Parli da solo? Tranquillo, non sei pazzo (forse)

Tutti noi attribuiamo un tratto di stranezza a chi parla da solo: c’è una sensazione di disagio che colpisce gli individui quando entrano in contatto (o semplicemente ascoltano o osservano) con qualcuno che lo fa, pur essendo, in realtà, un’azione piuttosto comune, che ognuno ha fatto almeno una volta; eppure, di certo non siamo tutti matti!

Il self-talk infatti non è necessariamente un correlato di qualche patologia psichica, né sinonimo di essa, per quanto in realtà ne sia spesso associato.

SELF-TALK E MEMORIA

Nei casi più “salutari” e meno preoccupanti, parlare da soli è un’azione che può rivelarsi anche piuttosto utile, soprattutto in relazione ai processi mnemonici: secondo Baddeley (1986), psicologo inglese tra i principali studiosi della memoria, la ripetizione sub-vocalica, cioè la ripetizione a voce alta di concetti o pensieri, permette una loro migliore memorizzazione.

Questo processo funziona in modo particolarmente efficace con sequenze ordinate e lineari, che siano esse numeriche o semplicemente una serie di passaggi da eseguire in un determinato ordine (come nel caso della costruzione o del montaggio di un oggetto o per ricordare una strada o un percorso).

Leggere a voce alta aiuta la sedimentazione in memoria

I processi di ripetizione sub-vocalica permettono di mantenere viva la traccia mnestica attraverso un “ripasso” dell’informazione, impedendo così che ciò che si sta cercando di sedimentare in memoria si decomponga e permettendo una migliore concentrazione sul compito da eseguire.

Questo tipo di self-talk è ben esemplificato, per esempio, dal giovane Midoriya Izuku, il protagonista del manga (poi convertito anche in anime) “My Hero Academia“: fan accanitissimo degli Heroes, i supereroi che popolano il mondo in cui il ragazzo vive, un vero e proprio “nerd”, Midoriya è solito prendere appunti su caratteristiche e poteri degli eroi che osserva, spesso a voce alta o borbottando tra sé. A tal proposito, è emblematica la  tipica onomatopea a lui associata, quella del “mutter” (corrispondente al nostro “mumble“).

Midoriya parla spesso da solo e a voce alta, suscitando il grande imbarazzo dei suoi amici

SELF-TALK E SELF-CONTROL

Il self-talk si rivela quindi uno strumento utile per sviluppare e mantenere il controllo e la consapevolezza delle proprie azioni e dei propri pensieri; implicazioni concrete efficaci sono state riscontrate anche nella gestione dell’ansia: parlare da soli in modo eccessivo può essere indice di alti livelli di stress, per cui il self-talk si rivela una strategia di coping (termine difficilmente traducibile che indica il fronteggiare, il reagire alle difficoltà) per controllare l’ansia e recuperare l’autocontrollo

La forte relazione tra self-talk e self-control è stata indagata con risultati positivi nel 2010, attraverso una ricerca di Inzlicht relativa all’efficacia del self-talk sul controllare comportamenti impulsivi; i risultati hanno dimostrato l’effettiva esistenza di un legame interveniente tra il parlare da soli e il controllo del comportamento: in particolare, il self-talk influisce sui processi decisionali, poiché attiva processi cognitivi legati al pensiero auto-riflessivo, così da permettere un ragionamento più fine ed elaborato sul comportamento che si intende mettere in atto.

In questo senso, il self-talk è infatti uno strumento sempre più utilizzato dai motivatori e dai life-coach in ambito sportivo o professionale, per aumentare la concentrazione e il focus sugli obiettivi prefissatisi: seguendo il modello cognitivo-comportamentale, per cui i propri modelli di pensiero influenzano il comportamento attivo, la ripetizione di frasi e pensieri positivi, stimolanti e vincenti permette una performance migliore e un più sicuro raggiungimento dei propri scopi.

In una famosa intervista con Ophra (1996), l’attore Jim Carrey ammise di aver usato spesso tecniche di visualizzazione e di self-talk

IL SELF-TALK PATOLOGICO

Le condizioni per cui il self-talk deve essere interpretato come un campanello d’allarme sono fondamentalmente tre: l’eccessiva frequenza del fenomeno, che va dunque ad ostacolare lo sviluppo di relazioni sociali soddisfacenti, l’esistenza (o meglio, la credenza) di un interlocutore immaginario (segnale questo preoccupante quando presente in età adulta) e la presenza di voci che rispondono al soggetto auto-parlante.

L’amico immaginario non ha nulla di patologico finché rimane nella finestra temporale dell’infanzia; se persiste in età adulta è necessario allora analizzare la funzione che questa figura ha per il soggetto, cosa rappresenti per lui, se sia cioè una sorta di gioco o al contrario una figura negativa o persecutoria di cui il soggetto non riesce a liberarsi.
Il “sentire delle voci” è un sintomo tipico di diverse patologie: dai deliri, ai disturbi paranoici, fino allo spettro della schizofrenia, senza escludere i casi di abuso di sostanze stupefacenti, specialmente psicotrope. Queste voci possono suggerire al soggetto obiettivi grandiosi, possono essere offensive, critiche o spingere il soggetto ad azioni pericolose.

L’amico immaginario è tanto comune durante l’infanzia quanto allarmante durante l’età adulta

Tutte le caratteristiche sopracitate sono perfettamente incarnate e presenti nella figura di Gaara della Sabbia, personaggio del celebre manga “Naruto“: Gaara è il villain (il cattivo, ndr) della saga dell’esame di selezione Chunin, uno dei titoli che i ninja devono raggiungere nella loro carriera.

Gaara è un personaggio all’apparenza calmo, controllato, di pochissime parole, freddo e inquietante; al suo interno è stato confinato uno dei cercoteri, demoni animali dalla potenza devastante: per questo motivo, sin da piccolo Gaara, orfano di madre, è stato oggetto di congiure e attentati, che lo hanno portato a sviluppare una personalità instabile, psicopatica e omicida, nascosta sotto l’apparente freddezza.

Una delle prime apparizioni di Gaara

L’instabilità di Gaara si manifesta durante i combattimenti, dove le sue tendenze omicide emergono con il protrarsi dello scontro: in questi momenti, dove il demone interiore di Gaara inizia a prendere il sopravvento, il ragazzo si rivolge e parla alla madre, o meglio all’idea distorta che egli ha di lei.

Gaara in preda alla sua tendenza omicida: in questi momenti, dove la sua follia emerge, il ragazzo si rivolge alla madre defunta e mai conosciuta

TIRANDO LE SOMME

Dunque, siamo matti a parlare da soli? Non per forza: miglioramento della concentrazione, della motivazione e del focus attentivo, facilitazione dei processi di memorizzazione e quindi dell’apprendimento, supporto all’impulsività e alla gestione dei comportamenti, sono solo alcuni degli effetti positivi del self-talk, che non devono però distogliere l’attenzione dai casi più allarmanti e anti-sociali, segnali di un fenomeno di natura patologica.

 

Marco Funaro (https://www.instagram.com/majin_fun/)

 

 

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