Pio La Torre: l’uomo che con una legge ha piegato la mafia

Pio La Torre è stato ucciso brutalmente nella sua Palermo il 30 aprile del 1982. La foto commemorativa che più lo rappresenta è la legge per il reato di associazione mafiosa.

Spesso la morte rende vive le persone. Sì, è un paradosso, ma è sensato. Il passaggio a miglior vita di Pio La Torre ha reso possibile la promulgazione della sua proposta di legge che rendeva finalmente i mafiosi conseguibili penalmente perché facenti parte di un’organizzazione criminale. È però deleterio, per un paese come l’Italia, dover aspettare la scomparsa di qualcuno per vedere, da parte dello Stato, prendere una posizione forte.

Nu picciottu rivoluzionario

Pio nacque a Palermo la vigilia di Natale del 1927 da una famiglia di umili condizioni che portava il pane a tavola grazie al lavoro in campagna. Alla tenera età di 5 anni Pio si dimostrò immediatamente poco affine a quella vita distante dalla società. Chiese così, al padre Filippo, il permesso di cominciare gli studi. La risposta fu ovvia, le mani dovevano servire per lavorare la terra, non a sfogliare le pagine. La resilienza di Pio e l’appoggio della madre lo portarono a ottenere un accordo: la sveglia ogni giorno sarebbe suonata alle quattro del mattino, avrebbe pulito la stalla e poi sarebbe potuto andare a scuola. Ci riuscì.

Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo, così fu per Pio. La terra, sulla quale sudò così a lungo, gli rimase nel cuore tanto da farne una lotta per i diritti che in Sicilia pochi avevano. Le lotte contadine, unite all’occupazione delle terre, furono la base per l’impegno sociale che contraddistinse la sua carriera politica. Nel 1945, alla fine della guerra, si iscrisse al Partito Comunista e, a distanza di pochi mesi, alla Facoltà di Ingegneria. Erano gli anni in cui lo sfruttamento nelle campagne era la normalità più assoluta, la forza delle iniziative di Pio lo portarono direttamente in carcere con l’accusa, infondata, di aggressione a un uomo delle Forze dell’Ordine. Uscì dopo un anno e mezzo, nel mentre aveva perso la madre e mancò alla nascita di suo figlio. Fu un’escalation: divenne Segretario regionale della CGIL (1959) e del PCI (1962), Deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana (1963), membro della Direzione centrale del PCI (1969) e, infine, Deputato al Parlamento (1972), carica questa che conserverà per tre legislature. Il lavoro ai piani alti lo portò a collaborare in maniera quasi confidenziale con Enrico Berlinguer, senza mai però dimenticare il motivo della sua vocazione: si occupò di agricoltura, Mezzogiorno e, soprattutto, di antimafia.

Sicilia d’amare

“L’amore ti uccide”, avrà pensato questo Pio La Torre quel fatidico giorno, perché proprio l’amore per la Sicilia decretò la sua condanna a morte. Il suo lavoro nella Commissione Parlamentare Antimafia non fu da comparsa: il primo rapporto del 1976 fu tutt’altro che leggero, mise nero su bianco una denuncia di collusione e di intrecci tra la mafia e la Democrazia Cristiana. Passarono appena cinque anni per la proposta del suo opus magnum la legge “Rognoni – La Torre” che introduceva nel Codice Penale l’articolo 416 bis e annunciava il principio della confisca dei beni ai mafiosi. Due innovazioni storiche per la lotta alla mafia: per la prima volta esiste una definizione giuridica della mafia e, per la prima volta, i mafiosi possono essere attaccati nei loro patrimoni.

L’impegno e il coraggio di esporsi non morirono con l’iniziativa del 416 bis. Pio La Torre prese, nel 1981, una decisione destabilizzante per quel periodo: abbandonare Roma e tornare a Palermo. Cosa Nostra ormai non aveva scrupoli, chiunque intralciasse le sua strada non avrebbe più aperto gli occhi da un momento all’altro; ma questo non fermò Pio.

“Lo so, lo so che la mafia vi sembra un’onda inarrestabile. Ma la mafia si può fermare; e insieme la fermeremo!”

Pio La Torre

Per ogni frutto che cade, nasce un albero

Quel 30 aprile del 1982, esattamente 38 anni fa, Pio si dirigeva con la sua Fiat 132 verso la sede del partito. Alla guida c’era Rosario Di Salvo, inseparabile compagno, amico e collaboratore di Pio. In una stradina secondaria l’auto venne affiancata da due moto di grossa cilindrata, i caschi integrali impedirono di riconoscere gli uomini che fecero fuoco con pistole e mitragliette: decine di proiettili esplosi a distanza ravvicinata. Pio morì sul colpo, Rosario riuscì solo a tirare fuori la pistola, inutilmente. Il primo non aveva ancora 55 anni, il secondo appena 36. I funerali si tennero in Piazza Politeama a Palermo il 2 maggio. Presente era anche l’amico di Pio e segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer. Berlinguer disse parole che risuonarono nelle orecchie di molti quel giorno:

“Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio, alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno.”

Enrico Berlinguer

Lo stesso anno Carlo Alberto Dalla Chiesa morì nel capoluogo siciliano, nella città in cui arrivò per portare giustizia. Questa morte fu la goccia che permise allo Stato di aprire gli occhi e salvare il vaso che stava traboccando. Venne promulgata la legge proposta da Pio La Torre l’anno prima.

La vicenda processuale si è conclusa il 12 gennaio del 2007, quando la Corte d’Assise di Palermo ha condannato all’ergastolo gli esecutori materiali del delitto Giuseppe Lucchese, Nino Madonia, Pino Greco e Salvatore Cucuzza e dei mandanti, individuati in Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.
La matrice mafiosa dell’omicidio di Pio La Torre è stata scritta nero su bianco nelle sentenze.

A volte si pensa che gli eroi non conoscano la paura; non è così. Pio La Torre, Giovanni Falcone, Peppino Impastato, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mario Francese, Rocco Chinnici, Paolo Borsellino, Piersanti Mattarella e tutti gli uomini della scorta di questi uomini, vivevano costantemente con la consapevolezza e il terrore che la loro famiglia da un giorno all’altro non li avrebbe più visti. Beh, permettetemi, un eroe è colui che questa consapevolezza la rende virtù e non colpa.

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