Carpe diem: Orazio e Kant assolvono e giustificano John Keating ne L’attimo fuggente

Carpe diem è la celebre espressione tratta dalle Odi del poeta latino Orazio letteralmente traducibile con “Cogli il giorno”, ma tradotta (erroneamente) in “Cogli l’attimo”. Il carpe diem di Orazio è diventato nel tempo il simbolo di una delle filosofie esistenziali più famose della storia, trovando ampio spazio anche nella società moderna e divenendo un concetto estremamente attuale: infatti, ben si adatta ad uno dei dilemmi cardini dell’uomo contemporaneo, preso dagli impegni della quotidianità e distratto dal contatto con il presente.

Orazio e Kant: la morale nel carpe diem

Ciò che rende immortale la poetica di Orazio sono i temi che tratta e lo stile con cui li affronta: parla dell’uomo in termini esistenziali ed universali, scava nei meandri della sua anima ed è in grado di creare, con uno stile semplice e raffinato, nel quale ogni parola è esattamente dove deve essere e proprio per questo brilla e si riempie di ogni sfumatura di significato, immagini eterne. Orazio è il poeta della cura, l’antidoto all’ansia dell’esistenza, poiché consapevole di una delle più grandi verità che riguardano l’essere umano: il tempo passa e si deve morire. In questo modo nascono alcune tra le più esemplari pagine dei suoi Carmina, nelle quali la caducità della vita umana è sempre presente in quanto ombra oscura che minaccia il piccolo uomo: non importa quanto si sia ricchi, influenti, potenti, perché la morte rende tutti i uguali. Il confronto tra l’eterno ritorno di cui può godere la natura accentua il sentimento di termine a cui, invece, è destinata la vita umana. Fatte tali premesse, è facile comprendere in quali termini il messaggio che traspare dalle pagine di Orazio assuma connotati d’attualità: ciò che importa davvero nel corso della vita è la semplicità delle cose autentiche, immediate. Abbracciando una personale rielaborazione delle filosofie stoica ed epicurea, Orazio è in grado di innalzare meravigliosi inni alla bellezza della vita e della giovinezza. Poiché l’uomo è moriturus, cioè destinato a morire, ciò che conta è saper carpire e dare significato fino in fondo all’istante in cui è vivo e saper apprezzare e godere di tutto ciò che l’essere vivo offre e comporta. Orazio è allora il poeta che, nel tentativo instancabile di salvaguardare i suoi contemporanei da una vita superficiale e vuota, insegna loro, ma anche a noi, che est modus in rebus, che c’è un limite nelle cose, che bisogna vivere aequa mente, essendo sempre pronti ad un eventuale rovesciamento della sorte, ma senza attribuirne la colpa a nessuno, poiché, nell’ottica oraziana, il caso non prevede alcun supervisore, né tanto meno gli dèi. L’uomo che avrà saputo vivere riempiendosi dell’attimo consapevole e nell’amicizia (unico vero autentico sentimento contemplato da Orazio) potrà dire alla fine della sua vita, senza alcun rimorso, di aver realmente vissuto.

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Quinto Orazio Flacco

Ma la filosofia oraziana non va fraintesa e non è da confondere o identificare con l’edonismo epicureo (sebbene anche da esso prenda le mosse), va letta piuttosto in chiave etica e morale. Per Orazio, vivere pienamente ogni giorno significa raccogliere assorbire tutto il meglio che ogni giorno ci offre, tutto ciò che può contribuire a formare l’essere umano, quale individuo corretto e assertivo. Ragionando in questi termini, ci viene in soccorso Kant: la cui etica può essere definita sia motivazionale (basata sulle motivazioni o intenzioni di una azione) che deontologica (basata sul dovere). Nella Critica della ragion pratica, Kant si preoccupa di rispondere al problema dell’agire, della morale: la ragione, infatti, non solo è funzionale a guidare la conoscenza, ma anche ad indirizzare l’azione dell’uomo. Kant è persuaso che esista una morale a priori insita nell’uomo e valida per tutti, sempre. Essa è un fatto di ragione, universale, autonoma (sta dentro l’uomo) e non deriva dall’esperienza (a priori). L’uomo, con la sua libertà e volontà, deve aderirvi per essere soggetto morale, sopprimendo le proprie inclinazioni negative e facendo ciò che è obbligato a fare, compiendo il proprio dovere. Essere morali vuol dire, quindi, obbedire all’imperativo categorico del dovere morale, quel particolare principio pratico che rappresenta un’azione come necessaria per se stessa, senza relazione con nessun altro fine. L’imperativo categorico, in sostanza, è una regola che, se applicata, garantisce alle persone un comportamento assolutamente conforme alla legge morale iscritta dentro ciascuno. Kant propone tre formulazioni dell’imperativo categorico, che ci consentono di stabilire se agiamo moralmente. Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale, per verificare se un dato comportamento sia morale, quindi, dovremmo generalizzalo, cioè esaminare l’azione particolare che stiamo compiendo o che vogliamo compiere e pensarla come universale, per tutti. In altri termini, chiedersi cosa succederebbe se ciò che stiamo facendo lo facessero tutti. Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo, quindi non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. La volontà non è semplicemente sottoposta alla legge, ma lo è in modo da dover essere considerata autolegislatrice, e solo a questo patto sottostà alla legge: quest’ultima massima è correlata alla prima, tuttavia, l’accento qui cade sull’autonomia della volontà, sostenendo che l’imperativo morale non è qualcosa di esterno all’uomo, essendo generato dalla ragione e, sottomettendoci ad esso, non facciamo altro che obbedire a noi stessi.

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Critica della ragion pratica

L’attimo fuggente

L’attimo fuggente è un film di Peter Weir del 1989 con protagonista Robin Williams. Il film è ambientato negli anni ’50, in una scuola superiore del New England fortemente conservatrice, l’Accademia Welton, le cui parole d’ordine e capisaldi sono tradizione, onore, disciplina ed eccellenza. I ragazzi sono tutti inquadrati nella rigida ideologia di quegli anni e dalla struttura inflessibilmente rigida della scuola. A sconvolgere questo granitico assetto è l’ingresso nel corpo docenti di John Keating (Robin Williams), professore di letteratura, straordinariamente originale, con idee libertarie e in netta antitesi con l’educazione dell’istituto. Keating oltre ad occuparsi di poesia e letteratura cerca in tutti i modi di insegnare ai suoi alunni qualcosa di ancora più importante: ragionare con la propria testa, essere liberi e creativi. L’insegnamento di Keating genererà nei ragazzi un forte senso di irrequietezza e ribellione per quell’ambiente rigido, in particolare in Neil, eccellente studente, già immesso nella strada voluta dal padre verso un radioso e borghese futuro. Le lezioni di Keating, tuttavia, fanno emergere nel ragazzo i suoi più autentici e roventi impulsi: la recitazione e il palcoscenico. Sarà proprio questa tensione estrema tra le sue passioni e il divieto dell’autorità paterna di inseguirle che porterà al suicidio Neil. La colpa del tragico evento sarà moralmente attribuita al professor Keating, per cui sarà espulso dalla scuola con disonore accademico. In un’ottica consequenzialista-utilitarista, l’Accademia Welton ha tutte le ragioni nel reputare Keating colpevole giacché non importano le nobili motivazioni, dato che con le sue stravaganti lezioni ha portato Neil a ribellarsi all’autorità paterna e in fine al suicidio. Nel film viene palesemente mostrato che la condanna di Keating è ingiusta, poiché Neil è stato vittima degli effetti che una società così rigida e conservatrice produce sulle persone. Viene mostrato come un’educazione così repressiva, che non tenga conto delle esigenze interne degli alunni, sia fallimentare. E, per il regista, è proprio questa forza oscurantista a determinare il suicidio di Neil. In poche parole la colpa è, appunto, consequenziale alla società e alla scuola e, dal punto di vista utilitarista, non è possibile assolvere Keating perché, per quanto possano essere nobili le sue motivazioni, è indubbio che le sue scelte e i suoi comportamenti abbiano influenzato le vite dei ragazzi, producendo risultati gravi. Tuttavia, se applichiamo la morale kantiana alla vicenda, secondo cui nessuno può essere condannato rispetto agli effetti prodotti da una azione, se, ancora si considerano motivazione e dovere, allora il professor Keating va lodato, poiché il suo agire è stato estremamente buono e morale e risponde alla prima massima dell’imperativo categorico: tutti dovrebbero essere liberi, emancipati, indipendenti. Tutto quello che spingeva Keating era favorire la crescita spirituale e creativa dei ragazzi, donare loro consapevolezza come individui speciali, far comprendere come la vita sia (come anche a dir di Orazio) straordinaria proprio perché unica, irripetibile e preziosa per tutto ciò che ha da offrire. Quindi, carpe diem.

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L’attimo fuggente

Valeria Parisi

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