17121778) e il suo Contratto sociale (1762), nel quale spiega che il sistema politico ideale sia la democrazia, cioè quello nel quale ciascun componente del demos viene chiamato a decidere delle leggi alle quali autonomamente accetterà di sottomettersi. Il che vale a dire che ciascuno perde la propria libertà per riconsegnarla a sé medesimo, o meglio, la perde in favore di una collettività nella quale guadagna però il diritto di avere voce in capitolo sulle azioni altrui. In tal modo, poiché tutte le classi saranno giudicate al cospetto di un’unica legislazione indipendentemente dalle loro differenze, nessuno dei suoi componenti sarà portato a proporne una limitativa delle libertà di una minoranza a lui avversa – come il povero che pretende l’aumento delle tasse sui ricchi – poiché sa che un domani potrà trovarsi nella condizione in cui quella legge lo colpirà ingiustamente – quando per esempio il povero, nel frattempo arricchitosi, si scontrerà con la legge che lui stesso ha creato. Allo stesso modo, il legislatore del Brunei non dovrebbe essere portato a introdurre una pena tanto severa per un reato, come quello di adulterio, che, un domani, potrebbe commettere in prima persona.

Un famoso ritratto del filosofo Immanuel Kant. (it.wikipedia.org)

Dall’altro lato esatto, a Est, fa per avanzare il lottatore della Germania, pronto ad assestare un duro colpo alla democrazia rousseauiana – ritenuta eccessivamente inclusiva – pur riconoscendo i meriti dell’avversario. Occupatosi anche di filosofia politica oltreché dell’arcinoto apparato delle tre CriticheImmanuel Kant (17241804) configurerà una democrazia di tipo quasi censitario, dove cioè la partecipazione è permessa a coloro che, dotati di risorse che ne permettano il sostentamento senza dover lavorare, vi si possano dedicare a tempo pieno. Tuttavia, anche per il più elitario Kant, la legge buona rimane solo quella cui la popolazione tutta, se fosse stata chiamata a decidere, avrebbe dato il consenso, perché rispettosa di quel Principio Universale del Diritto che afferma: “Qualsiasi azione è conforme al diritto quando per mezzo di essa [..] la libertà dell’arbitrio di ognuno può coesistere con la libertà di ogni altro”. Quel “vivi e lascia vivere” che l’omosessualità non sembra affatto intaccare, essendo piuttosto nel pieno diritto di ricercare la propria felicità in completa libertà e indipendenza, principi questi sempre di stampo kantiano.

Un ritratto del giurista Cesare Beccaria. (en.wikipedia.org)

Combattuto il primo incontro, non resta che assistere al secondo girone fra i due contendenti rimasti. Dall’Italia a Sud, vediamo appropinquarsi un intimidito Cesare Beccaria (17381794) che, con il suo Dei delitti e delle pene (1764), un’opera che crede più giuridica che filosofica, dimostra invece di poter rientrare a pieno titolo nell’esclusiva lega dei lottatori contrattualisti, come prova quel passo del capitolo Della pena di morte nel quale parla di sovranità e leggi come di “una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno”. Poco più avanti, in uno dei passi più straordinari e celebri della sua opera, affronta il controverso tema dell’utilità della pena di morte, arrivando a partorire non solo quella massima che rimarrà famosa – “Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa” – ma anche una più che logica osservazione. Che cioè non si vedrebbe ragione di condannare il suicidio, come voluto tutt’ora da molti ordinamenti giuridici, per poi introdurre una legge e una relativa pena che potenzialmente potrebbe portare alla morte di coloro che l’hanno sottoscritta.

Un ritratto del filosofo Thomas Hobbes realizzato dal pittore John Michael Wright. (it.wikipedia.org)

Per certi versi simile è la strategia d’attacco del campione in carica di sempre, l’indiscusso padre fondatore di questo stesso sport, imbattuto rappresentante della squadra del Nord, quella d’Inghilterra. Il Thomas Hobbes (15881679) autore di quel primo grande capolavoro del contrattualismo che è Il Leviatano (1651), nonostante si contraddistingua come il più prossimo al modello assolutista adottato in Brunei, non può che vedersi contrario, anch’egli per ragioni che riguardano la formale illegittimità della pena di morte, con la scelta dello Stato del Borneo. Premesso che – afferma Hobbes – la ragion d’essere di un Sovrano assoluto corrisponde innanzitutto alla salvaguardia delle vite dei suoi sudditi, nel momento in cui una legge da lui promulgata vada a ledere questa inviolabile condizione di esistenza, non solo essa è ingiusta, ma persino nulla, poiché incompatibile con quel patto stretto fra lui e i suoi sudditi affinché la sopravvivenza di questi ultimi sia garantita. Sulla scia di tutte queste considerazioni, non resta che consegnare al Brunei l’ultima arma in grado, secondo John Locke (16321704), di arrestare le iniquità dei Sovrani quando questi contravvengano al patto stipulato, quel diritto di resistenza che legittimi, anche per mezzo della forza, la revocabilità del contratto sociale.

Carlo Giuliano

 

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