Nonostante la facoltà di linguaggio, ovvero la capacità innata, ma culturalmente ed empiricamente sviluppata, di apprendere e utilizzare efficacemente una lingua sia caratteristicamente umana, lo stesso non può dirsi dell’abilità semiotica. Quest’ultima rinvia alla padronanza dei segni, ben più che semplice “aliquo stat pro aliquo” (“qualcosa che sta per qualcos’altro”), con un fine comunicativo e di significazione intenzionale, e pare pervadere, certamente con gradi e specificità diverse, tutte le tipologie di vita biologica. Da questo presupposto nascerebbe la famosa definizione di Cassirer dell’uomo come “animal symbolicum”, piuttosto che l’ormai troppo ristretta indicazione aristotelica di “animal loquens”, in quanto il linguaggio, e quello che si serve del canale vocale in particolare, appare come una singola parte della più ampia rete di esperienze simboliche possibili, non solamente umane. Da queste premesse prese il via una rivalutazione dei linguaggi non vocali e animali, e ancora oggi si tenta di rispondere alla sfida lanciata da Saussure e Peirce nel 1800.
Il legame tra natura e semiosi
La tradizione degli studi della grammatica, della filologia e della linguistica sembra riportare una contesa insanabile che dovrebbe pervadere le diverse modalità d’espressione umane: il conflitto tra natura e cultura. In realtà questi due aspetti sono strettamente correlati, e concorrono entrambi a costituire qualsiasi esplicazione della facoltà di linguaggio e di semiosi. Innanzitutto, la lingua pare avere una dipendenza fisiologica nelle aree cerebrali di Broca e Wernicke (individuate dagli omonimi scienziati), che controllano l’abilità sensomotoria di ascoltare la propria voce mentre si parla e correggere il proprio discorso in fieri. Nonostante questa scoperta diede una sorta di ancoraggio concreto alla lingua, fin troppo spesso ritenuta puramente astratta, non bisogna dimenticare che, come sottolineato dai casi di afasia e lesioni nelle zone cerebrali sopracitate, sono quasi tutte le aree del nostro cervello a contribuire non tanto alla pronuncia di parole, quanto a quelle funzioni caratteristiche, ma non esclusive del linguaggio: la funzione metalinguistica, associativa, fàtica, espressiva, imitativa, ecc. Sarebbe, quindi, la nostra possibilità di regolare e padroneggiare la semiosi, intesa come correlazione complessa tra significante e significato in un sistema di rimandi, a dimostrarsi decisiva per la comprensione e la comunicazione. E anche la psicologia, grazie alla centralità dei concetti che associamo (arbitrariamente, per Saussure) alle parole, riveste una rilevanza particolare.

Canale, o canali?
L’unico aspetto veramente secondario, da un punto di vista biologico, sembra il canale fonico-vocale. Anche se, certamente, esso rappresenta un enorme vantaggio evolutivo (tra cui un minimo sforzo fisico, la possibilità di utilizzo in condizioni di assenza di luminosità e a distanze notevoli, la libertà di dedicare le mani ad altri scopi) pare che i nostri antenati ominidi avessero costituito delle società molto complesse a discapito di ciò. Infatti essi, pur dotati di organi uditivi assai ben sviluppati, erano fisicamente impossibilitati a pronunciare suoni articolati e parole. Questo poichè la loro laringe era situata troppo in alto, in maniera simile ai primati odierni. Non sarebbe azzardato ipotizzare, allora, che le loro ancestrali comunità, per darsi un’organizzazione ordinata, si servissero del linguaggio gestuale, in maniera non dissimile dall’attuale linguaggio dei sordomuti. Il quale non ha nulla da invidiare, stando a De Mauro, all’espressività e raffinatezza della “parola parlata”, ed anderebbe ad attivare le stesse aree cerebrali richieste dal coretto funzionamento del suo alter ego vocale.

Storia e cultura nella semiosi
Come affermato sopra, natura e cultura sono unite da un nesso indissolubile. Tale nesso è testimoniato in primo luogo dall’ascendente della società sull’evoluzione e la diffusione delle espressioni linguistiche. Per molto tempo furono proprio gli studi sociolinguistici di Chomsky, a patire dagli anni trenta del ‘900, a dominare la scena della linguistica. Non solo tutti i sistemi linguistici fanno affidamento su un insieme di regole convenzionali ereditato dalla tradizione, detto codice, per la propria possibilità di replicazione e comprensibilità, ma anche la modifica di questo set di regole si basa su atti d’iniziativa individuale (la cosiddetta “parole” di Saussure) che, per avere successo e decretare un effettivo cambiamento, devono trovare l’approvazione, attraverso l’uso, del corpo sociale composto dai soggetti parlanti la lingua in questione. Oltre a ciò, i tristemente famosi casi di “ragazzi selvaggi” e di tutti i bambini abbandonati e cresciuti isolatamente rispetto a qualsiasi comunità umana, paiono dimostrare che la facoltà di linguaggio necessiti di uno stimolo dall’esterno per la sua attivazione entro e non oltre i 7/8 anni, successivamente ai quali essa si atrofizza in maniera irreversibile. E, sebbene non appartengano strettamente alla linguistica o alla filosofia del linguaggio, anche gli elementi antropologici, etnografici e storici incidono fortemente sulla lingua e le espressioni semiotiche, nonchè sulle loro forme assunte nel tempo.

La specificità della comunicazione umana rispetto quella animale
Se si assume il punto di vista semiotico, non si possono ignorare le numerose ricerche volte a comparare l’espressività segnica umana e quella degli animali non umani. Si potrebbero, a questo riguardo, addurre innumerevoli esempi, ma di seguito ne verrano citati alcuni particolarmente emblematici. Sembra che gli organismi unicellulari siano capaci di ingannare, camuffandosi, i propri predatori, di fatto “mentendo”. Molte specie di api e di uccelli apportanomodifiche al codice semiotico ereditato geneticamente per adattarsi all’uso dei propri conspecifici in una data regione, creando vere e proprie varietà dialettiali. I lupi e altri mammiferi esercitano la facoltà metalinguistica per stabilire le regole del gioco della lotta prima di intraprenderlo, a scanso di equivoci. E ultima, ma non meno importante, la femmina di primate Washoe è riuscita ad apprendere in cattività circa 140 segni del linguaggio dei sordomuti, con i quali riusciva a comunicare, indicare, descrivere e analizzare diversi fenomeni, linguistici e non, mentre interagiva con l’ambiente e i ricercatori che la osservavano. Tutti gli studi nati con l’obiettivo di dimostrare l’unicità del linguaggio umano tramite l’individuazione di una caratteristica specifica di esso, non hanno fatto altro che fallire. Ciò che veramente non è replicabile negli altri esseri viventi è non una singola qualità, ma il come tali aspetti interagiscono tra loro e con la totalità delle esperienze umane. In conclusione, la semiosi rappresenta il trait d’union tra tutti gli esseri viventi, e nata per motivi di sopravvivenza, arriva nell’essere umano a pervadere (ma non generare) in maniera unica ogni aspetto della cultura, del pensiero e del vivere in società.
Giulia Onorati