Flaubert e Benjamin ci mostrano il ruolo del narratore e il valore salvifico della narrazione

Il narratore è colui che ci mostra un mondo nuovo, e noi scopriamo che ci è sempre appartenuto.

 

 

Il presente non basta

Perché qualcuno nel 2020 dovrebbe leggere l’ Iliade? Il Decameron o i Promessi Sposi? Qualcosa ci spinge a leggere ancora libri che esistono da secoli. Parlano di persone, guerre, contesti troppo lontani da noi, eppure oggi troviamo non solo sublime una lettura di questo genere, ma che sia anche indispensabile per la formazione scolastica di una persona. Ma forse c’è più di questo, forse dovremmo pensare che il presente non basta da solo, e che come ci suggerisce Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Comunicare ci sembra la cosa più naturale e spontanea del mondo, ma può rivelarsi un’impresa davvero ardua quando ciò che vuoi dire vive un conflitto interiore, scava, cerca di uscire, ma resta sempre impigliato in qualcosa.

Odiare la propria opera

Il 1857 fu un anno molto importante per la letteratura internazionale, perché dopo essere stato assolto dalle accuse di “oltraggio alla morale pubblica e alla religione” Gustave Flaubert poté pubblicare la sua “Madame Bovary”. Fu un romanzo difficilissimo da scrivere. La storia era ispirata a un fatto realmente accaduto, era frequente all’epoca scrivere ispirandosi a fatti di cronaca: nella città di nascita dello stesso Flaubert, Rouen, un certo Eugene Delamare si risposò dopo essere rimasto vedovo. Sua moglie, però, non faceva che tradirlo e lui finì col suicidarsi. Lo scrittore si ritirò in campagna per dedicarsi completamente alla stesura dell’opera, che durò ben cinque anni, durante i quali si tenne in contatto con gli amici attraverso svariate lettere. Lettere in cui manifestava un grandissimo disagio.

il 12 settembre 1853 scriveva: “[..]Sono tre settimane che ho spesso dolori da svenire. Altre volte è un senso d’oppressione oppure una voglia di vomitare a tavola. Tutto mi disgusta.” 

Ciò che tormenta di più l’autore è l’insostenibile repulsione nel parlare dei suoi contemporanei, i borghesi: un mondo amorfo e senza valori. Un mondo così spiritualmente lontano da lui, ma fin troppo vicino materialmente e temporalmente, che Flaubert si sente in debito con la borghesia, pensa di non poter fare a meno di raccontare quel mondo in cui lui stesso inevitabilmente è immerso.

16 aprile 1853“Sono distrutto di fatica e di noia. Questo libro mi uccide; non ne farò mai più di simili. Le difficoltà di esecuzione sono tali che ogni tanto ci perdo la testa. Non ci cascherò più a scrivere di cose borghesi. Il fetore dello sfondo mi fa male al cuore. Le cose più volgari sono, proprio per questo, atroci da dire, e quando penso a tutte le pagine bianche che mi restano ancora da scrivere mi sento terrorizzato”.

Flaubert vorrebbe approfondire un argomento “grande e pulito”, le grandi narrazioni che segnano la storia umana. Ambientare un racconto nel passato, e dimostrare quanto sia attuale. È ironico accorgersi che è riuscito comunque nell’impresa pur disgustando così tanto la propria opera.

26 agosto 1853“[…] La Bovary, che per me sarà stata un esercizio eccellente, in seguito mi risulterà forse funesta come reazione, perché me ne sarà derivato un disgusto estremo degli argomenti di ambiente comune. È per questo che soffro tanto a scriverlo, questo libro. Faccio grandi sforzi per immaginare i miei personaggi e poi per farli parlare, perché mi ripugnano profondamente”. 

Continuare a fare qualcosa che odi perché sai che è giusta, è un’azione saggia e coraggiosa, ma la più difficile. Flaubert col primo romanzo realista nella storia della letteratura mise in mostra la crisi, la difficoltà, la pochezza e l’arrivismo della borghesia di cui noi siamo i diretti discendenti. Il personaggio di Emma Bovary è complicato e articolato, ed è per questo che alcuni la odiano e alcuni la amano, perché è più simile a noi di quanto crediamo. Emma, lettrice di romanzi sentimentali, vive in un gigantesco luogo comune che è quello della lady circondata da ricchezze e lusso, accompagnata da un marito affascinante e colto il quale soddisfa ogni sua esigenza. Questi stereotipi cozzano inevitabilmente con la realtà che la circonda, e da qui nasce la crisi e l’angoscia. Possedere il lusso, partecipare ad eventi di spicco, amare un uomo desiderato da tutte è ciò che lei chiama felicità. Niente di più deludente. Niente di più attuale.

 

Frontespizio dell’edizione francese del 1857

 

Il valore salvifico della narrazione

Flaubert, in quanto narratore, sente il dovere di raccontare il proprio mondo anche se lo ripugna. Dare vita a un nuovo modo di scrivere e creare scandalo è sicuramente un ottimo modo per riuscire nel proprio intento. Guccini canta: “non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia” ma la poesia è per definizione una rivoluzione. E una rivoluzione costa fatica, impegno, sacrificio e ha bisogno di una cosa indispensabile: una grandissima passione. La passione per la narrazione, e ascoltare le cose che ci vengono narrate, accompagna l’umanità sin da svariati secoli prima della nascita di Cristo. Nel racconto possiamo tramandare e ricordare, possiamo perderci o evadere, possiamo imparare o dimenticare. La narrazione, come insegna lo studioso Walter Benjamin nel saggio “Il Narratore”, è pura e autentica, intesa come discorso vivo, porta in grembo il lato epico della verità: la saggezza. Il narratore è colui che accoglie in sé l’esperienza e la trasforma in esperienza per chi ascolta, attraverso il racconto orale. Da sempre il racconto e la letteratura hanno avuto un valore salvifico per chi si trova in difficoltà. Ascoltare o leggere una storia potrebbe essere più efficace di quello che si pensa. Molte risposte sono state trovate, perché molto si può imparare dal racconto. Qualcosa di meraviglioso può nascere anche nel periodo più buio, se solo si sa dove andare a cercare. Perciò in questo periodo così anomalo, e delicato, dove sembriamo essere diventati tutti cecchini alla ricerca di chi non rispetta la quarantena; che quando vediamo una foto di gruppo su Instagram corriamo a vedere a quando risale per essere sicuri che nessuno stia trasgredendo le regole; potremmo cercare un motivo per rendere questi giorni che si assomigliano tutti, un po’ più speciali. Ricordarci quello che abbiamo di bello, e scoprire che è sempre stato li in attesa di essere riscoperto.

 

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