Il Superuovo

Perché amiamo Alberto Angela? Questione di fiducia

Perché amiamo Alberto Angela? Questione di fiducia

Angela. Per l’interpretazione di questo nome, ci sono due scuole di pensiero. La prima, è quella composta da chi lo intende come ‘nome proprio femminile’. La seconda, da quelli che non leggono altro che il cognome del divulgatore televisivo più amato del momento: Alberto Angela.

Nell’ultimo periodo, queste due parole sono sempre più frequenti. Che si tratti di una conversazione orale, di un discorso tra amici, di meme su Internet, o di ambiti più tecnici come quello mediale, questa accoppiata non fatica a mostrarsi. Continuando la tradizione di famiglia, infatti, Alberto Angela sta tenendo incollati allo schermo milioni di telespettatori. Tutto era partito quando, ogni giovedì sera, Superquark, presentato dal padre Piero, regnava incontrastato. Il programma aveva -ed ha ancora- un successo enorme, elevandosi a pietra miliare della divulgazione culturale. Sulla stessa scia, e mantenendo alto l’onore (e l’onere) familiare, si è imposto Ulisse, il piacere della scoperta, gestito da Alberto.

Il programma può considerarsi un vero fenomeno mediale vista la sua popolarità. Solo lo share della scorsa puntata è stato del 18.6%. Quasi 3,6 milioni di telespettatori sono rimasti sul divano, di sabato sera, per ascoltare ciò che Alberto Angela aveva da spiegare riguardo all’Olocausto. Ulisse stacca nettamente altri programmi simili, come può essere Voyager, che a gennaio aveva registrato il 6,2% di share.

Oltre alla qualità del prodotto, a spiccare è proprio l’acclamatissimo conduttore. Come già detto, molti sono i meme che lo ritraggono protagonista, concentrandosi sulla sua personale figura, sempre lodandolo in ogni modo. È diventato una sorta di modello di fascino. Ogni persona, da ogni dove, lo acclama personalmente. Ma perché proprio lui? O meglio, cosa ha portato l’opinione pubblica a posizionare sul gradino più alto del podio lui, Alberto Angela, ad eleggerlo quasi come idolo, preferendolo al sistema dei media stesso?

Questione di fiducia

Il fatto risiede solo nel più umano sentimento: quello della fiducia. Questa è un tassello innato dell’uomo, che gli permette di costruire i rapporti sociali. Sulla fiducia, l’umano costruisce la sua vita con l’altro. E con la società. Ma non esiste un solo livello di essa. Al contrario, questa si sviluppa nel corso degli anni.

Parte come chiave per conoscere il mondo, rapportandosi con la cerchia ristretta della famiglia e della comunità di appartenenza (fiducia ontologica), per poi evolversi, fino a costituire la base del nostro rapporto con l’alterità estranea (fiducia nell’altro generalizzato). L’ultimo stadio, è la fiducia che riponiamo nelle istituzioni su cui si basa la nostra società, che può essere matura solo se correttamente derivata dalle prime due (fiducia sistemica). Una di queste istituzioni, è quella del mondo mediale.

Il livello di fiducia che gli Italiani hanno del governo, nel 2017, è notevolmente basso. Dunque, la fiducia sistemica è vicina ad una crisi

In una società moderna come la nostra, la fiducia nei confronti del sistema dei media è essenziale per uno stile di vita equilibrato. Quando questa vacilla, la società va in crisi. Cosa fare quando non si ha più fede nei mezzi che veicolano la nostra informazione? Semplicemente, viene naturale fare un passo indietro. Cioè, si applica il percorso opposto a quello naturale: da una fiducia sistemica, si passa ad una di tipo interpersonale generalizzata, fino a tornare alla fiducia ontologica, quella primaria.

 

Gli stadi della fiducia

La figura sistemica è la risposta al bisogno di sicurezza che nasce con il complessificarsi di una società. Teoricamente, in una società moderna, non ci si fida più del singolo, bensì dell’istituzione stessa. Quando le nostre aspettative vengono stravolte, però, si tende a chiudersi a riccio. L’istituzione diventa troppo instabile, e l’altro generalizzato diventa improvvisamente il nostro punto di riferimento. Ai nostri occhi, l’altro, che è poi un esperto specifico, è al di fuori del sistema, quindi più degno di fiducia.

Quando le aspettative vengono deluse, l’uomo cerca altre sicurezze

Al posto che alla rete o alla testata, si dà dunque credibilità alla fonte (cioè al giornalista), in quanto esperto e coerente con il suo ruolo. Come scegliamo questa persona specifica? Attraverso due credibilità: quella cognitiva e quella normativa. La prima si basa sull’esperienza di ognuno, che reputa l’altro coerente con il suo ruolo. Lo si vede competente e credibile, sia per quanto riguarda la competenza in uno specifico settore, che in modo più generalizzato. La credibilità normativa, invece, porta a fidarsi di un esperto specifico perché questo incarna dei valori che si ritengono desiderabili, perché condivide il nostro stesso punto di vista e perché è coerente con ciò che dimostra.

Affiancata a questo tipo di fiducia, ne troviamo anche un’altra, che prende le forme da quella ontologica: quella affettiva personale. Ciò che dà credibilità alla notizia che ci arriva è di fatto solo quella di chi ha condiviso quel contenuto. Non entra più in gioco la fiducia nella testata, bensì quanto crediamo che una persona a noi nota sia affidabile nella scelta delle notizie.

 

In conclusione, si capisce come Alberto Angela sia quell’esperto che è stato in grado di colmare il vuoto di sicurezza portato dalla crisi dei media. In lui la popolazione vede uno studioso competente, un leader carismatico ed abile del settore. Inoltre, incarna dei valori di tradizione cari agli italiani, e si mostra completamente al suo posto nel ruolo, già elevato di suo, che ricopre. Insomma, Alberto Angela costituisce un punto di riferimento, perché in una situazione di bilico personifica tutte le caratteristiche che gli italiani si sono visti mancare sotto ai piedi. E di cui, a quanto pare, hanno bisogno.

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