Da sempre è proprio dell’uomo essersi chiesto quale fosse il senso del proprio essere e aver cercato di capire e decodificare la propria realtà, guidato dall’arma infallibile del desiderio di conoscenza, dalla necessità di postulare e dalla capacità di indagare. Se è vero che il mondo è bello perché vario, essendone egli parte costituente, ne assume tutte le caratteristiche e se ne fa riflesso, assorbendone la relatività e la complessità. Il relativismo non nega l’esistenza della verità, piuttosto ritiene essere la verità constatabile, ma pur sempre relativa. L’affermazione secondo cui tutto è relativo può significare qualcosa di equivoco come anche qualcosa di certo, riveste un significato ambiguo, poi, quando si vuole affermare che due contraddizioni possono al tempo stesso essere vere (d’altronde chi lo afferma dovrebbe poi accettare che due affermazioni contraddittorie non possono essere contemporaneamente vere). L’intelligenza e il linguaggio umano, qualora vogliano davvero essere riconosciuti tali, non accettano inoltre contraddizioni. Affermare che tutto è relativo implica il fatto che alla base del riconoscimento della verità vi sia una relazione: la verità, infatti, appare evidente affermando ciò-che-è, o negando ciò-che-non-è. La verità si ha quando l’intelligenza percepisce che le cose sono e le esprime in giudizi. Quindi il tutto è relativo significa che l’intera verità è relativa a una intelligenza: a quella di chi conosce.

Pirandello e il relativismo gnoseologico

Il relativismo viene portato agli estremi da Luigi Pirandello, che ne fa colonna portante della sua poetica e delle sue opere: è il riflesso del primo ‘900, caratterizzato dal crollo delle certezze, dalla sfiducia nelle scienze e da un relativismo assoluto. La realtà è multiforme, polivalente, non esiste una prospettiva privilegiata da cui osservarla. L’incomunicabilità dell’uomo, il suo senso di smarrimento ne sono una conseguenza. Il relativismo conoscitivo e psicologico di Pirandello nasce dal contrasto tra vita e forma e riguarda da una parte il rapporto interpersonale tra individuo e gli altri e dall’altra il rapporto tra individuo e se stesso. Essendo parte di una società precostituita, l’uomo si ritrova a ricoprire una parte a lui assegnata, da cui non può sottrarsi, neanche volendolo. Ciascuno è costretto a seguire le regole e i principi che la società impone e solo il caso può portare l’individuo ad uscire di scena, come accade a Mattia Pascal, ma a costo di dover rinunciare alla propria vita, alla forma precedente, a quella che viene imposta. L’uomo, indossando una maschera o recitando una parte assegnata, non può essere capito e capire gli altri, poiché dietro la maschera si nascondono personalità e individualità molteplici e complesse. Tutto ciò porta all’incomunicabilità tra individui, dal momento che ognuno possiede un proprio modo di vedere la realtà, credendo in una propria verità: ne deriva un senso di solitudine nell’individuo e di esclusione dalla comunità, intesa in rapporti sociali, come da se stessi. Per Pirandello la vita è un continuo fluire che crea orme da distruggere, vede la realtà come un magma caotico, dal quale però si dissocia per affermare la propria identità, attraverso una maschera che non gli permette di vivere. Tutta la poetica pirandelliana si può, quindi, riassumere nel solo concetto di relativismo. Esso coincide con la frantumazione dell’io, dell’individualità dell’individuo: l’uomo è uno e vivente, può essere e si sente nessuno, perché è centomila personalità simultaneamente. Gli uomini, rispetto alle altre specie, hanno il privilegio di sentirsi vivere, strumento, illusione e ansia di una conoscenza che non può essere raggiunta nella sua forma più assoluta.

relativismo in realtà e identità
Luigi Pirandello

Il fu Mattia Pascal

Mattia Pascal vive a Miragno, un immaginario paese della Liguria. Costretto ad una vita infernale, accanto ad una donna che non ama e con una famiglia che lo disprezza, egli decide di fuggire per tentare una svolta: a Montecarlo vince alla roulette un’enorme somma di denaro e per caso legge su un giornale della sua presunta morte. Ha finalmente una possibilità. Col nome di Adriano Meis comincia a viaggiare, per poi stabilirsi a Roma come pensionante in casa del signor Paleari. S’innamora della figlia di lui, Adriana, e vorrebbe proteggerla dalle mire del losco cognato Terenzio. A questo punto si accorge che la nuova identità fittizia non gli consente di sposare Adriana, né di denunciare Terenzio, perché Adriano Meis, per l’anagrafe, non esiste. Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la sua vera identità. Tornato a Miragno dopo due anni, nessuno lo riconosce e la moglie è ormai risposata. Non gli resta che chiudersi in una biblioteca per scrivere la propria storia e portare, ogni tanto, dei fiori sulla sua tomba. Nel capitolo XIII, Anselmo Paleari espone la teoria della lanterninosofia ad Adriano, quando questi è, per un certo periodo, costretto al buio a seguito di un’operazione ad un occhio. A differenza degli altri elementi naturali, l’uomo si sente vivere, si sente distinto dalla realtà che lo circonda: tale realtà è assimilabile ad un grande buio, rispetto al quale l’uomo è, a sua volta, paragonabile ad un lanternino che illumina una piccola sfera circostante. La luce non è altro che la sua visione della realtà, è il modo di illuminare il buio: più forti sono le certezze, più grande è la luce. Ma se, estendendo il relativismo non solo alla luce, questo buio non fosse che un’illusione, privilegio e maledizione dell’uomo, che ha il lanternino? Se questo buio (della realtà, fuori di noi e dopo di noi) non fosse che una creazione, per contrasto, della luce? Allora la morte non sarebbe un precipitare nel buio, ma solo uno spegnersi del lanternino, finalmente, che ci consentirebbe di appartenere (come siamo sempre appartenuti, del resto, ma non più con il sentimento della propria individualità separata, e con la relativa paura) alla vita universale, all’essere, alla verità.

The Truman Show

Datato 1998, diretto da Peter Weir e sceneggiato da Andrew Niccol, con Jim Carrey nel ruolo di protagonista, per questa volta non in veste comica. La trama ruota attorno a Truman Burbank, il protagonista, il primo uomo la cui vita è posseduta da una compagnia televisiva al fine di farne un reality show a sua insaputa, grazie ad uno studio gigantesco e una serie di attori che popolano una città fittizia, Seaheaven. Il film è pieno di messaggi filosofici che emergono implicitamente o meno dalle scene, come si intende già dai primissimi secondi. Si noti, infatti, che il nome del protagonista deriva da true (vero) e man (uomo), uomo vero, in quanto è l’unico non-attore nello spettacolo. Truman viene ancorato, attraverso metodi impliciti e subliminali, ad una realtà segretamente innaturale: il protagonista è colmato di fobie che lo limitano (la paura dei cani, ad esempio, come si vede fin da subito, e dell’acqua) e che interferiscono sia con la sua capacità di pensare correttamente sia con la sua coscienza della realtà dei fatti. Si nascondono gli errori del sistema con false notizie, si distrae la star ogni qual volta sembri star riflettendo su qualcosa o facendo progetti, lo si tempesta con messaggi più o meno subliminali provenienti da ogni parte, come quelli che lo spingono ad amare Seaheaven per non abbandonarla. Un ruolo fondamentale riveste anche la routine: non solo il protagonista, ma anche gli attori si sforzano al massimo al fine di rendere le sue giornate ripetitive (come dicevano Aristotele e Platone, si inizia a filosofare solo quando accade qualcosa di meraviglioso in senso proprio, ovvero insolito). Tuttavia, il più grande strumento per ingannare Truman è un altro ed è nascosto dentro di lui: la sua percezione del mondo. Infatti, egli ha imparato fin da piccolo ad assumere come vera indiscutibilmente la sua realtà e perciò, non avendo scorci di qualcosa di diverso da essa, diventa altamente improbabile che creda che ci sia qualcosa di sbagliato nel sistema in cui è inserito. Truman riesce tuttavia a sviluppare, prima o dopo, un desiderio di ricerca, per quanto venga eclissato, una ricerca all’inizio cieca e istintiva verso qualcosa di indefinito. Ciò significa che la volontà di ragionare sul mondo e di ricercare la perfezione è innata, come anche emerge nel dialogo finale con Christof: i ripetuti errori del cast sono dovuti al fatto che l’unica cosa perfetta è ciò che è naturale, e non ciò che ha creato l’uomo, motivo per cui Truman rifiuta la fittizia serenità di Seaheaven per avventurarsi ciecamente nel mondo inesplorato a cui naturalmente appartiene.

relativismo in realtà e identità
The Truman Show

Valeria Parisi

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