Domatore sbranato dalle tigri: la colpa dell’animale in Heidegger, Kant e Derrida

La vicenda

Ettore Weber era impegnato in una sessione di addestramento, stava ultimando gli ultimi particolari in vista dell’imminente spettacolo. Un’attività che l’uomo di 61 anni, tra i più noti domatori italiani, ripeteva quotidianamente da anni. Ieri, però  qualcosa è andato storto. All’improvviso è stato attaccato dalle tigri. Prima una, poi le altre tre. Per il domatore del circo Marina Monti Orfei, non c’è stato niente da fare, è stato sbranato dagli animali. Prontamente soccorso dal personale del circo, l’uomo è però deceduto a causa delle gravi ferite riportate.

Heidegger: animale povero di mondo

Per Heidegger c’è una differenza abissale tra uomo e animale: l’uomo è “formatore di mondo” mentre l’animale è “povero di mondo”. L’uomo è “dasein“, è gettato nel mondo, si proietta e progetta continuamente nel mondo. Egli è infatti “formatore di mondo”, prende distacco dalle cose, dalle situazioni ed è in grado di rappresentarsele e modificarle. L’uomo può scegliere di assumere una condotta, ad esempio può decidere di diventare vegetariano. L’animale è povero di mondo perché non può uscire dalla logica degli istinti, è sempre immanente, coinvolto nell’ambiente e  nel sistema dei bisogni a cui non può sottrarsi. Quindi l’animale non può assumere una condotta, non può diventare vegetariano se il suo istinto è quello di mangiare carne. L’animale non possiede il mondo in quanto mondo, le cose in quanto cose, entra in relazione con l’ambiente soltanto in base ai suoi bisogni ed istinti. Per questo, secondo Heidegger, l’animale non muore, semplicemente cessa di esistere. Non ha la percezione della morte in quanto morte. All’animale, in quanto povero di mondo, non si può imputare un omicidio.

 

Kant: animale e morale

Secondo Kant l’animale non ha la possibilità di sottomettersi alla Ragione autonoma. Per l’animale non ha senso parlare di Legge morale. Quindi egli è qualcosa che sta al di fuori dalla logica della legge della ragione, al di fuori della reciprocità umana. La ragione è qualcosa di propriamente umano. Tutti gli uomini quindi sono accomunati dalla Legge morale, questa è ciò che li rende persone e costituisce la dignità umana. L’animale non è un soggetto morale, quindi non può godere della stima e del rispetto di una persona.

Derrida: animale come figura di scarto

Secondo Derrida l’animale è stato fin dall’antichità utilizzato dall’uomo per autodeterminarsi ed autofondarsi. L’uomo si è sempre definito in quanto “evoluto rispetto all’animale”, in quanto unico essere razionale e dotato di parola. L’uomo ha istituito l’animale come figura di scarto a cui attribuire tutti i comportamenti negativi e istintuali di cui voleva liberarsi. Per Derrida il confine tra uomo e animale non è mai così netto come lo è per tutta la tradizione filosofica. In base a quale diritto definiamo l’animale “povero di mondo”? L’uomo ha davvero una relazione oggettiva con l’ente? Secondo Derrida il confine è molto più complesso di quanto possiamo immaginare. Il domatore col suo lavoro cerca di dominare, strumentalizzare, possedere, esibirsi e far esibire l’altro, per puro godimento e senza però riconoscere dignità all’alterità dell’animale come tale. Quindi, nella prospettiva di Derrida, l’uomo è più “animale” delle tigri, poiché ha sempre manifestato la pulsione a dominare e assoggettare a proprio piacimento all’alterità.

Elena Bellinello 

 

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