Quando leggete non siete imparziali: ecco come interpretate le informazioni secondo pregiudizi e bias

Quando leggete non siete imparziali: ecco come interpretate le informazioni secondo pregiudizi e bias

27 Settembre 2018 0 Di Francesco Rossi

Se qualcuno dovesse chiederci di dare un giudizio sulla notizia di un quotidiano, commentare una trasmissione televisiva o valutare un servizio al telegiornale, tutti noi potremmo tranquillamente autoproclamarci giudici imparziali ed affermare di aver soddisfatto tale richiesta basandoci esclusivamente su quanto visto o letto. La verità però è molto diversa, e a confermarlo è l’ultima indagine condotta dall’organizzazione statunitense Gallup, che con pochi ma lampanti dati ha dimostrato come nessuno (o quasi) sia immune dal fantasma del bias.

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Sostenitori politici in USA, Credit: Depositphotos

Dacci oggi il nostro bias quotidiano

Quando parliamo di bias cognitivi – generalmente tradotti in italiano con il termine “pregiudizi” – facciamo riferimento a tutto quel database di automatismi mentali che nel corso della nostra vita abbiamo costruito e consolidato attraverso l’influenza di stereotipi, ideologie e false credenze. Essi – seppur eclissati al di sotto del nostro livello di consapevolezza – condizionano quasi tutte le nostre scelte, spingendoci ad imboccare delle scorciatoie mentali che, piuttosto che favorire un’attenta analisi della realtà, nella maggior parte dei casi ci conducono a conclusioni distorte e fallaci.

In un famoso studio condotto dalle economiste Claudia Goldin e Cecilia Rouse, per esempio, si scoprì che la quota di donne ammesse alle orchestre cittadine aumentava esponenzialmente quando ai valutatori veniva impedito di vedere i musicisti candidati all’audizione: al contrario, quando oltre alla qualità della performance la giuria aveva la possibilità di osservare le esibizioni, l’asticella dei musicisti scelti pendeva tendenzialmente verso la componente maschile.
L’esempio sopracitato dimostra come questi errori sistematici di giudizio costellino ogni aspetto della nostra quotidianità. Eppure oggi sappiamo che essi si fanno più operosi nel momento in cui ci troviamo di fronte alla necessità di compiere una decisione, schierarci con un’idea scartandone un’altra o prendere posizione a livello socio-politico. Un esempio calzante nello scenario attuale riguarda i cosiddetti media bias, ovvero quelle euristiche di pensiero errate che coinvolgono il mondo dei media e dell’informazione, provocando non solo danni tanto invisibili quanto pericolosi (fake news) ma manifestandosi involontariamente anche quando ci troviamo a scorrere con noncuranza una semplice notizia sul web.

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L’assalto delle fake news, credit: Trend Online

Scettici… ma non troppo

Particolarmente diffusa è la convinzione che ad essere vittime dei media bias siano soprattutto i “creduloni”, ovvero coloro che assorbono qualsiasi notizia propinata dai mass media, fidandosi ciecamente – ed acriticamente – di quanto raccontato dai giornali. Paradossalmente, invece, stando ai dati raccolti da Gallup, i lettori individuati come più prevenuti (e quindi soggetti ai bias) sarebbero quelli più diffidenti nei confronti dei media.
Se da un lato essere scettici ci permette di filtrare le notizie potenzialmente distorte da cui siamo giornalmente bombardati, dall’altro essere eccessivamente sfiduciati o sospettosi quindi non farebbe altro che alterare la parzialità del nostro giudizio, rendendolo infinitamente più influenzabile.
Un altro aspetto imprescindibile, come mostrato dall’analisi di Gallup, si dimostra poi la visione politica: i risultati prodotti suggeriscono infatti che ad essere maggiormente a rischio di pregiudizi e media bias sono prevalentemente i portatori di visioni politiche estremiste, che tendenzialmente scelgono come fonti testate giornalistiche poco moderate.

La struttura dell’esperimento

I risultati rinvenuti da Gallup sono frutto di una collaborazione sperimentale con la Knight Foundation, grazie alla cui sinergia nel 2017 è stata creata una piattaforma di notizie ad hoc, destinata ad essere il cuore pulsante di una ricerca a più ampio respiro. Dopo aver raccolto all’interno della piattaforma 1.645 articoli giornalistici e altri contenuti provenienti da diversi giganti mediatici, i ricercatori hanno così coinvolto un campione casuale di 3.081 americani per partecipare ad una valutazione di affidabilità del contenuto proposto.
I partecipanti sono stati poi divisi in due gruppi: al primo, quello sperimentale, non era consentito di vedere la fonte delle notizie ma semplicemente di leggerne il contenuto (in una condizione definita “in cieco”), mentre il gruppo di controllo, al contrario, era autorizzato a vedere l’editore di ciascun articolo prima di consultarlo, esattamente come accade “spulciando” un tipico sito web.
Partendo dal presupposto che la valutazione di un articolo da parte del lettore è data dalla somma delle qualità intrinseche dell’articolo, delle opinioni personali del lettore e del pregiudizio del “marchio”, ad essere manipolata nell’esperimento è stata esclusivamente la terza componente. I gruppi sperimentali e di controllo erano infatti stati appositamente selezionati con caratteristiche simili e un procedimento analogo era stato attuato anche nella scelta degli articoli proposti: la differenza nel punteggio di attendibilità tra i due gruppi sarebbe di conseguenza dipesa solo dal media bias associato alla testata di appartenenza.

I risultati della ricerca

Come pronosticato dagli sperimentatori, il gruppo “in cieco” si è rivelato è molto più fiducioso verso i contenuti delle notizie rispetto al gruppo di controllo: i risultati hanno infatti mostrato che coloro che si identificavano con il Partito Repubblicano non hanno manifestato dubbi circa l’affidabilità degli articoli letti, non sapendo che essi provenivano da testate pendenti a sinistra come New York Times o Vox. Analogamente, i pezzi pubblicati dalla destroide Fox News sono stati valutati altrettanto positivamente dai soggetti “in cieco” che si dichiaravano sostenitori del Partito Democratico.
Per quanto riguarda invece i lettori che potevano vedere la fonte delle notizie, bel il 35% ha mostrato evidenti bias cognitivi.

 

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Credit: New York Times

Come già accennato, coloro che propendevano per un’ideologia estremista (fortemente liberale o fortemente conservatrice) hanno fornito valutazioni più distorte e una percentuale di bias (43%) maggiore rispetto a quella dei soggetti moderati (31%).
Un altro dato significativo riguarda poi il discusso Donald Trump: i dati suggeriscono infatti che i soggetti che si dichiaravano sostenitori del neo-presidente USA valutano gli articoli con più pregiudizi (39,2%) rispetto a quelli che ne disapprovavano la presidenza (32,8%). In merito a questo, di notevole rilevanza oltre alla fonte dell’articolo si è rivelato anche il suo contenuto: i pezzi incentrati sul tema politico hanno infatti generato molti più media bias rispetto a quelli dedicati a economia o scienza e, nello specifico, nel momento in cui tale articolo trattava di Donald Trump o di Hillary Clinton il picco di pregiudizio era ancora più evidente.

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I risultati delle risposte fornite alla domanda: “quanta fiducia hai nei mass media quando si tratta di riportare le notizie in modo completo, accurato e corretto?”, associati alla percentuale di bias mostrato dai soggetti, credit: New York Times

Analogamente, coloro che mostravano maggiore sfiducia nei mezzi di comunicazione presentavano anche una visione più distorta e soggetta a pregiudizi. Attenzione, però, ad essere eccessivamente fiduciosi: la minor percentuale di pregiudizio appartiene infatti a coloro che, pur confidando nella veridicità dei mass media, non perdono una minima dose di scetticismo (30%).

Least but not last, un’ulteriore analisi più approfondita sui partecipanti del sondaggio ha confermato che le caratteristiche demografiche del lettore – inclusi sesso, età, istruzione ed etnia – possiedono solo un minimo potere esplicativo in fatto di media bias, a dimostrazione ancora una volta di come tutti (ma proprio tutti) rischiamo di esserne vittima in futuro. A patto che già non lo siamo.

Francesca Amato