William Wallace e Giuseppe Ungaretti ci raccontano come si vive e come si muore degnamente

Un poeta e un ribelle celebrano la libertà e insegnano la differenza tra vivere davvero e sopravvivere soltanto.

Wallace grida per l’ultima volta “Libertà!” mentre viene torturato a morte

Sul modo migliore di vivere e di morire hanno parlato in tanti, dal mondo della letteratura a quello dell’arte passando per il cinema e non solo. L’interrogativo su come non sprecare la propria vita, e l’angoscia di non fare dell’ultimo respiro un rimpianto, ha da sempre spinto l’uomo a cercare risposte, a ipotizzare soluzioni. Queste questioni uniscono ogni uomo, indipendentemente dal credo religioso, dalle idee filosofiche e dai momenti storici. In questo articolo, ho raccolto due esempi molto diversi per dimostrare che, al di là di tutto, l’uomo davanti alla morte e alla vita è sempre uno, nel Duecento come nel Novecento, nella Scozia più selvaggia e nella Milano di inizio Novecento. A questo scopo, ho scelto di comparare alcune battute di William Wallace, protagonista del famoso film Braveheart, e la poesia “Agonia”, scritta da Ungaretti fra il 1914 e il 1915. Sono due mondi molto diversi, ma i testi, se ridotti all’essenziale, sono molto simili.

Braveheart: quando morire per un ideale è meglio che vivere nel compromesso

La locandina del film

Braveheart è un famoso film del 1995, diretto da Mel Gibson e vincitore di cinque premi Oscar, fra cui Miglior film e Migliore regia. Il film racconta la lotta per l’indipendenza combattuta dagli scozzesi tra il Duecento e il Trecento. Il leader è William Wallace che, per vendicare la moglie e per liberare il suo popolo, combatte fino alla morte affermando un ideale di vita e libertà che gli inglesi non riescono a ridimensionare nemmeno torturandolo a morte. Il suo ultimo grido, “Libertà!”, viene sentito anche da Edoardo I morente e dalla folla che, esterrefatta, chiede pietà per lui. Una pietà che lui rifiuta, scegliendo così di morire per tenere vivo l’ideale che la sua persona ormai rappresenta. Ci sono, in questo senso, due dialoghi che durante il film spiegano chiaramente ciò che Wallace intende per ‘vivere’, e ciò per cui a suo dire vale la pena morire. Il primo viene pronunciato da Wallace prima della battaglia contro gli inglesi, quando lo scozzese si pone davanti al proprio esercito impaurito dalla superiorità inglese e aiuta loro a guardare alla vita e alla morte con una nuova prospettiva: “E ho davanti a me un intero esercito di uomini miei compatrioti, venuti a combattere la tirannia. Siete venuti a combattere da uomini liberi. E uomini liberi siete. Senza libertà cosa faremo? È vero. Chi combatte può morire, chi fugge resta vivo… almeno per un po’. Agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete avuto a partire da oggi per avere un’altra occasione, solo un’altra occasione, di stare qui sul campo e urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita ma non ci toglieranno mai la libertà.” Il secondo invece viene pronunciato da Wallace alla principessa inglese, innamorata di lui, che vorrebbe convincerlo a chiedere la grazia, o almeno ad assumere una bevanda tesa a mitigare le pene della tortura. Alle richieste della principessa, Wallace risponde così: “Se io gli giurassi obbedienza, tutto quello che rappresento sarebbe già morto. Tutti muoiono, ma non tutti vivono veramente.” Wallace insegna ai suoi uomini che non conta la ‘quantità’ della vita, che basta un secondo per vivere davvero, e che per quel secondo vale anche la pena morire. Infine è interessante il fatto che Wallace, come Ungaretti, nel celebrare la vita degna di essere vissuta, ponga, come metro di misura, proprio la libertà.

Agonia: una poesia per vivere davvero

Agonia” è una breve composizione di Ungaretti raccolta nella sezione Ultime di L’Allegria. I nove versi che la compongono sono i seguenti: “Morire come le allodole assetate/ sul miraggio// O come la quaglia/ passato il mare/ nei primi cespugli/ perché di volare/ non ha più voglia// Ma non vivere di lamento/ come un cardellino accecato”.

Giuseppe Ungaretti

Mentre il primo distico e la strofa centrale raccontano al lettore modelli positivi, il distico finale contiene l’unico esempio negativo da non seguire. Infatti, era uso accecare i cardellini per facilitare loro l’adattamento alla cattività. Pertanto il cardellino, unico dei tre esempi a sopravvivere (e perciò legato al verbo ‘vivere’ dove gli altri lo sono al verbo ‘morire’), ha per il poeta un valore molto inferiore a quello della quaglia che muore stremata dopo una migrazione o dell’allodola che viene cacciata con l’inganno ma che così muore seguendo un miraggio, un ideale. Il centro della poesia non è incentrato sull’importanza della vita o della morte in sé, piuttosto sulla qualità dell’agire, che può però riguardare la vita come la morte. Ecco perché l’unico esempio di vita è negativo mentre quelli di morte sono positivi. Ungaretti vuole focalizzare il lettore sull’importanza di agire, non importa se in maniera antieroica. L’allodola muore seguendo un ideale, la quaglia dopo aver trovato una nuova terra (a cui si lega il tema del paese innocente, tanto a lungo ricercato dal poeta stesso). Il cardellino vive, ma non c’è in realtà vita nell’esistenza descritta da Ungaretti. Da un punto di vista storico, questa poesia si potrebbe definire ‘interventista’. Infatti, questa concezione dell’importanza di agire, di non restare passivi a subire la storia, era un’idea molto diffusa nel primo Novecento. Fu questa una delle idee alla base della scelta ungarettiana di scendere nelle trincee a combattere.

Ungaretti durante la Grande Guerra

Tuttavia questa poesia contiene anche un messaggio ‘ontologico’, relativo all’importanza di vivere, di non limitarsi ad esistere. Di cercare un senso, poco importa che si finisca per fallire come la quaglia o per aver inseguito un’illusione come l’allodola. Vivere per qualcosa, trovare un senso che renda la vita degna di un uomo. È interessante infine che Ungaretti abbia scelto, per parlare di vita e morte e libertà, proprio metafore con uccelli. L’uccello, per la sua capacità di volare, è da sempre utilizzato nella poesia per richiamare quella libertà che talvolta all’uomo manca. Ne deriva un’ovvia conseguenza, ovvero l’importanza che la libertà assume per il poeta.

Wallace e Ungaretti non potrebbero rappresentare modelli di vita più diversi. Tuttavia, pur attraverso strade molto diverse, raggiungono la stessa consapevolezza: sprecare la vita è un rischio concreto, arrendersi e rinunciare alla propria libertà lo è altrettanto. Tuttavia, se si ha la forza di insistere e di non cedere, allora forse davvero si può guadagnare qualcosa di prezioso come la libertà.

Viviana Vighetti

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.