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Arianna, eroina messa in ombra dal suo stesso amante, raccontata dalle pitture parietali di Pompei

All’eroina mortificata dal suo stesso amore dà voce Ovidio, ma allo stesso tempo ottiene il suo riscatto rimanendo un’icona eterna.

Rovine di Pompei

Pompei: città scomparsa improvvisamente a seguito di un’eruzione esplosiva del Vesuvio nel 79 d.C.  Al suo interno è possibile scorgere molto più che semplici elementi di arte romana: elementi di mitologia e storia che spiegano come funziona la vita.

Arianna e Dioniso nelle ville di Pompei

Nel sito archeologico di Pompei è possibile visualizzare diverse scene che riguardano miti greci. Non a caso, Winckelmann definì l’arte romana “arte greca presso i Romani”, fra questi le quattro fasi, ed una in particolare, del mito di Arianna. All’interno di “Casa dei Capitelli colorati”, si osserva una scena della terza fase del mito, ovvero quella in cui Dioniso arriva risvegliando Arianna: la cosiddetta “Epifania di Dioniso”. Il quadro fu realizzato fra il 45 ed il 79 d.C. con la tecnica dell’affresco sul muro della domus. Nonostante lo stato di usura dato dal tempo e da fattori esogeni, si nota facilmente che i colori più utilizzati sono quelli a tinte fredde, in particolare l’azzurro (“ceruleus” in latino). I corpi nudi sono armonici, alla maniera prassitelea, e morbidi, molto naturali. I colori risultano essere alquanto realistici, e rendono dunque il tema dell’antropomorfizzazione delle divinità romane (e greche), così vicine agli esseri umani ed immanenti. Nietzsche, d’altronde, in “Genealogia della morale”, una delle opere più indicative della sua finezza storico-filologica, ammise che le divinità del pantheon greco-romano, appunto perché antropomorfe, rappresentano in toto i vizi e le virtù umane, non solo tipizzandoli, ma anche giustificandoli, al contrario del rigorismo proprio del monoteismo cristiano. Il colore ceruleo, che anticipa la giottesca prospettiva aerea, avvolge Dioniso, in arrivo verso Arianna, che viene destata dal sonno ipnotico-estatico da un amore. Questo è però soltanto un assaggio della pittura pompeiana.

Dioniso (Museo di Birmingham)

 

Eccovi alcuni dettagli sulla pittura pompeiana

La pittura pompeiana, per quanto abbia riguardato un breve periodo da un punto di vista cronologico, costituisce un importante patrimonio per lo studio dell’arte romana. Galvanizza in particolare la stretta dipendenza dall’arte greca, e per comprenderlo basta studiare le tecniche più semplici di pittura: l’affresco e l’encausto. Il primo consiste nella stesura dei colori ad acqua sull’intonaco fresco, cui segue la lucidatura con polvere di marmo. L’encausto (dal greco “έγkαίω”, ‘mettere a fuoco’), consiste nello spalmare il colore misto alla cera con una spatola sull’intonaco asciutto. Entrambe queste tecniche sono proprie della pittura ellenistica. I colori che spiccano sono brillanti, fra cui il “rosso pompeiano” , il ceruleo, il verde, il giallo. La caratteristica principale è sicuramente il naturalismo spiccato, anch’esso tipico della pittura ellenistica, che galvanizza ora dei “τόποι” letterari derivanti dalla mitologia, ora decorazioni, ora elementi della natura. Dal “De Architectura” di Vitruvio si apprende che la  pittura pompeiana attraversò quattro fasi in totale dalla metà del II secolo a.C. al 79 d.C., data della rovinosa eruzione del Vesuvio. La prima fase (II sec. a. C.- primi decenni del I sec. a.C.) è caratterizzata dalla decorazione di pareti che fingeva il marmo ed altri materiali. La somiglianza con le lastre di marmo, dette “crustae”, ha dato il nome allo stile detto “ad incrostazione”. La seconda fase (I sec. a.C.- I sec. d.C.), si occupò invece di rendere l’illusionismo prospettico suddividendo la parete in tre parti e dipingendo scene di vegetazione con finestre finte. Della terza fase (fine del I sec. a.C.-50 d.C.) fa parte la “Casa delle Galline bianche” di Livia, la moglie di Augusto. La “pax augustea” viene riflessa nella pittura serena ed equilibrata, fra temi mitologici e paesaggi naturali. Caratteristica della quarta ed ultima fase è la “Domus aurea” di Nerone a Roma, nella quale riecheggia lo stile pompeiano della seconda fase, accompagnato da decorazioni e stucchi, quasi a sfiorare una sorta di manierismo.

Donna piangente

Arianna: figura mitologica complessa e rappresentativa

Chiariti i dettagli sulla pittura pompeiana, uno dei miti più famosi che vi sono raffigurati è senza dubbio quello di Arianna. Arianna e Fedra erano entrambe figlie del leggendario re di Creta Minosse e della regina Pasifae. Un giorno, a causa di un affronto arrecato a Poseidone da parte del re, questo viene punito con il delirio della moglie, la quale brucia di una passione sensuale per un toro. Ella si fa costruire da Dedalo (padre di Icaro ed architetto della corte), un supporto in legno a forma di mucca, in modo da poter realizzare il mostruoso amplesso con l’animale. Riuscita nel suo intento, partorisce il mostruoso Minotauro ( da “Μίνως” e “ταύρος”, ‘Minosse’ e ‘toro’), il quale viene rinchiuso nell’apposito labirinto costruito da Dedalo. Da allora ogni anno la città di Atene è costretta ad inviare a Creta un tributo di dodici fanciulle e dodici fanciulli da dare in pasto al mostro. Teseo, celebre eroe, viene chiamato da Minosse per uccidere il Minotauro. Riesce nel suo intento grazie ad Arianna, la quale grazie al suo mitico filo gli fa ritrovare la strada del ritorno. L’eroe la porta con sé a Nasso, ma a seguito della chiamata da parte di Atena per la fondazione della città di Atene, abbandona la fanciulla innamorata a Nasso, procedendo nella sua impresa. Azione analoga fu compiuta da Enea che abbandonò Didone per fondare Albalonga mosso dalla “pietas” verso gli dei. La fanciulla, abbandonata dal suo amato che aveva aiutato fino alla fine, sprofonda nella disperazione. Υπνος, che in greco significa ‘sonno’, fratello di Θάνατος, addormenta Arianna, la quale sprofonda in una fase di ipnosi estatica, in attesa di Dioniso, suo futuro marito. Teseo nel frattempo, in nome dell’amore per Arianna  e della gratitudine verso di lei, in tutta risposta, sposa la sorella di lei, Fedra.

 

La voce di una donna ferita ed inascoltata

Al lamento straziante della povera Arianna dà voce il grande poeta elegiaco di età augustea Publio Ovidio Nasone nell’opera “Heroides”, in italiano ‘Le eroine’ , anche se non si deve dimenticare il carme 64 di Catullo. L’opera ovidiana è composta da epistole scritte dalle eroine ai loro eroi in distico elegiaco, nelle quali queste esprimono il proprio dolore per l’abbandono subito sulle orme delle “suasoriae”. E’ sicuramente da considerarsi un grande esempio di emancipazione femminile: prima di allora nessun artista di genere maschile aveva dato voce al materno e sensibile animo delle donne. L’iconografia greca aveva addirittura rappresentato Teseo in più occasioni senza la presenza di Arianna, o con una fanciulla senza nome con un gomitolo tra le mani. Arianna, nell’epistola scritta a Teseo, straziata dalla sensazione di vuoto, si volta sulla spiaggia come una menade, andando a ricercare ciò che in realtà non ha mai avuto: l’amore della sua vita, l’amore di un uomo che lei amava più della propria vita, più di se stessa, al punto di permettergli di uccidere il mostruoso fratello. Nella prima parte dell’elegia grida a Teseo il proprio dolore, paragonandolo ad una fiera che sbrana la propria preda, e richiamando l’icona del sonno estatico. Ha l’impressione che le rocce le rimandino quasi indietro quel nome che lei, fuori di senno come una baccante, grida senza sosta, il nome dell’amato, di quella parte del cuore che le è stata strappata via con violenza, inaspettatamente, senza la possibilità di ricevere una spiegazione che potesse quantomeno dare valenza a tutto ciò che c’era stato fra loro due: le emozioni, le risate, lo “sturm und drang” dei loro sentimenti, i contatti…  <<Spesso ritorno al letto che ci aveva accolti entrambi e che non ci avrebbe offerto più accoglienza e tocco- è quello che posso, ora che tu mi manchi- le tue impronte e le coperte che avevano ricevuto il calore del tuo corpo. Piombo sul letto inzuppato dalle lacrime versate e grido :”In due ti abbiamo occupato, facci tornare due! Siamo giunti qui in due, perché non siamo in due ad andarcene? Letto traditore, dov’è la parte più importante di noi due?”>>. Questo è il lamento di una povera amata, incredula di come chi aveva giurato di amarla per sempre, l’abbia invece potuta lasciare così, senza dire nemmeno una parola.  “Avresti dovuto uccidere anche me, malvagio”, esclama, facendo riferimento all’uccisione del mostro, affermando dunque che la morte, l’incoscienza perenne, è decisamente migliore di un dolore perenne che lacera da dentro. Ciò che sicuramente emerge dal testo è il topos di “odi et amo” catulliano: ora Arianna piange per il logorio interiore, ora apostrofa Teseo come malvagio, in quanto lo odia profondamente per il dolore che le sta causando, un dolore inutile, che non sfoga e a cui non vi è rimedio. Arianna maledice anche il sonno, che le avrebbe impedito di agire, ma che si rivelerà solo un veicolo per l’incontro con Dioniso, il dio dell’ebrezza, del disordine, della gozzoviglia, della musica (intesa come “arti delle muse”, quindi il bello, l’arte in generale). Basta citare solo alcuni passi del brano per far quantomeno intuire il dolore della principessa, inutile soffermarsi su delucidazioni ulteriori: l’unica cura palliativa, l’unica terapia del dolore per una ferita del genere è dunque l’ebbrezza, come insegna il mito.

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