Qual è l’utilità del progresso? In genere, si può affermare che questo migliori la vita, che la faciliti e la semplifichi. Si pensi a internet, così vasto e ricco da contenere informazioni su qualunque argomento. O, ancora, si pensi ai computer e agli smartphone, mezzi in grado di velocizzare ogni tipologia di processo, dalla messaggistica al consulto della rete. In cosa consiste, però, la caratteristica più comune dei mezzi e degli strumenti attraverso cui il progresso si diffonde? La spesso mancante considerazione riguardo le conseguenze d’un utilizzo incontrollato e sfrenato. L’episodio Odio universale di Black Mirror propone una profonda riflessione su tale argomento, oggi, in un’era dominata dai social network, più attuale che mai.

Odio universale, una panoramica sociale

L’episodio assume le sembianze d’un film poliziesco, in cui Karin e Blue, rispettivamente detective e stagista, si trovano a dover risolvere un puzzle di misteriosi omicidi. Questi, come compreso dopo il classico susseguirsi di indagini, raccolte di prove ed interrogatori, si rivelano collegati. L’accezione che accomuna le vittime consta della loro negativa popolarità: la massa, spesso indignata da loro frasi o comportamenti, li designa come bersaglio attraverso i social network, provocando la loro morte. Ad effettuare il lavoro sono mere api robotiche, create al fine di sostituire le controparti reali – oramai estinte – e clandestinamente manipolate da Garret Scholes, un abile hacker.

Da carnefici a vittime: una fatale ingenuità

Inizialmente, sono gli utenti dei social ad avere il potere. Essi puntano il dito contro un individuo mediante l’hashtag #Deathto, facendolo divenire virale e richiedendo, così, una sua punizione. Il tema appare più che mai attinente al contesto odierno e Black Mirror tenta di esporre, com’è solito, una riflessione sulla drammatica conseguenza di tali azioni. Per l’appunto, il finale ribalta completamente le carte in tavola. I bersagli di Garret Scholes non concernono realmente i soggetti designati dagli utenti, bensì gli utenti stessi, rei d’aver gioito nel rovinare la vita delle persone senza alcun ritegno morale.

#Deathto, l’hashtag mediante il quale si designa il bersaglio da colpire

Garret, avendo assistito, in passato, al tentato suicidio della donna amata proprio a causa dell’azione dei leoni da tastiera, ha dunque trovato il modo di rendere giustizia. Come gli utenti intendono punire i soggetti verso cui covano un profondo odio, così l’hacker finisce col punire loro, tanto impazienti di rovinare le vite altrui da non considerarne le conseguenze. Il mondo descritto è colmo di politici e forze dell’ordine completamente impotenti dinnanzi al fenomeno. L’odio dei leoni da tastiera, testimone della loro ingenuità nei confronti del progresso, finisce inevitabilmente per ucciderli.

I social come fautori di regressione

Viviamo in un’epoca contraddistinta da svariate interazioni e collaborazioni a lunga distanza. Mentre nella vita reale siamo caparbi nell’instaurare legami educati e rispettosi, online sembriamo, al contrario, regredire. I social network potrebbero favorire la nascita di amicizie virtuali tanto variegate quanto proficue, ma troppo spesso si limitano a far emergere un lato umano decisamente oscuro. Siamo ancora propensi a censurare, bloccare o schernire senza alcun freno il primo contatto che non condivida il nostro pensiero.

Molti studi antropologici e psicologici hanno denotato una forte spinta, propria dell’essere umano, a cooperare al fine di formare comunità forti e produttive. La teoria più accreditata asserisce che le radici della gentilezza si devono al vantaggio evolutivo offerto dalla collaborazione, in termini di sopravvivenza. Sebbene un progetto comune possa presentare un alto costo per il singolo, esistono compiti che non possono essere perseguiti in solitaria. Nelle società antiche, le interazioni avvenivano tra persone immediatamente accessibili e vicine e da ciò si desume come un comportamento violento od individualista fosse da considerare controproducente. Attraverso svariati esperimenti, è stato dimostrato che, oggi, tendiamo ancora ad intraprendere la medesima strada. Perciò, se tale istinto risulta inscritto nella natura umana, il social network deve averne in qualche modo alterato il processo.

Mancanza di rigidità istituzionale: un ecosistema di rabbia e sfogo

Nelle prime società umane, seppur primordiali, trovavano spazio rigide regole sociali volte a favorire il corretto svolgimento di attività di sostentamento, come l’equa condivisione e distribuzione del cibo. Le interazioni online garantiscono una forma di distanza fisica – ed un ridotto rischio di punizione – che, all’epoca, non poteva sussistere. Trovandoci sulla classica pagina social, infatti, siamo invogliati ad esprimere una immediata reazione verso ciò che consideriamo ingiusto o che, più semplicemente, non ci piace. Nella vita reale, gridare a gran voce il proprio sdegno non è sempre possibile. Non per nulla, come spiegato dalla psicologa Molly Crockett, l’uomo ha creato un ecosistema mediatico tendente alla selezione ed alla condivisione del contenuto più rabbioso. I social, in tal caso, forniscono una metaforica tavolozza su cui esprimere sdegno in maniera facile, immediata e diretta.

Esistono soluzioni concrete?

Rispetto al mondo reale, non corriamo rischi fisici nell’esternare un disappunto sui social, ma ciò non significa dover incentivare a testa bassa tale azione. Le conseguenze esistono, seppur apparentemente invisibili. Gli psicologi dell’Università di Yale ritengono che l’eco della rabbia non risulti un mero vicolo cieco, bensì che possa essere sfruttato in maniera positiva. Tuttavia, in che modo? Secondo questi, che da tempo stanno lavorando nel tentativo di migliorare le interazioni social-mediatiche, gli influencer dovrebbero ad esempio porre la personale popolarità al servizio di attività benefiche per la comunità. Allo stesso modo, i moderatori potrebbero servirsi di bot – generatori di contenuti automatici – allo scopo di favorire l’insorgere d’un sentimento di fratellanza tra gli utenti, così da unirli contro contenuti discriminatori, razzisti ed omofobi.

V’è ancora molto da fare, ma gli studiosi di Yale non intendono demordere. Il loro messaggio è chiaro: il fenomeno di regressione sociale, incarnato dalla figura del leone da tastiera, sta divenendo troppo ingente per essere ignorato.

Simone Massenz

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