Cos’è e come è cambiato il razzismo nel corso della storia

Breve excursus sullo sviluppo dell’ideologia razzista nel corso della storia, dal razzismo scientifico ottocentesco, al moderno revival xenofobo.

Manifestazione razzista negli USA

Le radici

C’era una volta il razzismo. Anzi no, c’è ancora. Ha cambiato pelle però, come una serpe. Una serpe che non sembra aver mai abbandonato l’uomo. Praticamente da sempre. Fin dalla schiavitù degli ebrei in Egitto, passando poi per greci e romani, l’identificazione di alcuni gruppi come inferiori, per i più svariati motivi è sempre stata una prerogativa delle varie società. O perché prigionieri di guerra o perché considerati infedeli, o ancora perché considerati primitivi, la storia è purtroppo satura di questo fenomeno. Esiste però un punto preciso di rottura. Un momento a partire dal quale le cose precipiteranno, seppur con lentezza. Come in un piano inclinato. Ma la caduta è inesorabile, e prende sempre più velocità. Quel punto ha un nome e un cognome. Si tratta di Gobineau, autore del “saggio sull’ineguaglianza delle razze”, che per chi non lo sapesse è considerato come il padre del razzismo ottocentesco. Questo simpatico e scanzonato conte francese teorizza una rigida gerarchia razziale, che inaspettatamente mette al vertice la superiore razza bianca, in virtù di una netta superiorità naturale. Ovviamente decantando urbi et orbi il suo orrore per la mescolanza interraziale. Si tratta di un punto molto importante, perché il razzismo da qui in poi cambia. Non si tratta più di categorizzare gruppi in base a caratteristiche modificabili come ad esempio la religione, ma di farlo su base naturale, ovvero adottando criteri universali e immodificabili. Non si può cambiare la propria natura di inferiori, mentre ci si poteva sempre convertire alla religione dominante. Si modifica così anche l’antisemitismo, prima di matrice religiosa, ora di matrice biologica. Inizia così una sorta di sindrome da assedio in cui si inizia a credere che la purezza della razza bianca sia in qualche modo minacciata e vada difesa ad ogni costo. Poiché non solo non ci si può mescolare, ma non si può neanche pensare di poter modificare “l’altro”, che è naturalmente inferiore, il suo destino è segnato dal suo gruppo di appartenenza. Neppure la disputa tra teorie monogenetiche e poligenetiche mette un freno al fenomeno, poiché anche seguendo la teoria monogenetica darwinista, gli inferiori sono identificati come coloro che non sono riusciti ad avere un adeguato progresso tecnologico e culturale. Entra così in gioco, in pieno periodo positivista e imperialista, chi se non la scienza, per difendere la purezza dell’uomo bianco, ora minacciata dal contatto diretto con l’inferiore, favorito dall’espansione coloniale. Si sviluppa così l’eugenetica. Suo padre, un altro scanzonato personaggio di nome Francis Galton, inizia a parlare di politiche di difesa della razza come la sterilizzazione o la proibizione totale dei matrimoni misti. Pena, la fine della superiorità bianca. È abbastanza evidente a cosa questi ideali abbiano poi portato nel corso del ‘900, un secolo di sangue e ferro, caratterizzato sì da due conflitti mondiali, ma anche da un numero enorme di genocidi giustificati su base razziale. Dalla ormai tristemente celebre Shoah, al genocidio degli armeni, agli orrori di re Leopoldo nel Congo belga, per arrivare al recente genocidio in Ruanda a seguito della guerra etnica tra Tutsi e Hutu.

Fossa comune durante il genocidio in Ruanda

La mutazione

Nonostante tutto questo orrore il razzismo non è scomparso, come detto ha cambiato pelle. Era impensabile continuare sulla strada della presunta superiorità, messa sempre più in crisi dalla globalizzazione, utilizzando un linguaggio forte, che l’opinione pubblica non voleva più ascoltare. Si è perciò riesumata la cara e vecchia xenofobia, in chiave di paura del diverso che può distruggere l’identità che mi appartiene. Si parla di razzismo differenzialista dunque poiché non vi è più la pretesa di superiorità, ma di forte affermazione della propria identità che va difesa dal pericolo dell’omologazione. Per fare ciò i neorazzisti si appoggiano agli scritti di Lèvi Strauss, celebre antropologo che sostenne la necessaria sordità tra culture, per proteggerle e preservarle dalla distruzione. Si può perciò immaginare l’effetto di queste nuove teorie, in un periodo di crisi migratorie, dove la politica soffiando di nuovo sul vento della paura cerca di accaparrare consensi. Esistono però analogie tra l’antico razzismo biologico e quello odierno differenzialista, teorizzate ad esempio da Pierre Taguieff. Egli sostiene che la riduzione del singolo individuo allo statuto di un qualsiasi membro del suo gruppo di appartenenza, la percezione di una minaccia al proprio potere o status privilegiato, l’esclusione simbolica tramite l’attribuzione di difetti congeniti (gli immigrati rubano e portano malattie), e infine la barbarizzazione, ovvero l’dea che non vi sia alcuna possibilità di inclusione e integrazione del diverso. Per un paradosso però, questi strumenti ideologici sono usati anche da chi si definisce antirazzista, che nel cercare a tutti i costi di stanare il suo nemico, il “razzista”, corre il rischio di stigmatizzarlo. Creando così un nemico astratto, proprio come il suo avversario fa oggi con “l’immigrato”. Concludo con una frase di Gore Vidal, che spero inviti ad una riflessione :” Ho sempre trovato strano che una nazione la cui prosperità è basata sul lavoro a basso costo degli immigranti sia così incessantemente xenofoba.”

Il drammaturgo Gore Vidal

Luca Simone

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