Il Superuovo

Diario di un condannato a morte: cronaca dell’inizio della fine

Diario di un condannato a morte: cronaca dell’inizio della fine

Il blog “Death Row Diary” è una cronaca straziante, cruda, terribilmente concreta e disincantata dei giorni che precedono l’esecuzione di un condannato a morte, un racconto fedele dell’inizio della fine e della fine stessa, narrato e vissuto da chi sa di dover morire. Un blog, questo, ancora oggi on line, curato da Lisa Van Poyck, sorella di William, che per accogliere i visitatori del suo sito ha scritto queste parole come epitaffio virtuale: “Mio fratello, William Van Poyck, non è più nel braccio della morte per un omicidio che non ha commesso. Quando lo Stato della Florida lo ha giustiziato il 12 giugno 2013, il suo Spirito è stato liberato per librarsi in un posto più alto in Pace”. Le lettere scritte dal detenuto e raccolte nel blog, che oggi vengono rese disponibili anche al pubblico italiano grazie al volume “Diario di un condannato a morte” (Edizioni Bookabook), sono state pubblicate con la finalità precisa di sensibilizzare su questo tema così delicato.

Copertina del libro “Diario di un condannato a morte”

Death Row Diary: http://deathrowdiary.blogspot.com/

William Van Poyck è morto. Il “punto” definitivo alla sua storia è stato apposto da una sentenza che, tuttavia, non ha potuto apporre la medesima drastica fine al correre inesorabile della sua penna, con cui aveva voluto narrare l’ansia di un’attesa immobile e beffarda, la paura e l’impazienza di ritrovarsi faccia a faccia con la notte.

Ed è un tramonto agrodolce e dilatato nel tempo, disilluso, quello che la penna di Van Poyck delinea parola dopo parola, lettera dopo lettera. L’arrivo incombente della morte si conta sul numero di celle che vengono scalate dal condannato a mano a mano che si liberano dei loro ospiti, in una brutale marcia che culmina a picco sul nulla eterno. Si passano un testimone disgraziato questi infausti podisti che si rincorrono senza guardarsi negli occhi nel susseguirsi di quelle camere buie, in cui un’angoscia sincopata e una speranza vana e vuota si confondono.

Fino alla numero uno, quella che dopo di sé ha solamente l’iniezione letale.

E’ il 17 aprile del 2005 quando William scrive la prima delle lettere che per otto anni accompagneranno la sua prigionia, rivolgendosi all’amata sorellla: “Cara Lisa, qui, in questo ‘paradiso artificiale’ chiamato Prigione di Stato della Virginia, ho appena finito di piluccare la mia cena composta da spaghetti scotti, carote bollite, pane e succo di mela, e sono disteso sulla mia cuccetta a osservare i raggi del sole che entrano dalla stretta feritoia orizzontale della mia cella scivolando inesorabilmente lungo il muro”.

William e Lisa Van Poyck

Ed è in questo intrecciarsi di fotogrammi di vissuto quotidiano e considerazioni affilate circa la pena di morte che il carcerato proseguirà la stesura del suo racconto epistolare, non senza narrare puntualmente varie esecuzioni di cui è spettatore fuorché, per ovvi motivi, quella di cui è suo malgrado protagonista.

Egli era detenuto da quando aveva diciassette anni a causa di una rapina compiuta in età giovanile. Durante un trasferimento, poi, ebbe l’infelice idea di tentare un’evasione assieme a un compagno di prigionia. Ebbene, durante l’operazione illecita restò coinvolta una guardia, che morì. Sebbene Van Poyck non venne riconosciuto come omicida materiale, egli fu altresì condannato alla pena capitale.

Al cospetto di storie come questa, quel sentimento di empatia, figlio di una misericordia fortemente patetica e di una pietas rustica proprie dell’animo umano, ma mai completamente svincolato dall’ombra del pregiudizio e del ritegno similmente radicati in esso, suggeriscono rispetto al nodo cruciale della pena di morte idee contrastanti ed antitetiche, frutto di ideali peculiari di culture altrettanto discrepanti tra loro.

Paradossalmente, il dibattito è molto moderno: la prima vera e propria trattazione del problema da un punto di vista giuridico–civile (e al contempo letterario) la dobbiamo a Cesare Beccaria con il suo scritto “Dei delitti e delle pene”.

Le tesi del pensatore milanese, decisamente innovative per l’epoca, erano estremamente lineari e riconoscevano alla pena una funzione intimidatrice, al fine di distogliere l’uomo dal compiere un’azione illegale. Allo stesso tempo, esse affermavano che il sistema giudiziario non doveva essere crudele e disumano, bensì infallibile e certo. Ne consegue che la funzione utilitaristica della pena veniva esaltata, mentre, nello specifico, la pena capitale non venisse reputata né utile né necessaria.

Da sottolineare è che le pene vigenti nell’Europa dell’epoca erano durissime e nella maggior parte dei casi conducevano alla morte. Dunque, ciò contribuì a creare attorno alla figura di Beccaria un alone eroico, di cui fu artefice lo stesso Voltaire, che lo promuoveva come paladino di una società giusta e costituzionale.

Non mancarono, tuttavia, accuse contro l’argomentazione del Beccaria. Filangieri, ad esempio, asseriva che “se l’uomo nello stato di natura ha il diritto alla vita, nello stato civile questo diritto può perderlo con le sue azioni”. Probabilmente, la teoria abolizionistica non doveva aver grande fortuna nella filosofia penale del tempo, tanto che anche nelle tesi di Rousseau, Kant ed Hegel essa non fu contemplata.

Pena di morte: sì o no?

Rousseau, nel Contratto sociale, sosteneva che l’attribuire allo stato la propria vita non era propedeutico a distruggerla, quanto addirittura a garantirla. Kant, poi, spiegava come la pena fosse finalizzata alla giustizia e quindi come per svolgere questa funzione ci dovesse essere una perfetta corrispondenza tra delitto e pena, in una sorta di “uguaglianza” correttiva. In quest’ottica, la pena di morte doveva essere un imperativo categorico e necessario. Hegel si spinse ancora oltre: confutò il Beccaria, mostrando la funzione “razionale” della pena di morte e asserendo che quando il delinquente veniva giustiziato si venivano a ristabilire ordine ed equilibrio.

Fu Robespierre, simbolo della Rivoluzione francese, in un discorso all’Assemblea costituente a schierarsi apertamente contro la pena capitale: “la mitezza della pena corrisponde ad un popolo civile, la crudeltà ai popoli barbari”.

Anche se il dibattito non provocò l’abolizione totale, portò in un certo qual modo all’umanizzazione della pena e alla restrizione dei delitti punibili. Basti pensare come in Inghilterra, all’inizio del 1800, i reati punibili con l’impiccagione erano più di duecento.

Il miglioramento della condanna, prevedeva inoltre il renderla immediata, evitando il supplizio straziante che, come sostenuto Foucault, significava suddividere la sofferenza in “mille morti”, ottenendo, prima della cessazione dell’esistenza, le più raffinate agonie.

Su questa scia, oggi, la maggior parte degli Stati non abolizionisti eseguono la pena di morte con “discrezione”, evitando le torture che erano dapprima un cliché caratteristico a seconda dei vari Paesi: la sedia elettrica in America, l’impiccagione in Inghilterra, la ghigliottina in Francia.

Nonostante ciò, la morte non è sempre immediata e può essere lenta e dolorosa, a discapito di quanto si voglia far credere. Ed è proprio questo lo sprone che ha esortato Lisa a fare opera di informazione su questo argomento: se il dibattito sull’utilità e la giustezza della pena di morte è aspro e acceso, dimenticate e sottaciute sono le condizioni e lo stato psico-fisico di chi è costretto al raccapricciante countdown per attendere l’ora della propria fine.

Indipendente dalla colpa di cui si è macchiato, al di là del condannato a morte c’è pur sempre un essere umano.

Ai nostri giorni, più di due terzi dei Paesi al mondo ha abolito la pena capitale per legge o nel “de facto”, quindi nella pratica. Nel 2017, però, sono state messe a morte almeno 993 persone in 23 Paesi.

La maggioranza delle sentenze capitali sono state eseguite nell’ordine in Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

Grafico curato da Amnesty International

Inoltre, la Cina è indubbiamente il maggior esecutore al mondo, tanto che la reale entità dell’uso della pena di morte in questo Paese è sconosciuta, poiché i dati sono classificati come segreto di stato. Per questo motivo, il dato complessivo di almeno 993 esecuzioni, non tiene in considerazione le migliaia di sentenze capitali che si ritiene siano eseguite e non riconosciute.

Di certo, non è un caso che la permanenza di punizioni di questo tipo si concentri in contesti extraoccidentali, mentre esse vengono per lo più stigmatizzate lì dove un altro tipo di cultura e di mentalità sono ormai ben salde. Non dimentichiamo, dunque, che il paradigma teorico adottato in Occidente, frutto di secoli di storia volti alla rivoluzione radicale del Pensiero, risulta pressoché inapplicabile in Paesi che non hanno conosciuto un simile rivolgimento concettuale.

Sarebbe vano ostinarsi ad esportare idee forti e valide in maniera quasi universale nel proprio microcosmo cercando di far attecchire consensi dove vi sono ideali contrapposti. Ciò vorrebbe dire venir meno a quel principio di autodeterminazione dei popoli che governa e regola il divenire della Storia nel tempo e nello spazio sin dagli albori dell’umanità.

Tuttavia, la coscienza implica riflessione e la riflessione pretende l’esigenza di interrogarsi e trovare risposte sufficientemente adeguate per acquietare la propria sete di filosofia, per quanto ognuno riconosca autenticamente vera un’unica verità strettamente propria.

Movimenti quali “Amnesty International” e “Nessuno tocchi Caino” propongono, per esempio, un’interpretazione estremamente ferma e si oppongono incondizionatamente alla pena di morte, ritenendola una punizione crudele, disumana e degradante. Alla base del rifiuto perentorio ad essa, il fatto che violi evidentemente il diritto alla vita, che sia irrevocabile e possa essere inflitta a innocenti.

Riprendendo il nome del secondo dei movimenti sopracitati, potremmo alludere alla visione religiosa, eppure il “problema” non risiede né nella Bibbia né nel Corano: molti paesi cristiani praticano la pena di morte così come non pochi paesi islamici l’hanno abolita.

D’altronde, volendo nuovamente ritornare sul passo biblico in questione, la “sorte di Caino” è metaforicamente entrata e uscita dai discorsi del mondo per molto tempo. Tuttavia, per noi fortunati che ci siamo sbarazzati della pena di morte da decenni, la discussione è sempre rimasta su un piano teorico, tanto da stimolare in alcuni nostri conterranei non poche simpatie verso questa pratica, di fatto assolutamente disumana.

Eppure, appare evidente che la pena capitale cozzi in pieno con il ruolo di rieducazione che viene affidato al carcere.

Proprio per questo, forse, per chi come il buon vecchio Hammurabi ha ormai l’anello al naso e la chioma fin troppo canuta non è più tanto semplice reclamare il diritto di cittadinanza nella nostra società attuale. “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, come affermato dal Premio Nobel Mahatma Gandhi.

“Occhio per occhio, dente per dente”

Per quante possano essere le considerazioni su questo tema e per quanto possano essere influenzate da spietatezza o da sentimentalismo, sicuramente è bello, prima ancora che necessario, rimarcare come ogni pensiero dell’uomo debba essere anzitutto rivolto all’uomo stesso. Alla sua dignità, alla sua coscienza.

Dulcis in fundo, per smussare il disincanto ed osannare in primo luogo l’humanitas, dedichiamo una parentesi a tre degli articoli riconosciuti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, qui sotto riportati:

Articolo 1: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.

Articolo 3: Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona.

Articolo 5: Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti.

Per concludere, così come abbiamo iniziato, sulla scia della penna impugnata da uomini che hanno affidato con le loro epistole un lascito speranzoso all’umanità intera, ecco qualche verso della poesia scritta come ultima lettera a suo figlio da Nazim Hikmet:

“Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,

dell’astro che si spegne,

dell’animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza

e il dolore dell’uomo.”

René Magritte – La riconoscenza infinita

Mariachiara Longo

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