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Collarini ecclesiastici e camici medici: l’areté aristotelica dei parroci in prima linea contro il Covid-19

La virtù aristotelica allude al funzionamento eccellente dell’anima. Don A. Debbi e don F. Stevenazzi rappresentano al meglio quello stato abituale che produce scelte basate sul giusto mezzo: “I nostri altari sono diventati i letti dei malati”.

Don Alberto Debbi, foto scattata in seminario.

La citazione “il mio altare diventerà il letto del malato” appartiene a don Alberto Debbi (in foto) il quale, insieme ad altri parroci come don Fabio Stevenazzi, ha deciso di tornare ad esercitare temporaneamente il ruolo di pneumologo, combattendo questa battaglia da protagonista attivo e dimostrando un’etica del dovere che risponde non soltanto a Dio, ma anche a Ippocrate e ad Aristotele. Il filosofo greco infatti afferma che “… Deliberiamo sulle cose che dipendono da noi e sono realizzabili: sono queste quelle che rimangono.” (Phys, 1112b30-34). È un’analisi della deliberazione che non appartiene a nessuna delle opere etiche di Aristotele, ma funge da insegnamento per tutti coloro che volessero dare, nel loro piccolo, un contributo. Non servono azioni eroiche per diventare virtuosi; non c’è spazio per gli eroi in terapia intensiva poiché lacrime e dolore stanno accompagnando le giornate di ogni singolo membro del personale sanitario. In corsia ritengo che servano persone virtuose, pazienti e resilienti.

Raffaello Sanzio, Aristotele, Scuola di Atene, 1509-1511 (ca)

La virtù dipende dalla volontà di mettersi in gioco

Secondo Aristotele di Stagira, l’utilizzo (chresis) delle proprie capacità non in singoli momenti, ma lungo tutto il cammino della vita, consente all’uomo di condurre una vita felice (EN, 1099a15-20). Da quest’affermazione scaturisce il fatto che la felicità debba presupporre una vita attiva, non un’esistenza immobile ad aspettare che arrivi il momento giusto per agire. Come sottolinea spesso il filosofo U.Galimberti, la speranza è quel valore cristiano che più si allontana dall’effettiva cristianità fondata sui valori della carità, della bontà e della parola. Chi spera, rimane fermo nella propria posizione, è passivo rispetto agli eventi e non fa nulla di costruttivo per cambiare: si augura che lo facciano altri al posto suo e prega sperando (appunto) di meritare il posto più alto nel Regno dei Cieli. Ma, all’occhio del greco, non funziona così. Perché “il cielo è il limite“? Perché tutto accade qui ed ora, nell’alveo dell’essere. Il greco non si affida in modo passivo nelle mani di un eventuale sovrasensibile, ma punta al Bene agendo nella vita mondana. Almeno ciò è presupposto a partire dalla gerarchia dei fini aristotelica: posto che tutte le azioni abbiano un fine, ci dovrà essere un fine ultimo che funge da comunanza e/o da fondamento. Aristotele lo individua, eticamente, nella realizzazione dell’opera che più è propria al singolo, nella sua attività naturale specifica. È inoltre fondamentale nella teoria etica, come sottolinea Carlo Natali nell’opera “Aristotele“, lo spazio che viene lasciato all’aspetto emotivo della persona. I parroci in questione, come molte altre persone le quali per ragioni pratiche non posso essere citate, hanno sentito dentro di loro questa necessità e non hanno esitato a vestire il camice bianco.

Alberto, Fabio: voi siete il vero esempio di Speranza

L’ultima parola del post rilasciato da don Alberto su Facebook è “coraggio”. Suona strano che sia proprio lui a incitare i fedeli, quando dovrebbero essere i fedeli a farlo. Ciò dimostra che il suo ruolo di prete lo ha svolto, e lo sta svolgendo, nel modo più puro e genuino, vivendo la propria vita secondo i valori della carità e dell’aiuto disinteressato verso il prossimo in difficoltà. Lui è un semplice parroco reggiano di 44 anni. Prima di entrare in Seminario ha studiato medicina al Policlinico di Modena, laureandosi nel 2001 e iscrivendosi all’Ordine dei Medici l’anno seguente, per poi specializzarsi in malattie dell’apparato respiratorio. E ora? Non vive in solitaria, non potendo più celebrare la Santa Messa in parrocchia, ma è in un reparto di malattie infettive ad assistere i malati. Un altro esempio citato nell’introduzione è quello di don Fabio Stevenazzi. Il 47enne, che presta il sta offrendo le sue conoscenze all’ ospedale di Busto Arsizio per combattere contro il nemico “Covid-19“. Egli, come migliaia di altri funzionari della Chiesa, ha anche collaborato con le ONG come missionario in Africa. Se ci dovesse essere un esempio di uomo virtuoso, assomiglierebbe senza dubbio a lui. Operare in modo opportuno? Riuscire nella propria attività tipica? Loro sono due esempi limpidi di ciò che Aristotele intende comunicare nelle sue tre grandi opere etiche. Non si tratta dunque di descrivere teoreticamente che cosa sia il Bene supremo, ma migliorarsi e aderire al fine migliore a cui si possa sempre ambire. Ricordando M.L. King, non si può che ribadire di cercare essere il meglio di ciò che si è.

Vivere in virtù dell’anima

Aristotele offre diverse definizioni dell’essenza dell’uomo. Nel De Anima si percepisce un’indagine accurata che via via arricchisce sempre di più il concetto, in vista di una completezza definitoria che soddisfi appieno le caratteristiche dell’anima. Personalmente, ritengo che egli abbia fatto centro affermando che “l’anima è un certo atto ed una certa essenza di ciò che ha la capacità di essere una determinata natura” (B2, 414 a 14-3). Si allude alla capacità di essere una determinata natura. La natura di questi due parroci non è data dalla veste che indossano. Non è data dalle prediche religiose e nemmeno dalla gestione dell’ossigeno per queste terribili polmoniti (abbiate pietà non me ne intendo di operazioni polmonari in terapia intensiva!), bensì dalla propensione più naturale: quella di aiutare a salvare vite (a livello dell’anima o a livello del corpo poco importa se ci pensiamo bene, no?). In conclusione, non ci resta che affermare che loro due, come tutti gli altri che purtroppo non posso citare, stanno adempiendo al loro ruolo più naturale in base al giusto mezzo, rispecchiando al meglio gli insegnamenti di Aristotele.

 

 

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