USA contro la “pornografia intelligente”: quando le macchine soddisfano i nostri desideri

Immagini e video sessualmente espliciti, eppure creati al computer. I “deepfakes” hanno portato rabbia nei confronti dei soggetti rappresentati, oltre a sollevare seri dubbi etici e filosofici.

Esempio di “deepfake” allo stato grezzo.

Il fenomeno dei “deepfakes” è ormai rinomato nel campo della pornografia online: si tratta di fotomontaggi totalmente realistici, sia in formato video che fotografico, raffiguranti celebrità che compiono atti sessuali. Si tratta di una categoria pornografica che ha preso il sopravvento già da un decennio, ma che mostra sempre di più gli inquietanti dubbi etici dietro a una rappresentazione falsa eppure vera allo stesso tempo.

Una legge mancante

La Virginia è stata ufficialmente la prima nazione degli USA a proibire la produzione e riproduzione dei deepfakes, portando avanti una battaglia che centinaia di attori e attrici, cantanti, star sportive e cinematografiche, speravano di vincere. Perché va da sé che le figure pubbliche in primis hanno vissuto momenti e situazioni ai limiti dell’inquietante proprio a causa di una simile rappresentazione pornografica. Ma come mai nel mondo occidentale mancano leggi a tutela di persone vittime di fotomontaggi del genere? La risposta è semplice: mancanza di legislazione e precedenti. Basti pensare all’Inghilterra, tra le maggiori “produttrici” di deepfakes, eppure popolata da forze dell’ordine che, in mancanza di misure chiare, si trovano costrette a limitarsi a un “avvertimento formale” nei confronti di chi produce tali contenuti.

Varie trasformazioni realistiche tramite l’algoritmo per il deep-faking.

Alla base di una necessità di prevenzione e legislazione sta, però, la questione puramente tecnologica. Con lo sviluppo di recenti algoritmi, e di una app apposita condivisa su Reddit, la somiglianza della finzione virtuale con la realtà ha assunto toni sempre più drammatici. Personaggi di grande fama quali Rihanna e Scarlet Johansson hanno più volte espresso la loro rabbia, vedendosi “ricreate” virtualmente a compiere ogni genere di atto, e non potendo sporgere denuncia per mancanza di legislazione. Si tratta di un problema che la legge continua a cercare di risolvere. Ma le vere radici della questione sono cresciute nel terreno della bioetica e della filosofia.

Arte virtuale

Parte dalle basi teoriche di Klaus Sachs-Hombach l’idea secondo cui un’immagine, per essere considerata tale nel campo artistico, deve rispettare tre criteri precisi:

  • Materialità, la possibilità di essere “toccata con mano”
  • Artificialità, il fatto che non sia un fenomeno naturale (il proprio riflesso su uno specchio per esempio)
  • Persistenza, ovvero che possa essere riprodotta più e più volte (a differenza, per esempio, dei disegni creati dalle nuvole)

Seguendo tali principi, diventati il cardine dello studio visuale, il mondo virtuale pecca decisamente nel primo caso: come si può essere sicuri al cento per cento di poter utilizzare i nostri sensi nel mondo virtuale, quando gli stessi deepfakes non sono altro che finzione? Si tratterebbe, seguendo questo ragionamento, di ingannare i propri sensi. Eppure il realismo resta vivo e vegeto, siccome in certi casi (specialmente nelle forme di autoerotismo) è la sola percezione quella che conta. Senza dubbio, però, la percezione distorta di immagini create da algoritmi che, di certo, non hanno chiesto niente a nessuno, violi il consenso delle parti in causa, i VIP trasformati in icone pornografiche insomma.

Uno strano miscuglio, questo, che a molti ricorderà il primo episodio della prima stagione di Black Mirror: attraverso la coercizione e la descrizione di precise tecniche cinematografiche, un uomo (probabilmente un folle) fa in modo che il suo desiderio prenda forma: osservare il primo ministro inglese avere rapporti sessuali con un maiale. Una scena che, oltre che disgustosamente reale, è del tutto simile alla situazione provata da figure pubbliche, costrette non più da un folle ma da un semplice algoritmo a trasformarsi in attori pornografici.

Fotogramma tratto dal primo episodio di Black Mirror.

Proseguendo perciò con tale ragionamento, risulta ovvio che i deepfakes altro non sono che un ennesimo tentativo di alterare la realtà a nostro piacimento. Del resto, non è per questa ragione che l’uomo continua a sviluppare le proprie tecnologie?

Attraverso veri e propri studi cinematografici, dal montaggio alle riprese all’utilizzo della Computer-Graphica, una ristretta gamma di persone è stata quindi in grado di trasformare la pornografia. Un mestiere come un altro che in sé non commette nulla di sbagliato, ma che stavolta ha varcato la soglia tra svago e consenso, praticando nei confronti dei soggetti “riprodotti” un vero e proprio stupro virtuale. Solo il tempo potrà dire se lo stato della Virginia è stato in grado di creare una legislazione soddisfacente contro un simile fenomeno. Così come solo il tempo potrà dirci se il futuro dell’erotismo e della libido consisterà di semplice e pigro soddisfacimento.

Meowlow

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