Solitudine ai tempi del coronavirus: Hegel ci spiega cosa stiamo vivendo

Questo momento di forzato isolamento e di distanziamento sociale ha acuito la solitudine di cui l’uomo occidentale già da tempo era vittima. Lo stare nelle nostre case senza poter uscire tranne che per le esigenze essenziali alla sopravvivenza, ci sta facendo vedere il nostro essere individui monadici, con porte e finestre serrate nei confronti dell’alterità.

L’uomo non è nulla senza l’incontro con l’altro, il senso dell’io lo si trova unicamente in virtù della relazione. L’eticità hegeliana esprime il vero senso dell’essere uomo: “io che è noi e noi che è io“.

Distanziamento sociale

Ormai è più di un mese che siamo costretti a vivere rintanati nelle nostre case e uscirvi solo per le esigenze essenziali come il procurarsi il cibo e l’andare a guadagnarsi da vivere, proprio come l’uomo primitivo la cui vita si svolgeva unicamente tra la battuta di caccia e il ritorno alla caverna. La nostra vita relazionale si è ridotta all’osso, quasi completamente azzerata. L’unico tipo di relazione è (per chi ce l’ha) quella con la propria famiglia, anche se molte volte il distanziamento ha luogo anche all’interno del nucleo familiare per motivi che non riguardano affatto il dpcm. Questo isolamento forzato non ha fatto altro che accentuare la solitudine che ci caratterizzava già da prima, quella dell’individuo assoluto figlio della liquidità consumistica che vive unicamente per acquistare e farsi acquistare in tutti i modi e in tutti i sensi. La solitudine che ci circonda nelle nostre case ha accentuato ancora di più quella che ci caratterizzava prima, nonostante fossimo liberi di andare in giro (quella di essere soli tra tante solitudini). L’essere costretti a stare a casa ci ha portato ancor di più a chiuderci nel nostro narcisismo consumistico: si vive quasi completamente (ancor più di prima) su Instagram, Facebook, twitter, tic-toc, ci si rifugia nei mondi di Netflix ed Amazon prime (si passa tutta la giornata ad acquistare e a farsi acquistare). Ci chiudiamo in realtà in cui c’è tutto quello che desideriamo e che vogliamo, in cui in ogni cosa che cerchiamo troviamo e vediamo noi stessi. Siamo tutti bloccati nella rappresentazione di noi stessi che vediamo ovunque, in una dimensione soffocante, occlusi ovunque dal nostro io. Guardiamo le quattro mura in cui siamo rinchiusi, gli schermi in cui ci siamo rifugiati, e li sentiamo rigurgitare incessantemente: “Io, Io, Io, Io.” Siamo dunque confinati in un mondo in cui c’è solo l’Io senza l’altro, un soffocante io che ci fa ripiegare su noi stessi senza mai poter alzare lo sguardo. L’uomo contemporaneo della civiltà dei consumi è proprio così: vede se stesso in tutte le cose perché la merce che gli viene proposta gli promette una felicità che in realtà non gli dà (la realizzazione di sé e una promessa di senso) , da qui il continuo acquistare e farsi acquistare proprio come una merce. Le quattro mura della nostra casa ci hanno fatto rendere conto della solitudine in cui eravamo e di cui non ci accorgevamo: non è vero che le relazioni familiari si sono rafforzate, non è vero che le famiglie sono più unite, non è rinato alcun senso dell’altro, l’iperindividualismo consumistico sopravvive in ogni casa con tutti i suoi abitanti, anzi, probabilmente si è rafforzato.

Il piacere e la necessità

Questo stato di cose è molto simile alla figura hegeliana del piacere e della necessità:“L’autocoscienza, che in generale costituisce ai propri occhi la realtà, ha il suo oggetto in se stessa; ma si tratta di un oggetto che essa dapprima ha solo per sé, e che non è ancora essente; l’essere le si contrappone come una realtà effettiva diversa da quella che gli è propria; e attraverso il compimento del suo essere-per-sé l’autocoscienza è in procinto di intuire se stessa come un’essenza autonoma altra.” In questo momento l’autocoscienza si singolarizza in maniera netta e assoluta, si iperindividualizza rompendo ogni collegamento con l’altro e con il contesto interrelazionale a cui non vuole più aderire: “L’autocoscienza si è allora lasciata alle spalle, come un ombra grigia che sta ancora dileguando, la legge dell’ethos e dell’esistenza, nonché le cognizioni derivanti dall’osservazione e la teoria; infatti tutto ciò che costituisce piuttosto un sapere di qualcosa il cui essere-per-sé e la cui realtà effettiva sono altri da quelli propri dell’autocoscienza. […] Nell’autocoscienza si è insinuato lo spirito della terra; agli occhi di questo, solamente l’essere che costituisce la realtà effettiva della coscienza singola ha il valore della realtà effettiva vera.” Per l’individuo l’unica realtà che ha veramente valore è se stesso, egli vive unicamente per il proprio godimento e per l’affermazione di sé, non vi è nulla al di fuori di sé e del proprio soddisfacimento: “L’autocoscienza precipita dunque nella vita, e porta ad attuazione quella pura individualità nei cui panni entra in scena. Più di quanto non costruisca la propria felicità, essa immediatamente la afferra e ne gode. Le ombre della scienza, delle leggi e dei principi, che sono tutto ciò che si frappone fra lei e la realtà effettiva sua propria, dileguano al modo di una nebbia priva di forme vitali, in cui non può trovare la certezza, che quella ora possiede, della propria realtà: l’autocoscienza si prende la vita al modo in cui viene colto un frutto maturo, che quando viene afferrato, sembra offrirsi esso stesso.” E’ esattamente la rappresentazione dell’individuo solo e prigioniero di sé appartenente alla realtà consumistica che l’attuale isolamento domiciliare ha marcato e amplificato: in tutta la realtà egli vede se stesso, nulla riesce a dirgli e a indicargli qualcosa che non sia il proprio io, la propria ipseità: “Il fare dell’autocoscienza è un fare del desiderio soltanto secondo uno dei momenti: essa non procede a cancellare l’intera essenza oggettiva, bensì solamente la forma del suo essere-altro o della sua autonomia, che è una parvenza priva d’essenza;infatti essa considera quell’essere-altro, in sé, come l’essenza stessa, ossia alla stregua della propria ipseità.” In tutte le cose e negli altri l’individuo non riesce a vedere null’altro che se stesso, affoga nel pantano del proprio io non riuscendo a cogliere altro. La caratteristica fondamentale del godere è infatti vedere nell’oggetto del godimento se stessi, una promessa di arrivare a sé e al senso di se stessi che non viene mai mantenuta. Ma per Hegel questo senso di se stessi che la solitudine e l’iper-individualizzazione del godimento non permettono di raggiungere può essere raggiunta grazie all’incontro con l’altra autocoscienza, con l’altro. Il senso dell’io è strettamente collegato all’altro, la risposta alla domanda “Cosa è l’io” è “L’incontro con l’altro”. Questo incontro con l’altro, questa reciprocità tra autocoscienze che è l’unica cosa in grado di dare senso a se stessi, è chiamata dal pensatore tedesco: eticità.

Eticità

La meta che la coscienza deve raggiungere è quella dell’eticità, che è la sintesi tra individuale e universale, coincidenza tra identico e non-identico. Una coscienza non è tale, non è formata, se prima non giunge a questo momento dopo un duro percorso che prende le mosse dall’individualità esclusivamente egoistica per arrivare all’assoluta reciprocità con le altre autocoscienze: “La meta di questo percorso è il concetto, che è già sorto ai nostri occhi, cioè, l’autocoscienza riconosciuta, che ha la certezza di se stessa nell’altra autocoscienza, e appunto in ciò ha la propria verità. Se noi assumiamo tale meta nella sua realtà, o se conferiamo a questo spirito ancora inferiore il rilievo che spetterebbe alla sostanza che ha già raggiunto la maturazione della propria esistenza, ecco che in questo concetto si dischiude il regno dell’eticità. Infatti l’eticità non è altro che l’assoluta unità spirituale dell’essenza degli individui, considerata nella loro autonoma realtà effettiva; è un’autocoscienza in sé universale che entro un’altra coscienza si vede effettiva al punto che quest’ultima ha perfetta autonomia; e al punto che proprio in tale autonomia essa è consapevole dell’unità con quell’altra, ed è autocoscienza solo in questa unità con tale essenza oggettiva.” Il senso dell’io allora è disvelato. L’io ha senso unicamente in virtù della sua relazione con l’alterità, in virtù della coincidenza e della coimplicazione tra autocoscienze che è autentica maniera di vivere come uomini tra uomini. Quella dell’individuo assoluto per Hegel è solo una fase, una tappa di un percorso di esperienze atto a far divenire l’individuo soggetto, capace di vivere in un contesto interrelazionale. Sembra che invece siamo ancora fermi a quella fase del piacere e della necessità in cui l’individuo è slegato da tutto e da tutti e il suo unico scopo è il godimento. Siamo, (in particolar modo in questo momento di isolamento forzato), individui isolati e monadici che, attanagliati dalla paura, fuggono dal confronto e dalla relazione isolandosi nei propri mondi sul pc e sullo smart-phone godendo di ciò che non appaga. In seguito allo stato di emergenza siamo stati estromessi dalle relazioni nella società e nello stato per regredire unicamente a quelle familiari che neanche ci sono. Questo momento lo si sarebbe dovuto sfruttare per ricucire quelle relazioni da tempo tagliate con l’altro, per ricostruire quei legami familiari che sono fondamentali per la sanità mentale e morale dell’uomo nella società e nello stato, ma ciò non è avvenuto, perché la nostra malattia ha origini più remote rispetto a quelle della recente pandemia in corso. E’ la malattia dell’uomo consumatore e consumato, individuo assoluto in una società del godimento consumistico che non prevede l’incontro. Con le potenzialità della tecnica attuale molto si potrebbe fare per rinsaldare i legami: diffondere la cultura, scambiarsi pareri e punti di vista a distanze enormi, usare piattaforme come netflix o amazon prime per vedere film o serie assieme a chi vuoi bene senza sembrare automi solitari incollati allo smart-phone. Il progresso tecnico non necessariamente deve essere unicamente strumento di consumo e per il consumo, può unire gli individui e aprire orizzonti nuovissimi e inaspettati, non bisogna fare altro che capirlo.

 

 

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